Ad ogni costo (Festival di Roma 2010)

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Il collettivo Amanda Flor è tornato. Ma stavolta alza la posta. La produzione, che vede coinvolte anche Officine Ubu, dimostra la volontà di realizzare un’opera più elaborata rispetto alla precedenti, tutte interamente autoprodotte. E i risultati si vedono. A cominciare dalla regia di Davide Alfonsi e Denis Malagnino che, con un minimalismo efficace al limite del documentarismo, mette in scena una storia di disagio, marginalità, incomunicabilità (termine obsoleto, ma che rende l’idea).

Da notare, innanzi tutto, è il radicale cambio di registro del tono narrativo: non si scherza più e il feroce sarcasmo dei precedenti film viene sostituito da uno sguardo rigoroso su una realtà che non concede sconti. Poi subentra l’utilizzo del colore, funzionale ad una ricognizione iperrealista di un mondo ostile, quello delle periferie, insiemi di spazi abbandonati e sconnessi,  in cui spesso opera una sospensione del diritto e dove delinquere diventa l’unica forma di sostentamento praticabile.

La storia è semplice: Gennarino (Gennaro Romano) cerca disperatamente di riottenere suo figlio dopo che gli è stato sottratto dai servizi sociali, i quali pretendono, per riaffidarglielo, che dimostri di aver raggiunto una posizione lavorativa stabile per provvedere al mantenimento del minore.

Pur non essendo un professionista, il protagonista di Ad ogni costo fornisce un’eccellente prestazione: lo vediamo muoversi con la disperazione del padre umiliato nell’ambiente malavitoso della periferia romana, pronto a tutto pur di riunirsi al figlio e riacquistare la dignità che gli è stata sottratta. Dopo aver provato inutilmente ad ottenere un lavoro onesto, non gli resta che buttarsi a capofitto nello spaccio di stupefacenti e, seppur con esitazioni e tentennamenti, tenta di racimolare una cifra che gli consenta di rapire l’amato Pasqualino, per dare inizio, assieme a lui, a una nuova vita. Ma la situazione, già maledettamente complicata, precipita.

Di rimandi cinematografici ne potremmo trovare a bizzeffe, dal primo Pasolini popolare ed epico fino al ‘cinema verità’ di Laurent Cantet e Michael Witterbottom (ma anche dei Dardenne), accostamenti di certo lusinghieri, ma utili a incoraggiare un cinema, quello dei ragazzi del Collettivo, realizzato con risorse ridottissime, eppure assai efficace nell’illuminare quelle zone d’ombra con le quali conviviamo quotidianamente, ma che ci ostiniamo a ignorare. Certo, ci mancano un po’ quella vena di sarcasmo e l’improvvisazione dei precedenti film (avevamo amato molto La rieducazione, e anche Una piccola soddisfazione), ma questo cambio di registro denota la volontà di sviluppare un percorso cinematografico nuovo, sempre più incisivo e, soprattutto, utile a far emergere dall’occultamento sistematico operato da una società ormai post-spettacolare “il reale” traumatico che cova sotto le fondamenta di un ‘ordine simbolico’ sempre più in rovina.

Luca Biscontini



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