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IN SALA

Thor

Sono gli universali conflitti familiari l’elemento di cui il leggendario duo formato da Stan Lee e Jack Kirby ha tenuto conto per creare “Thor”.

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Un figlio impaziente di dimostrare al padre il suo valore, un fratello geloso e vendicativo, una donna che aiuta un uomo a vedere il mondo con altri occhi.

Sono gli universali conflitti familiari che da sempre danno origine al dramma e di cui il leggendario duo formato da Stan Lee e Jack Kirby ha tenuto conto – ispirandosi alla mitologia nordica – per creare Thor, supereroe targato Marvel che, al di là di cartoon e serie tv, abbiamo già avuto modo di vedere in versione live action ne La rivincita dell’incredibile Hulk (1988) di Nicholas Corea, altresì noto con il titolo Thor e Hulk gli invincibili ed anch’esso concepito per il tubo catodico.

È invece Kenneth Branagh – responsabile di diverse trasposizioni cinematografiche shakespeariane, da Enrico V (1989) a As you like it (Come vi piace, 2006) – ad occuparsi del suo approdo sul grande schermo all’interno di circa 130 minuti di visione in 3D che, con le fattezze del Chris Hemsworth di Star trek (2009), lo vedono bandito dal mistico regno di Asgard e catapultato sulla Terra, dove ben presto vengono inviate malvagie forze oscure.

Infatti, con tripudio di effetti visivi presenti già a partire dalla primissima parte del lungometraggio, immersa in atmosfere dark e costruzioni scenografiche che ricordano sotto certi aspetti La storia infinita (1984) di Wolfgang Petersen e la trilogia de Il Signore degli Anelli, non sono davvero creature mostruose ed esseri giganti a mancare nel corso di quello che possiamo tranquillamente definire il viaggio fisico e spirituale di un uomo.

Viaggio fisico e spirituale non privo di un indispensabile pizzico d’ironia, tra immancabile apparizione del già citato Lee e il Tony Stark di Iron man (2008) citato verbalmente; mentre il look generale richiama alla memoria un certo cinema fantastico degli anni Ottanta (su tutti, I dominatori dell’universo di Gary Goddard), quando non ricorda addirittura la fantascienza del decennio ancora precedente in alcune sequenze spettacolari.

L’esito, però, è tutt’altro che nostalgico, in quanto al servizio di un elaborato non solo destinato a portare in scena personaggi totalmente privi di mordente, tra cui la Jane Foster di Natalie Portman e l’Odino di Anthony Hopkins, ma incapace di coinvolgere perfino quando ricorre all’abbondanza di effetti digitali, i quali dovrebbero suscitare emozioni nello spettatore.

In preda alla fiacchezza imperante, quindi, in mezzo a noiosissimi dialoghi e fracassoni momenti d’azione, viene comicamente l’idea di associare all’insieme proprio il titolo di uno dei più famosi lavori di Branagh: Molto rumore per nulla.

Francesco Lomuscio

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