Intervista a Franco Jannuzzi, regista di Primula Rossa, il film che rievoca la vicenda di Ezio Rossi dei Nuclei Armati proletari

Ispirato alla vera storia di Ezio Rossi, ex terrorista dei NAP (Nuclei Armati Proletari), Primula Rossa è un'operazione di grande interesse non solo per i temi che affronta ma anche per la libertà creativa con cui lo fa e le capacità produttive che ha saputo mettere in campo. Abbiamo approfondito alcune tematiche con questa intervista al regista Franco Jannuzzi. L'uscita in sala è prevista per il 30 Maggio

  • Anno: 2018
  • Durata: 82'
  • Distribuzione: Fondazione di Comunità di Messina ed Ecosmedia
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Franco Jannuzzi
  • Data di uscita: 30-May-2019

Lo stretto di Messina è un habitat irripetibile che da millenni fa da sfondo a miti, storie e incontri tra terre e culture diverse. Sul versante siciliano, letteratura, storia e scienza si fondono per creare un luogo unico chiamato Parco letterario Horcynus Orca. Prende il nome dall’omonimo capolavoro letterario di Stefano D’Arrigo. Un’opera monumentale, poco nota al grande pubblico, che rappresenta una delle operazioni letterarie italiane più sfidanti dello scorso secolo. La fondazione che gestisce il parco si pone anche come soggetto di trasformazione del territorio in chiave di sperimentazione socio-culturale, avviando numerosi progetti che tengono insieme la valorizzazione del territorio e la battaglia per la liberazione delle energie umane, partendo dalla critica a tutte le istituzioni totali, come i carceri e i manicomi. Queste poche righe introduttive probabilmente non sono sufficienti a delineare con chiarezza gli aspetti originalissimi di questa esperienza che merita assolutamente di essere visitata per essere meglio compresa. La fondazione Horcynus Orca ha prodotto il lungometraggio Primula Rossa, in cui si raccontano le storie di alcuni detenuti negli OPG – Ospedali Psichiatrici Giudiziari, definitivamente chiusi nel 2015. La storia guida è quella di Ezio Rossi, ex componente dei NAP (Nuclei Armati Proletari). È un film originale e coraggioso che rappresenta un tentativo efficace di avviare un dibattito sui temi del recupero e dell’inclusione sociale. Dentro di sé porta tutta l’esperienza e l’inventiva della fondazione Horcynus Orca che ne è stata la principale produttrice. Si tratta di un’operazione di grande interesse non solo per i temi che affronta ma anche per la libertà creativa con cui lo fa e le capacità produttive che ha saputo mettere in campo. Abbiamo approfondito alcune tematiche con questa intervista al regista Franco Jannuzzi. L’uscita in sala è prevista per il 30 maggio.

Primula Rossa è un film di impegno contro le “istituzioni totali”  in una  fase culturale e politica che sembra chiedere più controllo e più repressione al fine di avere più sicurezza: è un film “anti-ciclico” oppure nasce da un’esigenza che prescinde dalla fase?

Da sempre i sistemi di welfare stanno su un crinale: da una parte strutturano meccanismi finalizzati a trattenere il potere sulle persone, controllarne i corpi e le menti, separare; dall’altra parte, possono essere pensati come percorsi di cura umana capaci di restituire potere e libertà. La psichiatria è la più evidente cartina di tornasole di quanto detto: nel 1978 viene promulgata, su iniziativa di Franco Basaglia, la “legge 180” che sancisce la chiusura degli Ospedali Psichiatrici, per affermare la dignità e i diritti di cittadinanza di ogni persona, qualunque sia la condizione sociale e di salute. Nonostante ciò, paure, stigmi ed egoismi hanno perpetuato e riproposto forme vecchie e nuove di istituzioni totali. Al contempo, da allora in Italia non si è più smesso di ricercare e sperimentare modelli evoluti di welfare di comunità, capaci di restituire “potere” e “diritti” alle persone fragili. Il film, seppur per ricerca e sottrazione, vuole far intravedere che grande potenziale di trasformazione si potrebbe generare se tutte le risorse umane, professionali ed economiche, che vengono utilizzate per tenere rinchiusi ed esclusi altri esseri umani solo perché malati, fossero utilizzate per aiutarli a vivere, lavorare ed abitare in un luoghi scelti.

Nel film si raccontano più storie, ma quella presa a rappresentarle tutte è la vicenda di Ezio Rossi, un ex-terrorista dei NAP, condannato anche per l’omicidio della sua compagna. Perché scegliere una storia personale così difficile?

Si tratta di una storia emblematica che permette con chiarezza di riportare la riflessione sulle finalità costituzionali della pena rieducativa e della cura. La storia di Ezio nel film si sviluppa attorno alla relazione con Lucio. Ezio, figlio di due partigiani piemontesi, è un ex terrorista dei NAP (Nuclei Armati Proletari), di estrazione contadina e sottoproletaria, che ha passato gran parte della sua tormentata vita tra microcriminalità, il carcere e la clandestinità. Lucio è uno psichiatra di formazione basagliana. Di una generazione più giovane di Ezio, è cresciuto in una famiglia borghese e ha vissuto gli anni ‘70 da studente. Impegnato all’interno dei movimenti, ha scelto la via dell’impegno sociale anziché la lotta armata.

