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Venezia 70: “Via Castellana Bandiera” di Emma Dante (In Concorso)

Il debutto nella direzione cinematografica di Emma Dante, stimata attrice e regista teatrale siciliana, parte da buone premesse concettuali e da un interessante spunto metaforico, ma non produce sul pubblico l’effetto visivo/complessivo desiderato

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il

 

Anno: 2013

Durata: 90′

Genere: Drammatico

Nazionalità: Italia, Svizzera, Francia

Regia: Emma Dante

 

Il debutto nella direzione cinematografica di Emma Dante, stimata attrice e regista teatrale siciliana, presentato in concorso al 70° Festival di Venezia, parte da buone premesse concettuali e da un interessante spunto metaforico, efficacemente esplicitati dalla stessa Dante, ma non produce sul pubblico l’effetto visivo/complessivo desiderato.

Due donne, Rosa e Samira, s’incontrano in una viuzza stretta – quella Via Castellana Bandiera che dà il titolo al film ed all’omonimo romanzo della regista -, dove è impossibile per due macchine passare  contemporaneamente e nessuna delle due dame vuole cedere il passo all’altra, per l’intera durata del film: quale lettura dare di questa ostinazione? l’immobilismo di un Paese senza via d’uscita? la paralisi cui conduce l’emarginazione? “La vita non ha trama – afferma la regista – e via Castellana Bandiera è un pezzo di vita: il blocco di Rosa è mentale e l’ostruzione del quartiere una questione di principio, chiunque potrebbe superare la barriera ed essere libero ma nessuno lo fa. I legami diventano indissolubili, i patti infrangibili. Da un lato c’è l’entrata nella nassa dove vivono un partito, una società, una famiglia, dall’altro c’è Rosa, il suo amore in bilico e il precipizio in fondo alla via. Cardine è una donna anziana. Samira. Muta. Al di sopra di tutto. Come monolite. Come frangiflutto che si oppone alle correnti. Come geroglifico scalfito nella roccia. La sua tana è l’auto dove si è rifugiata. Per sempre.”

Non si può non constatare, sia pur a malincuore data l’originalità dell’idea, che nel tradurre in immagini le intenzioni, la neo-cineasta sembra finire nello stesso vicolo cieco in cui si fronteggiano le due antagoniste. Infatti, la feroce determinazione con cui l’anziana si oppone al passaggio dell’automobilista che proviene in senso contrario – nel luogo dell’improvvisata sfida – sembra, per così dire, degna di ‘miglior causa’. Non vale a spiegarla l’ampio ventaglio di possibili interpretazioni circa le ragioni del suo comportamento, e ancora meno si comprendono quelle della più giovane rivale. Certo Samira, la capostipite della famiglia di disgraziati (i Calafiore) che fa da coro alla tragedia in atto, ha il compito di preservarne l’identità, arrivando a marcare il territorio con l’orina, alla stregua degli animali. Ma l’improvvido arrivo di Rosa (la stessa Dante), altrettanto testarda ma di estrazione borghese, non sembra costituire una minaccia così pericolosa per l’universo incancrenito di un parentado composto da ‘brutti sporchi e cattivi’.  Un ruolo tutto sommato marginale, benché intenso, è poi affidato a Clara, la compagna della protagonista, un’Alba Rorhwacher in versione “punkabbestia” (così viene definita dai rozzi famigli), in realtà un’anima gentile che traduce ciò che vede intorno a sé in bellissimi disegni a carboncino. Nell’operazione si distingue Elena Cotta, che ammanta di ieraticità mista a follia il personaggio di Samira, mentre il piano-sequenza che chiude il film rappresenta una gradita uscita dal clima claustrofobico fino a quel momento imperante: l’interminabile fiumana di abitanti del posto, che accorre a testimoniare il catartico epilogo, lascia sperare nell’esistenza di una forza sotterranea pronta ad erompere in un liberatorio grido di rottura di schemi precostituiti ed, apparentemente, immutabili. Nonostante la buona prova attoriale del cast maschile, gli uomini del film  risultano comprimari su un ‘palcoscenico’ profondamente e dichiaratamente femminile.

Elisabetta Colla

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