37 Torino Film Festival: The Last Porno Show, intervista a Kire Papputs (After Hours)

The Last Porno Show è una storia di fantasmi e in quanto tale è la più cinematografica di quelle possibili. Presentato nella sezione After Hours del Torino Film Festival, del film abbiamo parlato con il regista Kire Papputs 

  • Anno: 2019
  • Durata: 90'
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Canada
  • Regia: Kire Papputs

The Last Porno Show è una storia di fantasmi e in quanto tale è la più cinematografica di quelle possibili. Prima di approfondire questo argomento, preme sottolineare come in tale contesto emerga una delle caratteristiche principali del cinema, che è quella di sublimare la vita, rendendola migliore. Secondo te questa è un tipo di lettura possibile per il tuo film?

Sì. È interessante che a prima vista emerga l’idea di un cinema, quello porno ma anche indipendente, diventato oramai un fantasma, prossimo a scomparire dal mondo. Oggi tutti guardano film Netflix o in streaming, per cui l’idea è quella di un cinema che sta svanendo. Credo, inoltre, che in termini di terapia la sala cinematografica, non solo quelle dei porno movie dove c’è un pubblico particolare, ma anche quelle del circuito ufficiale, possano servire ad avvicinare le persone. Penso siano luoghi in cui la magia del cinema è in grado di trasformare gli spettatori. A me è capitato spesso – e mi accade tuttora -, guardando un film al cinema, di identificarmi con i personaggi. L’effetto terapeutico è garantito.

Parlavamo di fantasmi. Alcuni sono reali e scaturiscono dalla traumatica infanzia del protagonista e dall’irrisolto rapporto con l’eccentrico genitore. Altri appartengono alla sfera del desiderio, di cui il cinema a luci rosse rappresenta una perfetta metafora. Dal punto di vista narrativo i due temi si intersecano e si sviluppano uno dall’altro. Sei d’accordo con questa affermazione e, ancora, come hai elaborato la parte narrativa del film?

Sì, sono d’accordo. Credo che a Wayne quel posto risvegli dei ricordi che di colpo iniziano a riaffiorare. Nel film si ha l’impressione che si voglia sbarazzare al più presto della sala a luci rosse ereditata dal padre per non avere a che fare con il passato a essa collegato. Mentre la storia prosegue, molte di quelle drammatiche esperienze iniziano a riaffiorare. Credo che non solo nel film, ma anche nella vita reale, le persone cerchino di sopprimere la memoria di trascorsi negativi. Per quanto riguarda Wayne, questo succede nel momento in cui si reinserisce in quell’ambiente. Dopodiché, c’è da dire che stiamo parlando di un tipo di cultura, quella dei cinema porno, in via di estinzione. Almeno nel Nord America, di sale del genere ne sono rimaste poche. Ce n’era una a Toronto ma ha chiuso sette anni fa. The Last Porno Show si basa grosso modo su quest’idea e sul fatto che la chiusura di tali esercizi non fa smettere le persone di continuare a frequentare quell’ambiente.

La dialettica tra realtà e immaginazione appartiene anche alla natura delle immagini. Anche qui le due dimensioni non sono distinte ma si sovrappongono senza soluzione di continuità. Come in un’opera di Bergman il passato si materializza davanti agli occhi del protagonista per poi svanire di colpo.

In un film come questo era importante che i flashback risultassero disturbanti. Di solito si usa girarli in bianco e nero, ma in questo caso ho pensato non fosse lo stile più adatto. A me interessava mescolare la realtà con l’immaginazione, far vedere in che modo Wayne è bloccato tra passato e presente. Si tratta di un conflitto che gli complica l’esistenza ed era necessario evidenziarlo meglio possibile: da qui la decisione di flashback dal tono quasi surreale. L’immaginazione e i ricordi a volte non sono bianchi o neri rispetto alla realtà, ma si possono mischiare e confondere al punto da bloccare chi ne è vittima. Alcune persone ne rimangono intrappolate, non riuscendo a distinguere tra passato e presente.

