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IN SALA

Boris – Il film

“Boris-Il film”, ovvero come raccontare con la formula del “road movie da fermi” il complesso paese che è l’Italia, un posto dove l’eccellenza è impossibile.

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RaiCinema collabora alla produzione di Boris – Il film, tratto dall’omonima serie, in onda sulla concorrente Fox da tre stagioni; se c’è dell’auto-ironia nel film (e ce n’è parecchia) parte proprio da qui: produttori e registi sono concordi nel sostenere che, dopo tre serie, “Boris” ha ancora qualcosa da dire e da far vedere dalla sua “boccia rotonda”, che deforma tutta la realtà che lo circonda, e paradossalmente, la raddrizza.

Il film è corale fin dall’inizio, a partire dalla compresenza di tre registi – Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo, già registi della serie – il cui intento non era quello di fare un’appendice del prodotto televisivo, ma una continuazione di quello stesso lavoro, destinata al grande pubblico. Il cinema rappresenta il giusto approdo per narrare la società italiana, attraverso il modo in cui questa viene, a sua volta, rappresentata dalla fiction.

In Boris-Il film tutto sembra convergere nella “Grande Commedia”: i registi parlano di un fenomeno di “televisizzazione” anche nel cinema, ed è questo il punto di partenza , cioè raccontare con la formula del “road movie da fermi” il complesso paese che è l’Italia, un posto dove l’eccellenza è impossibile. Renè Ferretti, il regista, protagonista della serie e del film, interpretato da Francesco Pannofino, molla la fiction per il cinema d’autore, ma alla fine si ritrova a girare un cine-panettone. Resta quindi inglobato proprio in quelle cose fatte “a cazzo de cane” che aveva volutamente smesso di fare. Ma c’è commedia e Commedia, quella fatta per ridere e fine a se stessa, e quella pensata per arrivare alla maggior parte del pubblico, attraverso la risata, dicendo però qualcosa di serio e offrendo l’opportunità per una riflessione. Insomma, una Commedia dove i personaggi vengono capiti, ma non vengono perdonati per un eccesso di cialtroneria e mediocrità.

Per evidenti esigenze di tempo – il primo pre-montaggio durava 3 ore e 5 minuti, rispetto all’ora e 40 minuti della versione finale – il film non ha gli stessi ritmi narrativi della serie, pur partendo dagli stessi personaggi e sviluppando i medesimi tormentoni. Inizia mentre fervono i preparativi per girare una scena della fiction “Il Giovane Ratzinger” nella quale il futuro Papa (interpretato da Pietro Sermonti) corre a rallentatore su un prato, per esultare della scoperta del vaccino per guarire da una malattia fino ad allora letale. René Ferretti non vuole continuare a girare una cosa così brutta, così decide di passare al cinema impegnato, con un copione serio, di denuncia sociale, alla Gomorra. Nel frattempo, Lopez, il direttore di produzione della sezione fiction della rete televisiva, interpretato da Antonio Catania, viene ‘retrocesso’ alla sezione Cinema, e inizia a vivere quello che è sempre stato il suo incubo peggiore: mettersi gli occhialetti alla Gramsci e i maglioncini di pelo (e il porta-occhiali alla Bertinotti al collo) e occuparsi di film impegnati, quelli che “dopo il cinema c’è la radio, dopo la radio c’è la morte”.

Ferretti, Lopez e Sergio, titolare della piccola casa di produzione “La Mattonella”, la stessa che ha in mano un abbozzo di sceneggiatura del film “La Casta” (tratto dal libro di Rizzo e Stella), cercano i fondi presso una grossa casa di produzione, che sembra dare loro l’ok per l’avvio delle riprese. Inizialmente Ferretti si circonda di una troupe altamente professionale e qualificata che però si perde in troppe chiacchiere, tanto che di pellicola – perché il film non deve essere girato in digitale! – se ne gira ben poca. Ferretti liquida la troupe da cinema impegnato e riprende con sé il  vecchio e scalcinato gruppo di lavoro, grazie al quale porta la sua opera a buon punto; sempre presenti accanto a lui, Arianna (Caterina Guzzanti), sua infaticabile assistente e Alessandro, il secondo assistente (Alessandro Tiberi), gli unici due personaggi che credono nei valori quali il  rispetto e il lavoro duro, sia che si tratti di fiction, che di film d’autore, che di commedia.

Anche il cinema d’autore viene messo alla berlina: il personaggio di Marilita Loi, interpretato da Rosanna Gentili, è l’esempio di attrice – che potrebbe ricordare per certi aspetti Margherita Buy – che esercita una sorta di “dittatura dell’insicurezza” sulla troupe, facendo in modo che tutto il gruppo di lavoro le stia intorno, preoccupandosi che si senta a proprio agio. I tre sceneggiatori, interpretati da Valerio Aprea, Massimo De Lorenzo e Andrea Sartoretti vivono una vita dorata e sfruttano il lavoro di un gruppo di “topini” precari (dei ‘gosth writers’), scrivendo copioni di denuncia sociale, che poi si fanno pagare profumatamente (esilarante è la scena in cui iniziano a scrivere per Ferretti soltanto quando hanno verificato il numero di CRO di riferimento del bonifico bancario). E, proprio durante la conferenza stampa del film, un gruppo di precari e stagisti interviene per promuovere la manifestazione del prossimo 9 aprile a Roma, per dire basta al precariato e al “bucio de culo” nel mondo dello spettacolo.

Ferretti riesce a portare a termine il film, che non è quello che avrebbe voluto girare, ma è pur sempre un film. Tra dipartite più o meno rocambolesche, i capricci e le insicurezze delle attrici, le sceneggiature rimaneggiate e gli attori secondari pronti addirittura a pagare per un primo piano, il regista ce l’ha fatta.

Del personaggio Ferretti quello che risalta è l’accanimento, il voler arrivare fino alla fine, ad ogni costo, capendo al volo la psicologia dei vari interlocutori per portarli nel proprio progetto. In un mondo dove ognuno è preso da se stesso, Ferretti capisce che fare qualcosa di impegnato, avvalendosi della collaborazione di veri professionisti, è molto difficile, quasi impossibile.

Boris – Il film rende omaggio alla tradizione del cinema italiano: oltre al cameo del brano La vita è bella di Nicola Piovani, si intravedono in alcune scene le locandine de I Mostri (Dino Risi, 1963) e Indagine Su Un Cittadino Al Di Sopra Di Ogni Sospetto (Elio Petri, 1970).

I titoli di coda sono accompagnati dalla canzone di Elio E Le Storie Tese “Pensiero Stupesce” che, alla maniera della Commedia all’italiana, racchiude in un motivo musicale baldanzoso un testo piuttosto amaro (e vero)  “La TV è come la mafia: non se ne esce  se non da morti/Uno che conoscevamo ci è riuscito però poi si è impiccato”.

Anna Quaranta