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Interviews

Le interviste minigonna di Taxi Drivers: Nicola Conversa

Il primo lungometraggio del regista “Uno oggi alla volta” sarà presto visibile al grande pubblico. Per questa occasione, abbiamo cercato di conoscere meglio l’artista.

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Primo piano di Nicola Conversa

Risponderò in stile minigonna, cioè in modo abbastanza lungo da coprire l’argomento e abbastanza breve da renderlo interessante. (Oriana Fallaci)

Nicola Conversa è la miglior persona con cui intraprendere un’intervista con uno stile tanto amato dalla scrittrice e giornalista fiorentina. Nicola Conversa è un giovane regista pugliese con esperienze pluriennali anche sui social, sicuramente una persona smart. A riprova di ciò, basta guardare il suo debutto nel lungometraggio: Un oggi alla volta è un film che non annoia, suscita simpatia e fa emozionare.

Grazie a Valentina Facchinetti, efficiente ufficio stampa, sono riuscito a parlare con Nicola nel giro di brevissimo tempo. Nonostante l’incontro sia stato telefonico – cosa inevitabile in questo periodo, visto i molti impegni dell’autore – Conversa si è dimostrato per ciò che uno si aspetta: disponibile, preparato, divertente. Proprio per questa ragione, non ho resistito a iniziare l’intervista con una citazione, elementi che lui ama molto e che troviamo spesso nei suoi lavori.

L’arte non è ciò che vedi ma ciò che fai vedere agli altri. (Edgar Degas)

Nicola, il tuo film Un oggi alla volta parte come commedia ironica e giovanile evolvendo poi verso una rappresentazione fortemente emotiva, mantenuta fino all’epilogo. Come siete arrivati a questo filo narrativo tu e Giulia Uda, tua brava complice in questa sceneggiatura?

Originariamente, questo film è stata una intuizione di Manuela Cacciamani di One More Pictures, la produttrice, che ha visto qualcosa in me e voleva qualche cosa che facesse sorridere e commuovere. Non riesco a catalogare questo film come teen o drammatico. Giulia è molto brava nella scrittura a tre atti, io sono più poetico e portato alle scene comiche e non ho una testa da sceneggiatore vero. Ci siamo resi conto che questo film non era solo una storia d’amore tra due persone, ma era, in generale, una storia d’amore verso il tempo. Quando si parla di tempo si tende sempre ad essere molto seri perché si ha paura di perderlo, di sprecarlo. Quindi, il tono che abbiamo voluto creare è sempre qualche cosa di molto leggero. Volevo qualcosa che fosse una carezza e un cazzotto insieme.

In quest’opera è importante anche tutta la parte attoriale. È un cast palesemente selezionato. La scelta degli attori è avvenuta tramite i classici provini o avevi già un’idea, almeno su alcuni personaggi?

Nel film ho le persone che avrei voluto avere e su cui ho scritto la parte e quasi tutte sono state scelte in maniera tradizionale attraverso un provino. Tommaso Cassissa è una idea di Manuela Cacciamani. Tommaso ha un orecchio incredibile e può fare benissimo questo mestiere. Deve studiare ma, per essere la prima volta in assoluto che recitava, regge totalmente il film da solo e funziona. Per quanto riguarda Ginevra Francesconi, era un sogno poterla avere. Non sapevamo se si sarebbe prestata a un’opera prima ma si è convinta con la sceneggiatura. E anche Federica Pagliaroli, è di una bravura disarmante.

I titoli di testa del lungometraggio Un oggi alla volta

I titoli di testa del lungometraggio Un oggi alla volta

Con Francesco Centorame, visto il suo curriculum, ero certo che avrebbe rifiutato un’opera prima. Alla fine, gli ho mandato la sceneggiatura e lui ha risposto «Ci sono!». Stessa cosa per Katia Follesa, che ho diretto precedentemente in un videoclip. Era fisiologico che lei potesse fare una madre di quello spessore e soprattutto donarle quella parte drammatica. Il suo monologo, molto bello, è ciò che credo l’abbia convinta ad accettare il film. Edoardo Pagliai, per la parte di Daniele, l’ho scoperto con un provino. Edoardo mi ha folgorato perché ha una comicità completamente distante da quella che mi aspettavo. Marilù Pipitone l’avevo già diretta in Mezzanotte Zero Zero. Sono stato molto fortunato con i casting perché mi è stata data carta bianca, che non è scontato per una produzione.