Questa scelta ha il vantaggio di non spezzare mai la progressione della vicenda e di rendere al meglio l’accavallarsi degli eventi nella vita di Wayne. La sala cinematografica è protagonista del film e, come tale, tu ne fai uno spazio fisico ma anche un luogo dell’anima. Esemplare in questo senso risulta la sequenza in cui Wayne entra per la prima volta all’interno del locale: per come è girata sembra di entrare in un’altra dimensione.

Per Wayne la sala del padre è qualcosa che non lo riguarda e da cui vuole tenersi lontano. Essendo la prima volta che vi rientra, dopo così tanti anni, volevo che lo facesse con calma. Per questo lo faccio vedere mentre entra lentamente nel cinema, visitandolo stanza per stanza. Lui è stato lì da bambino, per cui penso sia stato importante mostrare l’ambiente con scene non veloci ma capaci di fargli metabolizzare i sentimenti provocatigli da quel luogo. Ci sono lui e il cinema, nient’altro che distoglie la sua attenzione. Tutto è focalizzato su queste due cose.

A un certo punto, la sala diventa specchio di un subconscio collettivo e individuale, che è poi quello del protagonista. Sotto questo profilo è come essere all’interno dell’anima di Wayne.

Sono convinto che la sala in qualche modo rappresenti un certo periodo dell’industria culturale che oggi non c’è più, e che questa presenza/assenza sia la stessa di cui Wayne è prigioniero. Lui non sa più chi è e cerca di trovare se stesso attraverso le lezioni di recitazione. Mostrarlo dentro un luogo che somiglia a un castello mi permetteva di rendere l’idea di una persona bloccata all’interno del proprio passato.

Nel film è sempre il cinema a dettare la misura della patologia esistenziale del protagonista, come pure la sua guarigione. Dal film pornografico, che apre la sequenza iniziale, a quello dei fratelli Marx, su cui si conclude la storia, ad andare in scena è il decorso di una malattia.

Sì. Credo nella simmetria di alcune cose. Il film è un cerchio, completo: nella scena iniziale lui afferma di rifiutare la pornografia, ma nella scena finale vediamo l’opposto, accettando suo padre e l’eredità che gli ha lasciato. Sin dal principio il locale doveva essere lo spazio della guarigione, perché per me era importante che la sua ripresa avvenisse attraverso il cinema. In principio quel luogo doveva essere oscuro e spaventoso, per poi diventare lo spazio dove lui si ritrova e guarisce. Penso che il cinema possa fare questo. C’è qualcosa di molto speciale nel vedere un film per la prima volta e innamorarsene. Ne ho visti molti, da solo o con altre persone, e sono stati numerosi quelli che hanno avuto effetto su di me. Ora tutti guardano i film su Netflix o Amazon Prime, distesi sul divano della propria casa, ma essere immersi nel buio della sala produce un effetto differente.

È molto interessante la differenza tra cinema e vita reale: tu la fai vedere in un modo molto autentico, quasi fosse vero e proprio entertainment. La vita reale è però un’altra cosa rispetto alla proiezione ideale che ne dà il cinema. Tutto funziona sulle pagine della sceneggiatura; diverso quando le cose si devono fare dal vero. In questo senso The Last Porno Show non è consolatorio. Sul set del film a luci rosse Wayne e Julia non riescono a fare l’amore.

Non mi piacciono molto i film basati sul sesso fine a se stesso, ma per quello che volevo dire era necessario metterlo in campo. Quando Wayne decide di non voler seguire le orme del padre è attraverso la scelta di rinunciare a fare sesso con l’attrice che ne certifica le intenzioni. Per me era importante far vedere questa scena. Penso anche che ci sia differenza tra pornografia e come facciamo vedere il sesso nel film. Non che io sia contro la pornografia, ma qui la differenza è tra fare un film per eccitare sessualmente le persone e fare un film per intrattenerle.

Adotti un tono tragicomico e alcune scene sono esilaranti. Ad esempio quella in cui Wayne per prepararsi alla scena di sesso da fare sul set, in mancanza della sua partner, prova a possedere la televisione. Sembra Cronenberg, ma le metafore sull’alienazione contemporanea si sprecano. Vorrei che mi parlassi della genesi di questa sequenza.

