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IN SALA

Starbuck – 533 figli e …non saperlo!

Un film curioso quello diretto da Ken Scott, che ci presenta un Québec che è, nel contempo, Canada, dunque culturalmente simile all’America, ed Europa

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Anno: 2011

Nazionalità: Canada

Durata: 109′

Genere: Commedia

Regia: Ken Scott

Distribuzione: Bolero Film

Uscita: 29 agosto

 

All’età di 42 anni, David conduce la vita di un adolescente irresponsabile, mantenendo una complicata relazione con Valérie, una poliziotta. Quando lei scopre di essere incinta, il passato di David riaffiora: vent’anni prima infatti, per sbarcare il lunario, egli donava sperma in una clinica. L’uomo scopre di essere così diventato padre di ben 533 ragazzi, 142 dei quali hanno intrapreso una causa legale per scoprire l’identità del loro padre biologico, conosciuto solo con lo pseudonimo di Starbuck.

Un film curioso quello diretto da Ken Scott, che ci presenta un Québec che è, nel contempo, Canada, dunque culturalmente simile all’America, ed Europa. Difatti, questa storia ha decisamente un tocco di humour europeo, con una comicità ben incentrata su dei dialoghi molto meno banali di quelli tipici delle commedie statunitensi di oggi, inclini a suscitare immancabilmente la risata fragorosa. Questo film invece è spesso in “chiave minore”, alla ricerca di quella intimità con lo spettatore, tipica della migliore comicità del Vecchio Continente. Buona anche la sceneggiatura, che presenta una sfiziosa, quanto variegata, “galleria” di figli, dalla bambolina bionda senza cervello, al giovane dark depresso e dalla spiccata sensibilità.

In definitiva, trattasi di una storia comica e acuta, a tratti persino commovente, malgrado manchi un po’ di originalità. Sarebbe a dire che la morale che ci viene proposta sarà forse banale, ma di questi tempi vale la pena ricordarla. L’evoluzione compiuta da David, da irresponsabile perdigiorno a padre amorevole, è dovuta a una semplice, quanto inconfutabile verità: le responsabilità fanno bene! Ormai siamo tristemente abituati a dei quarantenni con la camicia fuori dai pantaloni, tatuati, perennemente abbronzati e in cerca di ragazzine. Uomini che dovrebbero essere dei padri di famiglia, dunque il pilastro delle nostre società; tuttavia, invece di costruire il futuro, costoro perdono tempo sui social network o in palestra a farsi la “tartaruga”, sperando così di coprire quella pancetta che avanza inesorabilmente con l’età.

Ciononostante, la riflessione più utile che ci propone questa storia è un’altra, ovvero l’importanza fondamentale della paternità: oggi molte donne occidentali dai quaranta anni in giù disconoscono la rilevanza della presenza dell’uomo nella famiglia. È assodato come questa nostra società malata veda sempre di più il maschio come una specie di  “donatore”. Molte donne pensano sciaguratamente: “tanto posso fare a meno di lui, me lo cresco da sola”. L’opera di Ken Scott afferma proprio il contrario. Il protagonista non solo diventa finalmente adulto, grazie al rapporto con i suoi innumerevoli figli, ma scopre, e questa è la cosa sulla quale dovremmo riflettere, di essere un bravissimo genitore e che i suoi figli sono stati capaci di tirare fuori il meglio di lui.

Crescere senza un padre, vederlo due volte al mese è devastante per un  bambino. David, da “donatore” vero e proprio, compie il cammino inverso da quello che la nostra società del tangibile vorrebbe che fosse prassi, ovvero una “norma” malvagia, atta a distruggere la famiglia. Senza clamori o battute da mal di pancia, questa pellicola risulta gradevolissima nella sua essenzialità e stigmatizza quasi sottovoce delle situazioni che sono divenute normali e che invece dovrebbero essere delle eccezioni. Se la figura materna è l’amore in senso lato, è altrettanto vero che il padre rappresenta l’identità, e come afferma la vecchia suora in quell’importantissimo film che è La grande bellezza (2013) di Paolo  Sorrentino: “Le radici sono importanti”.

Riccardo Rosati

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