Il lungometraggio è l’occasione per ripercorrere alcuni snodi cuspidali della storia recente italiana, dagli anni di piombo alla profondissima e attualissima crisi umana degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Fatti visti a partire dalla prospettiva disperata e, in questo caso, violenta di ultimi radicalmente esclusi, laddove la libertà è solo un anelito informe e non trova prospettive positive. Dall’altra parte, il film propone il punto di vista di chi ricerca con impegno civile nuovi possibili orizzonti di giustizia sociale. Il film mostra come Ezio/Ennio e le altre persone internate in OPG trovino una possibilità di comunicazione con lo psichiatra, che incarna la volontà di ricercare strade nuove, perché l’umanità, se autentica, può oltrepassare qualunque differenza, ogni confine e ogni distanza. Un progetto comune e duraturo di vita liberata diviene possibile soltanto quando si costruiscono progetti economico-sociali altri, caldi, inclusivi, generativi, che lottano le mafie e che scelgono come testate d’angolo le persone più escluse. Il film per scelta di sobrietà evita espliciti riferimenti alla paradigmatica esperienza messinese del Distretto Sociale Evoluto, che viene soltanto citata con discrezione nei titoli di coda.

Come pensi che sarà accolta dal pubblico la storia di Ezio Rossi? Esiste un interlocutore ideale a cui è diretto il film?

Il film ha una esplicita finalità didattica. Il suo vero obiettivo è quello di suscitare domande e speriamo diventi l’occasione per riaprire riflessioni serie sui temi che esso attraversa.

I NAP nascevano come risposta alla repressione dello stato e si rivolgevano in particolar modo verso i sottoproletari incarcerati nelle prigioni e nei manicomi giudiziari. Oggi, uno dei suoi militanti esce dal carcere e dall’OPG dopo 34 anni: è un’amara ironia della sorte o rappresenta un destino a cui sono vocati alcuni strati della società?

Le persone vanno giudicate per i reati commessi. Vanno, come dice la nostra Costituzione, rieducate e riabilitate, non semplicemente indicate come pericolose ed estinte dentro un limbo di eterna attesa, negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari o, oggi, nelle REMS. Il disagio mentale e la dichiarazione di pericolosità sociale non possono giustificare gli ergastoli bianchi, non possono giustificare luoghi di sospensione del perdono. Nessuna persona è irrecuperabile. Il film narra la ricerca di strade possibili.

Il film è prodotto principalmente dalla Fondazione Horcynus Orca. Un esperimento unico a metà strada tra storia, arte, letteratura e impegno sociale, posto nella collocazione fortemente simbolica dello stretto di Messina. Quali sono le caratteristiche più determinanti di questa esperienza che hanno dato impulso al film?

La Fondazione Horcynus Orca è lo strumento culturale e di ricerca del Distretto Sociale Evoluto di Messina, promosso e sostenuto dalla Fondazione di Comunità di Messina. Il fascino dell’esperienza messinese, citata con discrezione nei titoli di coda del film, sta nella follia di cercare nuovi orizzonti, nuovi paradigmi economico-sociali di tipo relazionale, che guardano all’uomo nella sua irriducibile complessità e agli uomini nella loro irriducibile unicità. Il Distretto Sociale Evoluto di Messina sta, infatti, sperimentando modelli evoluti di welfare comunitari strutturalmente intrecciati con distretti produttivi di economia civile, capaci di porre la progressiva espansione delle libertà strumentali delle persone più fragili, la continua crescita sui territori di capitale e coesione sociale e la sostenibilità ambientale come vincoli esterni alla logica di massimizzazione del profitto. La Fondazione di Comunità di Messina con i principali membri del Distretto Sociale Evoluto ha sperimentato in questi anni il più importante progetto di superamento degli OPG denominato Luce è Libertà. La metodologia di Luce è Libertà è centrata sull’idea di assegnare a ciascuna persona beneficiaria del progetto un capitale personale di capacitazione. Tale budget ha rappresentato per gli internati in modo simbolico e fisico la concreta possibilità di riprendere in mano la propria vita. Gli internati che hanno aderito al progetto hanno scelto di mutualizzare i capitali di capacitazione creando un fondo dedicato presso la fondazione messinese.

La Fondazione di Comunità di Messina ha investito i capitali personalizzati di capacitazione mutualizzatiper creare un parco diffuso fotovoltaico. La gestione del Parco diffuso fotovoltaico costituisce già di per sé una grande occasione per garantire il diritto al lavoro ad alcuni dei circa 60 ex internati dell’OPG, ma l’aspetto più interessante è che il rendimento di tale investimento sta permettendo e permetterà sul lungo periodo di finanziare le azioni del progetto. Il progetto ha garantito e sta garantendo per un periodo di 20 anni, a partire dal novembre 2009, azioni di sostegno allo sviluppo di sistemi territoriali capaci di generare alternative sui principali diritti delle persone (lavoro, casa, socialità, conoscenza). Parallelamente ed interdipendentemente vengono gestiti, secondo modelli di sussidiarietà circolare, progetti personalizzati di inclusione.

Nel film sono presenti diversi registri narrativi, mescolati in modo originale. Da un lato il repertorio usato in modo crudo e tagliente ma anche suggestivo. Dall’altro, una ricostruzione fictional improntata su uno schema narrativo classico, con anche un’incursione di meta-cinema. Come hai scelto questo punto di mediazione? In che categoria narrativa ascriveresti il film? 

Penso che ormai si possano oltrepassare le classiche categorie narrative. Legami, commistioni tra fiction e documentario sono già presenti nel Neorealismo, nella Nouvelle Vague, nel Cinéma VéritéRossellini e Godard, per esempio. Intrecciare i documenti d’archivio con la fiction è stato molto complicato e questo punto di mediazione è il frutto di una profonda e feconda dialettica col mio montatore.

Il film mi pare nasca in un ambito produttivo esterno ai classici circuiti, pensi che sia uno schema ripetibile per altri film del  cinema indipendente?

Proprio perché indipendente è lecito cercare altre strade.

Utlima modifica: 2 maggio, 2019



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