Oltre agli attori, sono importanti anche gli altri componenti del cast. Fra gli altri, Daniele Poli, Cristina Del Zotto e Andrea Stocchino hanno svolto un lavoro che rende Un oggi alla volta un prodotto visibilmente transmediale. È una scelta voluta? E, soprattutto, pensi che potrai dedicarti anche a regie teatrali?

Non mi precludo niente ma vado con i piedi di piombo. Per me, già fare un film era una cosa inarrivabile e averlo fatto è una vittoria. Il teatro non lo so. Riguardando il film sotto quest’ottica ho notato che, ad esempio, le scene in cameretta sono molto teatrali.

Forse è una citazione perché amo le sitcom, non lo so. Però mi è venuto naturale girare così e probabilmente potrebbe funzionare a teatro, forse sì. Però un arte, un mestiere, che non conosco bene, dovrei studiare. Per ora ti dico non lo so.

Ho sempre timore delle persone che entrano in ambienti che non conoscono e fanno la voce grossa. Perciò, dovrei prima studiare per capire se può funzionare o meno. La costruzione è venuta spontanea e ho avuto un direttore della fotografia con molta esperienza. Daniele Poli non ha voluto fare il suo film ma il nostro film, si è messo completamente al servizio di ciò che io immaginavo. Mi ha suggerito delle cose ma poi ho imparato più io da lui che il contrario. Stesso discorso vale per Cristina, che ha individuato immediatamente il mood che ricercavo. Ho avuto davvero fortuna nell’avere reparti che hanno capito il film leggendolo, che non era una cosa scontata. È stata una bella sinergia fra tutti.

L’importanza di un buon risultato è sicuramente il lavoro singolo di tutto il cast, ma anche la guida che li ha portati a quel risultato. In tutto ciò, ti ha aiutato l’esperienza con il gruppo Nirkiop?

Si, da morire. Noi abbiamo sempre fatto cose a zero budget. Mi sono ritrovato a dirigere i miei genitori, i parenti, gli amici. Così ho acquisito la sensibilità per capire la temperatura delle persone. Mi è servito molto anche sul set. Molte volte, chi viene dal web viene bistrattato perché dicono che non è pronto o non ha studiato. Invece, secondo me, se il web è realizzato bene, diventa la più grande palestra che tu possa aver fatto. Su internet giri tanto e in poco tempo, come avviene in un film, dove devi finire alla scadenza fissata.

Nicola Conversa in un momento di lavorazione

Nicola Conversa in un momento di lavorazione

Questo è un lavoro che ti permette di ascoltare tutti. Una volta, un assist incredibile me lo ha dato il fonico. Tante volte mi veniva a dire «L’ha mozzicata» e allora facevo rifare la scena. Diventa davvero un’orchestra in cui tutti hanno suonato uno stesso spartito. Io ho avuto la fortuna di avere il montatore sul set, Diego Capitani. Noi abbiamo studiato ogni inquadratura prima sulle transizioni e Diego mi mostrava, dal primo giorno di ripresa in poi, ciò che avevo girato. Quindi, tante volte avevo la fortuna di non dovermi preoccupare dell’inquadratura e potevo focalizzarmi sulla recitazione. Diego è stato una chioccia che mi ha tenuto per mano e mi ha fatto stare tranquillo.

Un oggi alla volta è un titolo che hai già utilizzato per un cortometraggio, fra l’altro con una storia molto diversa rispetto a quella del film attuale. Come mai la volontà di riproporre lo stesso titolo?

La frase è legata a una vicenda personale della mia famiglia. Il tatuaggio con quella frase lo porta, nello stesso punto, una mia cugina. Io sono innamorato del concetto di vivere nell’oggi e non nel domani, e quindi mi ero ripromesso che, se un giorno avessi fatto un film, lo avrei intitolato così. Nel cortometraggio, abbiamo utilizzato il titolo anche se c’entrava veramente poco. Quando abbiano iniziato a scrivere il film ancora non avevamo pensato a un titolo, fino a quando Giulia ha detto «Certo che, se Aria avesse sul braccio il tatuaggio “un oggi alla volta” …» e così il titolo è nato da quello. Sono due prodotti diversi: al cortometraggio ho dato un titolo che mi piaceva, nel lungometraggio è il titolo che è venuto da sé.

