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IN SALA

La mia vita è uno zoo

“La mia vita è uno zoo potrebbe”, sinteticamente, essere definito come una classica fiaba contemporanea a lieto fine in cui la soluzione della fabula principale coincide con la maturazione dei personaggi protagonisti (e non) e la loro consapevolezza di un nuovo posto nel mondo e di un ottimistico atteggiamento nei riguardi della vita

Publicato

il

 

Anno: 2011

 

Distribuzione: 20th Century Fox

Durata: 124′

Genere:  Commedia

Nazionalità: USA

Regia: Cameron Crowe

Le avvertenze, le premesse, le avvedutezze per recensire film del genere non appaiono mai abbastanza sufficienti…quando per “genere” intendo, in senso lato, il complesso di clichés narrativi e  legati alle modalità di configurazione schermica riproposto, in quanto vincente, a priori.

Il testo filmico, nel presente caso, va esperito infatti esclusivamente sul piano narratologico, in una sorta di regressione alias paralisi allo stadio di sceneggiatura, altrimenti, per assenza di un vero linguaggio da analizzare, sarebbe in agguato il termine “stroncatura”…

La mia vita è uno zoo potrebbe, sinteticamente, essere definito come una classica fiaba contemporanea a lieto fine in cui la soluzione della fabula principale coincide con la maturazione  dei personaggi protagonisti (e  non) e la loro consapevolezza di un nuovo posto nel mondo e di un ottimistico atteggiamento nei riguardi della vita .

In ambito strettamente tecnico, la fotografia e la scala di campi e piani tipica dei documentari televisivi ottengono (almeno) il felice effetto di un elogio a Madre Natura per il magnifico creato recintato in uno zoo.

Nihil aliud.

Provando invece a modificare il punto di osservazione – abbracciando la validissima teoria dello sguardo più acuto del nano sulla spalla del gigante – la pellicola di Cameron Crowe riuscirebbe a garantire ulteriori spunti di riflessione anche nascenti dal confronto con film similari per trama o meglio incidente iniziale.

«Una delle ragioni per cui ero interessato a girare il film era che volevo diffondere un po’ di gioia nel mondo. La mia vita è uno zoo è un film che suscita gioia, fa sentire vivi e parla di come si può trasformare la perdita in una fonte d’ispirazione. Tutto ciò mi piace molto».

Se non si trattasse delle parole pronunciate dal regista noto per i precedenti Jerry Maguire e Quasi famosi (inerenti a vicende profondamente personali), si sarebbe invitati a scommettere ben poco sul successo duraturo di un’ennesima opera volta a mostrare l’elaborazione di un lutto, nello specifico, legato alla perdita di una donna avente il ruolo di moglie e madre all’interno della famiglia protagonista.

Qualcuno forse ricorderà  il film Genova diretto dal regista Michael Winterbottom ed uscito nelle sale nel 2009: un padre inglese di nome Joe interpretato da Colin Firth, docente universitario, estremamente seducente, rimasto solo con due figlie di età differenti nate in America, decide di lasciare il proprio passato di insormontabili ricordi legati alla donna amata morta in circostanze tragiche e trasferirsi ne “La Superba” per  tentare di ricominciare a vivere.

Malgrado Genova sia nato dalla lettura del romanzo Moderato cantabile di Marguerite Duras e La mia vita è uno zoo derivi dalla sceneggiatura del libro autobiografico di Benjamin Mee, We Bought a Zoo: The Amazing True Story of a Broken-Down Zoo, and the 200 Animals That Changed a Family Forever, le similitudini sono chiaramente evidenti e pertanto ben poco confortanti.

Entrambi i titoli delle pellicole concernono il cuore della trama, ossia il luogo in cui la vicenda  si svilupperà rendendolo non ambiente da sfondo, bensì personaggio principale: Genova con i suoi vicoli strettissimi, i monumenti, la spiaggia, la prostituzione, il buio sfrenato e un po’ maledetto.., lo zoo Rosemoor Animal Park con i suoi animali da accudire ed amare in un enorme “giardino” di una non comune villetta fuori città…

Lievi le differenze soprattutto relative al periodo scelto per sviluppare le vicende.

Joe decide di trascorrere l’intera estate a Genova onde ambientarsi insieme alle figlie ed imparare a conoscere questa magnifica città italiana: la pacificazione con il dolore giunge proprio in extremis al suono della campanella scolastica settembrina, segnando la conclusione del film; il “folle” Benjamin cambia casa acquistando, come da contratto, l’annesso zoo e fissando la riapertura di quest’ultimo – previa  effettuazione degli urgenti lavori di manutenzione –  per il fatidico  7 luglio.

