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Cannes

‘Ce qu’on demande à une statue c’est qu’elle ne bouge pas’: a Cannes un corto tra documentario e finzione

In concorso al Festival di Cannes

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In concorso al Festival di Cannes, il cortometraggio Ce qu’on demande à une statue c’est qu’elle ne bouge pas della regista greca Daphné Hérétakis.

I suoi film, al confine tra documentario e finzione, tessono narrazioni tra l’intimo e il collettivo e sono stati proiettati in numerosi festival come IFFR, Hors Pistes Pompidou, Visions du réel, ecc. Vive e lavora tra la Francia e la Grecia.

Semaine de la Critique du Festival de Cannes

La trama ufficiale di Ce qu’on demande à une statue…

Ad Atene nulla sembra muoversi, i suoi abitanti sembrano immobili come statue. Eppure, da qualche parte, una cariatide fugge da un museo e un piccolo gruppo chiede la distruzione di tutte le antichità. Filmare sarebbe forse l’unico modo per non rimanere impassibili.

La recensione

Se le statue potessero parlare cosa ci racconterebbero? Cosa ci direbbero?.. Storie incredibili e di antiche glorie…

Inizia con la confessione di un incubo il Cortometraggio di Daphné Heretakis e con la costruzione di una serie di interviste brevi centrate su di una sola domanda. Varie le risposte date dagli avventori del viaggio della Heretakis, pe le strade di una città in protesta. Le statue racconterebbero del loro passato glorioso e di come sono finite in un Museo, di come hanno perso la loro grandezza e di come si sono tramutate in semplici pezzi di marmo . Chiaro il riferimento alla perduta spina dorsale dell’uomo ridotto a mero essere immobile e ormai privato della spinta alla lotta per onore, arte, passione. Siamo divenuti abitanti inerti di una città in trasformazione ma in negativo?

Il cortometraggio di Daphné Hérétakis  si interroga sul Passato: lo fa traendo forza dalla struttura del documentario e, anche  con umorismo, riflette sull’importanza del tempo che è stato. La regista si interroga anche sul significato della politica, dell’arte e del patrimonio culturale di un luogo così Storico e lo fa in modo gioioso e ‘musicale’ .

IL film resta per la maggior parte della prima parte incentrato sull’idea delle statue, della loro immobilità intesa come l‘eredità che possono simboleggiare, che era poi un buon modo per la regista di parlare in realtà di ciò che sta accadendo in Grecia.

Una riflessione anche linguistica

La riflessione sociale e storica si fa anche linguistica soffermandosi sull’origine di alcune parole chiave greche come ‘Agalma’ (statua) che richiama la parola greca ‘piacere’ e che fa dunque riferimento al Piacere che suscita l’osservare una Statua. In latino statua significa invece ‘immobile’ : dietro le parole c’è dunque un’intera filosofia di vita .

Il sole tramonta e la regista racconta poi come abbia deciso di ascoltare il messaggio dei Tarocchi e di iniziare a girare un film anche senza conoscerne lo scopo. L’unica certezza è quella di voler uscire dall’immobilità e rigettarsi nel mondo. Guarda dal suo balcone il Museo delle Statue che gli tiene compagnia e pensa che forse anche lei avrebbe dovuto trasformarsi in una statua.

La domanda successiva da porre ora è : Che tipo di statua vorresti essere ? 

Varie e curiose le risposte: Una statua debole e non eroica, una statua giovane e bellissima come Afrodite, una statua in compagnia di altre statue che lottano per un ideale. 

Da questa ultima riflessione la regia si sposta a filmare il caos cittadino, le lotte degli studenti, e, per le strade, statue e persone vengono accostate dalla regia frenetica che si muove tra le proteste. Quanto è cambiata la città! Quanto l’arte è diventata obsoleta e sostituita dagli affari. Cinema chiusi e navi che trasportano centinaia di rifugiati, cose ed eventi di oggi ma, che sarebbero potuti accadere nei tempi antichi o  non accadere affatto.

La statua di Carotide si allontana dal suo podio, si toglie il cappello e si confonde tra la folla, attualizzando il mito , sgranocchiando una pannocchia, leggendo tutti quei libri da recuperare, bevendo un caffè e scivolando anche lei come ogni altro essere umano moderno, nella Noia. L’umanità fa perdere la specialità?

Il Manifesto di Yorgos Makris

A tutto questo la regista ha voluto collegare nella seconda parte del corto  il manifesto di Yorgos Makris. Dalle statue si passa al Partenone, e dal Partenone alla strada, e quindi al presente.

L’idea del film era anche quella di prendere la macchina da presa e raggiungere gli altri. Se qualcosa funziona per me, vedrò se funziona per qualcun altro per creare una forma di dialogo e non rimanere solo con le mie idee.

Yorgos Makris che è citato in Cosa si chiede a una statua... , non è un poeta molto conosciuto, nemmeno in Grecia. Faceva parte di un movimento pre-situazionista e, subito dopo la seconda guerra mondiale, scrisse un manifesto in cui sosteneva la necessità di far saltare in aria il Partenone.

Rileggendolo la regista si  reso conto che 80 anni dopo, Makris aveva ancora qualcosa da dire (soprattutto riguardo al turismo folle in città come Atene):

Tutto si chiude per diventare hotel.

La sua voce fuori campo  unisce tra loro tutte queste considerazioni  e  tutte le parti del corto.

Volevo mantenere un rapporto molto vivo con le cose, .. Così abbiamo iniziato a fare le cose insieme, con i diversi protagonisti. E alla fine, il film mi ha fatto uscire dalla mia immobilità.

Collante speciale della pellicola sono gli intermezzi musicali che chiudono infine il cortometraggio e chiudono anche il cerchio di un film che parte dall’Arte, si muove nel caos per poi terminare  col (nel) suono più prezioso, rivoluzionario e misterioso: quello del  silenzio.

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Ce qu'on demande à une statue c'est qu'elle ne bouge pas

  • Durata: 32'
  • Nazionalita: grecia francia