Mezzanotte Zero Zero è un’altra tua opera. Finalista ai David di Donatello del 2018, può essere visto come l’embrione di Un oggi alla volta? Fra l’altro, la gag di chiusa sulla parola Massachusetts la troviamo in entrambi i lavori.

Hai fatto centro. Il fatto di avere Marilù come fil rouge mi faceva sembrare di girare il cortometraggio. Mezzanotte Zero Zero è il corto che mi ha cambiato la vita perché mi ha fatto conoscere e non ho più avuto paura di dire di fare il regista quando mi chiedevano che lavoro facessi. È stato l’embrione e me ne sono accorto nella scena dell’ospedale, tra Marco e Aria, che era molto simile a quella fra Aurora e Andrea nel corto. Mi sono accorto di stare rifacendo la stessa identica inquadratura.

Mezzanotte zero zero - Un frame del cortometraggio di Nicola Conversa

Mezzanotte zero zero – Un frame del cortometraggio di Nicola Conversa

Ricordo bene che, quando ho girato quella scena per il cortometraggio, ho avuto la sensazione che funzionasse, ero certo che sarebbe successo qualcosa. E infatti siamo finiti nella cinquina dei David di Donatello. Quando l’ho girata per il film, sullo sguardo finale fra Aria e Marco mi sono voltato e ho visto la troupe che piangeva e mi son detto «Abbiamo fatto qualcosa di bello pure stavolta». Per Massachusetts, una volta mi dissero che era molto importante il finale di fatto ma per fortuna li avevo fatti sorridere con la battuta sullo stato americano. Siccome il finale è drammatico, volevo staccare un attimo e far venire un sorriso.

Mi sembra di capire che sei un regista e uno sceneggiatore di pancia piuttosto che schematico e con una linea programmata da seguire.

Ci hai azzeccato. Mi faccio molto trasportare dalla storia. L’unica cosa su cui sono abbastanza fermo è il finale. Ho l’idea di base, il finale e poi voglio che la storia nasca insieme a noi. Con Giulia – siamo al quinto progetto insieme – ci facciamo delle telefonate lunghissime in cui ci raccontiamo delle cose e poi le scriviamo. A volte sono spunti. La cosa che mi fa molto piacere è che nasce molto sul set. Quasi la metà delle battute di Un oggi alla volta sono improvvisazioni o intuizioni avvenute sul set. Non ho ancora l’esperienza e l’abilità per aver tutto saldo dall’inizio, mi devo affidare all’istinto finché funziona. Forse, l’unico talento che ho è riuscire a non perdere mai la concentrazione sul set perché per me non è lavorare, è un privilegio.

Fra tutte le varie esperienze che hai fatto, sei anche arrivato a pubblicare Nella mia testa, nel 2021. Come sei arrivato a sentire alla necessità di scrivere un libro?

Scrivo fin da quando ho memoria. Ho scritto piccoli libri, come fanno alcuni ragazzini alle medie e che leggi a tua madre annoiata. Avevo un blog di Msn in cui scrivevo, e anche durante l’università scrivevo fanfiction. Quando è nato Instagram, ho iniziato a fotografare sconosciuti di spalle e a inventarmi delle storie che poi mettevo sul social.

Una volta, una storia su una signora al bancone dei salumi, l’ho fotografata e ho raccontato che lei comprava lo stesso prosciutto per suo marito che aveva l’Alzheimer. È venuta una cosa molto romantica, è arrivata a centomila mi piace su Facebook. Poi su Instagram ha fatto il botto. E allora ho iniziato una volta a settimana a fare questo esercizio di scrittura creativa. Fotografavo sconosciuti e ci creavo una storia.

Rizzoli si è accorta di me, non so come, e mi è arrivata la proposta di trasformare queste storie in nuove storie da mettere in un libro. Io non ho scritto un libro, ho scritto delle storie alle quali poi ho creato una cornice. Anche perché non mi sentivo pronto per scrivere un romanzo. Adesso, dopo un film e la scrittura a tre atti, ho capito come funziona una storia, sto lavorando a un romanzo. Ad oggi, ho sempre girato delle cose che ho scritto io, oppure ho scritto per altri. Il passo è dirigere qualche cosa di non mio, nella speranza di accontentare chi ha scritto il film.

