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CONTRASTO

Corpo celeste

Analisi politica del cinema. Rubrica a cura di Pasquale D’aiello

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Le omonimie nel cinema italiano sono spesso la spia della degradante tradizione del nepotismo. Sulla base di questo sano pregiudizio avevo sprezzantemente evitato la visione di Corpo Celeste, opera prima di Alice Rohrwacher, sorella della più celebre Alba, giurata della 68° Mostra di Venezia. Ma, spinto da un amichevole suggerimento, ho recuperato  la visione del film.

La prima scena è sufficiente per fare giustizia dei sani, ma in questo caso mal riposti, pregiudizi e lascia comprendere di trovarsi di fronte ad una regia coraggiosa ed originale. Una processione di fedeli è ferma sotto uno squallido cavalcavia di Reggio Calabria in attesa dell’arrivo del vescovo, il prete invita al silenzio, un senso di imbarazzo e miseria scende in quel contesto, senza che vi sia alcuna falsificazione o forzatura. È una descrizione asciutta ma al contempo chiaramente connotata moralmente. La regista non nasconde il suo disprezzo per quella realtà, ma non ha bisogno di “aggiustarsi” la scena per sostenere il proprio giudizio. Da qui prendiamo contatto con i protagonisti, una famiglia di oriundi siciliani, provenienti dalla Svizzera. Tra loro Marta, adolescente in età da Cresima.

Il percorso religioso di Marta diviene la sua chiave di lettura del mondo nel quale è precipitata.  Marta non ha la lucidità per esprimere giudizi, ma ha la purezza e la distanza necessarie per non affondare nelle ipocrisie della chiesa e della società. Il malcostume politico si lega indissolubilmente con il clero connivente e, in solidale connubio, umiliano e deprimono le speranze della gente comune. Un mondo siffatto non può che essere esteticamente ributtante, ovunque prevale il grigiore e un’incontrastata bruttezza. Il brutto penetra ogni fibra della società, persino il Cristo crocifisso, esposto sull’altare, è una volgare icona pop, a testimonianza di una chiesa intesa prevalentemente come struttura umana che rappresenta necessariamente il valore del tempo in cui è immersa. È sempre in chiesa che Marta entra in contatto con la violenza gratuita (la brutale soppressione di alcuni gattini) e meschina (lo schiaffo arrogante della sua catechista) e questi gesti diventano i segni del degrado morale dell’istituzione religiosa.

Alice Rohrwacher sceglie un registro improntato al massimo realismo, sembra volersi inserire nella tradizione del neorealismo italiano e richiama e le atmosfere dei Dardenne,  ma lo fa senza aderire a nessuna regola rigida. La colonna sonora non è totalmente assente ma è cautamente misurata, la MdP perde la stabilità solo in alcune scene di movimento. La fotografia degli esterni ricerca spesso i toni più freddi della luce, insolitamente associati ad una città costiera del meridione d’Italia. E non è certo un caso che il mare non è quasi mai presente durante il film ad eccezione di due passaggi fondamentali: la caduta del crocifisso e la fuga di Marta dalla cerimonia religiosa. Ovvero i momenti di resistenza all’oppressione della chiesa corrotta e corruttrice. Nel percorso di liberazione di Marta assume un ruolo anche un vecchio prete quasi cieco ed abbandonato a se stesso che prova a spiegare alla bambina la presenza di un altro Cristo, capace di arrabbiarsi contri i mercati del tempio e di dubitare della bontà del padre, quando sulla croce arriva ad accusarlo di averlo abbandonato. Sono le stesse parole che sembrano provenire da Marta all’indirizzo di un mondo che non ha saputo comprenderla, ma è troppo giovane per farlo con rancore e, quando finalmente riesce a giungere al mare, accolta dai ragazzi emarginati dalla città, la sua speranza può ancora rinascere (e con lei quella di una buona leva di cineasti italiani).

Pasquale D’Aiello

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