Altre divergenze più trascurabili vertono sulle professioni dei protagonisti (Benjamin è un giornalista d’assalto, almeno così viene definito dalla evitabile giacché immotivata  voce off del figlio in apertura e che mai più verrà impiegata) e sulle coppie di figli formate da una bambina ed una ragazza ormai donna nel nucleo di Joe, e in quello di Benjamin da un adolescente con sorellina alla Shirley Temple.

Ovviamente sono i primogeniti ad entrare in conflitto con i padri, auspicando la loro “uccisione” per nascondere, soffocare o placare l’estrema rabbia contro una vita costruita su scelte altrui non discusse, ma imposte e lontane dalle personali quanto legittime aspirazioni generazionali fondate sulla coltivazione di un sogno o sul puro divertimento.

Le concordanze giocano sui topoi dell’ allontamento da casa verso un luogo/non-luogo sconosciuto ed insidioso; della complicata intenzione di trasferimento delle proprie radici in una novità produttrice innanzitutto di spaesamento fisico ed interiore, sconforto, conflitto; della ricerca di sé e di un – sebbene precario – equilibrio, dopo il superamento di un viaggio verso l’ignoto vissuto come sfida e prova di forza, coraggio, maturità.

Bene, appurate le basi di “universalità” dei due film onde tentare di spiegare la riproposizione di un argomento oramai estremamente abusato su cui grava l’intero peso del consenso popolare al botteghino, si possono cogliere elementi gradevoli quali la scelta del cast e soprattutto degli attori protagonisti: Matt Damon interpreta il vedovo ancora affascinante, sensibile, dotato di garbo e  mai volgare con le spasimanti recanti in processione vassoi per nutrire (a base di lasagne) la sua prole e tentare di occupare il posto vacante nel cuore dell’uomo; Scarlett Johansson recita un’efficiente, stakanovista lavoratrice dalla bellezza acqua e sapone, segretamente innamorata del novello proprietario dello zoo.

Inoltre la magia di quest’ultimo intendibile come parco dei divertimenti per grandi e piccini e metafora stessa  della vita  costellata di gabbie (in)visibili in un contesto di apparente naturalezza (in esso trionfano i messaggi inneggianti al rispetto per la vita umana e di qualsiasi essere vivente anche mediante l’introduzione di momenti didattici come il metter  fine alla sofferenza della vecchia tigre Scar  soppressa perché gravemente malata); la commistione di immensa gioia e fatica immane per tagliare un traguardo che salverà gli animali dall’abbandono…ma anche le tasche svuotate di Benjamin (illustrato pateticamente dalle apposizioni delle crocette sui numeri del calendario)   rendono gentile ed onestamente “semplice” ossia  poco pretenziosa l’opera di Crowe.

Non mancano locuzioni e frasi ad effetto in odore di aforisma ( pietà sponsorizzata, chìssene, il miglior modo per parlare è ascoltare, nella vita servono venti secondi di coraggio ecc…), così come l’induzione  a sostenere caldamente l’amor vincit omnia virgiliano con un breve monologo sotto la pioggia del figlio maggiore di Benjamin (esso vale come dichiarazione d’amore per la bella cugina della capo-custode dello zoo Kelly e fa supporre, per proprietà transitiva, la nascita di una relazione  tra i due protagonisti adulti tra i quali è intercorso un casto ed inaspettato bacio).

Si accresce via via nella pellicola la fortificazione di alcune doti spesso dimenticate o vanificate dall’umanità quali la pazienza, la speranza anche di fronte ad inarrestabili piogge torrenziali possibili responsabili di un ritardo sulla data di riapertura al pubblico dello zoo.

Non si è di certo ai livelli delle Georgiche, né de La Terra di Dovženko o, infine, de Il pianeta azzurro di Piavoli, ma la ricerca di un rapporto dialettico tra la vita e la morte, l’artificio e la natura, il meccanismo e l’istinto, la città e la campagna, le regole e l’anarchia, il potere e la sottomissione, la salute e la malattia, l’età dell’innocenza capace di insegnare vs quella della maturità rea di arroganza e cecità esiste fortemente benché messa in scena in maniera piuttosto banale e prevedibile.

(Vedi, per esempio, la doppia evocazione come una celeste apparizione, all’inizio e alla fine del film, del volto dietro la vetrina di un bar della moglie di Benjamin insieme alle immancabili fotografie e mielosi filmini familiari salvati sul computer portatile).

Vivere in uno zoo, o meglio comprarlo («Abbiamo comprato uno zoo!» réfrain di Benjamin e della figlioletta: traduzione  del titolo inglese originale  non mantenuta, a torto, poi nella versione italiana che potrebbe indurre a ipotizzare situazioni ridicole e/o grottesche) per considerarlo un’autentica dimora adatta ad esseri umani del XXI secolo appartiene alla gamma dei sogni fantastici in grado di superare la realtà.

Se farne un film significa accoglierli, allora che Cameron Crowe sia benedetto!

Mariangela Imbrenda  

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