Tu sei cresciuto a Taranto e sette anni fa sei arrivato a Milano. Cosa ti porti dentro di queste due realtà, completamente differenti?

Di Taranto porto con me la leggerezza, ma soprattutto la comicità. Ho gli stessi amici da quando avevo tredici anni, erano ragazzi con dei valori bellissimi e sono diventati uomini straordinari. Mi porto dietro la sincerità e la voglia di ridere. A Taranto c’è tanto bello, ovunque, sia in quello che guardi, con il mare, sia nella leggerezza delle persone. Rispetto a Taranto, dove la vita lenta del sud ti fa vivere tutto in maniera dilatata e in maniera genuina, Milano scorre: devi stare sul pezzo e devi correre. Ha un’educazione al lavoro diversa: con i clienti mi sono dovuto interfacciare in maniera gioiosa e felice ma con ben presente che il lavoro è lavoro.

Nicola Conversa

Nicola Conversa

L’anima cazzona a Milano si è dovuta coadiuvare con il vestito, portandomi ad avere polso mantenendo la leggerezza. Inoltre, Milano mi ha insegnato anche l’importanza del tempo. Girare tanti spot mi ha fatto comprendere che il tempo è preziosissimo, cosa che vale anche per un film. Se non fossi stato a Milano, forse non sarei riuscito a girare un film e se non fossi nato a Taranto, forse non ce l’avrei fatta a fare questo lavoro.

Tu hai sempre detto che hai avuto fin da giovane l’idea di fare arte, a tuo modo. Qual è stato il preciso momento in cui hai pensato “Io voglio fare questo nella vita”?

Avevo nove anni. I miei genitori mi volevano portare a vedere Mulan. A Taranto non ci sono tanti cinema, la sala era piena e l’unica disponibilità era per Al di là dei sogni di Vincent Ward e con Robin Williams. Non un film adatto per un bambino di nove anni, ma ricordo benissimo quel film. Mi ricordo i colori, le musiche, mia mamma che piangeva per una scena. In macchina chiesi chi facesse un film e mi fu risposto il regista. Se mi avessero detto il fonico, probabilmente ora farei il fonico.

Voglio fare quello che fa i film. E da là, questa roba non l’ho mai smessa di dire. Mentre facevo il classico, tutti volevano fare il calciatore e io i film.

Durante la proiezione di Un oggi alla volta, all’interno di Alice nella Città, in una sala da mille posti gremita, mi è un po’ mancato il fiato perché ero consapevole che il pubblico stava vedendo una cosa che avevo fatto io. Vedere le persone che si commuovevano per il mio film mi ha fatto tornare alle lacrime di mamma durante il film con Williams. Un cerchio che si è chiuso.

Chiudiamo con l’angolo di Nicola Conversa. In questo spazio puoi dire quello che vuoi. Lascio a te campo libero per comunicare ciò che ritieni non sia stato ancora dichiarato o che pensi sia giusto sottolineare.

In questo momento vivo in un limbo. Stiamo facendo piccole proiezioni di Un oggi alla volta, che sta piacendo molto. Dove mi capita di assistere alle proiezioni private, passo il tempo a vedere dove la gente ride o piange. Ma mi sto accorgendo che la bellezza dei film, in generale, è che tu credi che quella scena abbia un effetto, ma si entra talmente tanto nella vita dello spettatore che gli effetti non sono scontati. Ognuno capisce il film per come gli arriva; credo che non ci sia un linguaggio universale.

Nicola Conversa a Venezia 79

Nicola Conversa a Venezia 79

Non penso ci siano bravi o cattivi registi bensì storie che possono entrare dentro o meno. Il punto focale è trovare una storia. Il cinema italiano spesso si concentra sull’high concept e ci si dimentica che la narrazione deve durare novanta minuti, non può durare il tempo di un colpo di scena. Tante volte, una storia normale e sincera può arrivare più di narrazioni con effetti speciali. In tutto ciò, sto vivendo un momento magico della mia vita. Aspetto solo la sua distribuzione e che la gente lo possa vedere. Come se mi stesse nascendo un figlio che io ho visto e che ho voglia che lo vedano anche gli altri, per godere delle loro reazioni.

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