Penso che tu abbia ragione quando citi David Cronenberg con Videodrome, anche se credo che non si possa fare nulla di perverso con una TV, senza in qualche modo pensare a Cronenberg: quella scena in Videodrome è così iconica. In qualche modo, questo è un rendergli omaggio. Io, però, volevo portarla a un altro livello, del tipo: come possiamo fare quello che ha fatto Cronenberg ma in modo più estremo ? Pensavo, inoltre, fosse un ottimo punto di vista dello stato mentale di Wayne in quel momento. Lui ha provato a essere come il padre ma viene respinto dall’attrice, viene respinto da un socio in affari, poi viene respinto da Julia, la donna più anziana. L’unico modo per uscire da questa situazione è diventare come suo padre nei film porno, cioè fare sesso con una TV, avere la donna di suo padre per riuscire a capire cosa c’era nella testa del genitore.

The Last Porno Show è un film sul voyeurismo, ma tu eviti il rischio di realizzare un film pruriginoso, grazie allo stile surreale e a una sorta di black humour che stempera le situazioni più scabrose. In questo senso, il tuo è un film per tutti. Quasi terapeutico rispetto alle nevrosi dell’uomo moderno.

Quando lavoro ai soggetti dei miei film cerco di essere il più autentico e reale possibile. Per questo era importante mostrare la pornografia all’interno di un cinema porno. L’idea di non farlo vedere non aveva senso. È come girare un film in un negozio di scarpe ma non fai vedere le scarpe sugli scaffali: sarebbe insensato. Sapevo sarebbe stato difficile trovare i fondi a causa dell’argomento, ma non avevo mai visto un film che avesse allo stesso tempo una storia tanto drammatica e dei riferimenti così espliciti ai film pornografici e volevo mettermi alla prova realizzandolo. Per quanto riguarda la pornografia non mi disturba, è una di quelle cose che penso non sia chissà che, anche se molte persone hanno un pregiudizio verso di essa, arrivando persino a odiarla. Per me è quasi peggio farla vedere anziché le persone facciano sesso. Ma questa è una mia opinione. Il sesso è qualcosa di molto naturale; tutti facciamo sesso, al contrario di prendere un’arma e sparare alle persone È divertente che sia normale far vedere la violenza estrema, ma non lo sia la visione del sesso. Volevo quindi rendere il fare sesso un po’ più normale. Fare un film in un cinema porno e non far vedere la materia principale sarebbe stata la cosa normale da fare e quella più sicura, ma io penso sia più interessante far vedere le cose come realmente sono, brutte o belle non fa differenza.

Le tue parole confermano ciò che penso del film. Last Porno Show ne avvalora lo spirito indipendente. Avresti potuto girarlo in modo diverso, ma hai seguito invece l’idea che mi hai appena detto. Riguardo alle scene di nudo volevo chiederti che limiti ti sei dato e come hai lavorato in termini di luci e tipo di inquadrature. Quando riprendi il locale dall’esterno mi sembra di riconoscere suggestioni del cinema degli anni Settanta e per esempio del Cruising di Friedkin.

In qualche modo volevo catturate il look del cinema degli anni Settanta, come Taxi driver, ma anche Paris, Texas che mi ha influenzato nell’uso delle luci. Di quelli contemporanei il riferimento è stato Joker. Dal momento che la sala era molto buia e squallida, volevo essere sicuro che anche la fotografia corrispondesse a quell’ambiente. Volevo far sentire alle persone che stavano entrando in un’ambiente inospitale, un luogo dove non avrebbero voluto trovarsi. L’autenticità l’ho ottenuta mantenendo il cinema molto buio, perché nella vita reale le sale sono molto buie e a volte non sai nemmeno cosa vedi. Riesci cioè a scorgere a malapena qualcosa e non riuscire a vedere le cose crea apprensione, disagio. Una sensazione che nasce dalla prima volta che sono andato in un cinema porno prima della sua chiusura a Toronto. Ero insieme a un amico ed eravamo curiosi di vedere come fosse un cinema porno. Dentro era così buio da non vedere il corridoio e le poltrone. Andavamo a tentoni e tutto sembrava assurdo e inquietante. Nel film ho voluto ricreare questa esperienza.

Per la traduzione dall’inglese si ringrazia Cristina Vardanega

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Utlima modifica: 1 Dicembre, 2019



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