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37° Bergamo Film Meeting: Neds di Peter Mullan

A Bergamo il cinema duro e puro del regista di Magdalene: con Neds, datato 2010, Peter Mullan ha portato un affondo al profondo classismo delle scuole superiori britanniche

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Ovvero NEDS. Ecco spiegato il titolo del film di Peter Mullan, inserito nella meravigliosa retrospettiva che il 37° Bergamo Film Meeting dedica al coriaceo autore britannico. Rivedere Neds a distanza di qualche anno non ha fatto altro che confermare l’impressione avuta la prima volta: un fottuto capolavoro. Fucking Masterpiece! Scusate, semmai, per l’eloquio non proprio oxfordiano, ma del resto non siamo a Oxford: siamo in Scozia agli inizi degli anni ’70, ed il tappeto sonoro della pellicola riecheggia uno slang particolarmente aspro, spigoloso, scorbutico come quei ragazzi della periferia di Glasgow descritti con una esattezza antropologica da mettere i brividi. Ma è tutto l’ambiente in cui vivono, un ambiente (sotto)proletario dove si impara presto a farsi rispettare o a soccombere, che in Neds risalta con una energia impressionante, a partire dall’apparato educativo coi suoi gironi danteschi. Ed è la scuola un posto nel quale regna, in tutti i sensi, la più rigida divisione in classi. Quello di classe è un concetto da intendersi tanto nella più comune accezione scolastica che in ambito prettamente sociologico, verrebbe da dire persino marxista: sin dalle prime scene si assiste infatti ad una assegnazione dei ragazzi alle varie e diversamente qualificate sezioni dell’istituto che riflette, con brutale cinismo, la loro appartenenza a nuclei famigliari di opposta estrazione sociale, al cui interno si riscontra senz’altro un differente grado di problematicità.

Pur lasciati a sgomitare insieme nel cortile della scuola, i figli sciagurati della working class e i rampolli della upper class appaiono già istradati verso percorsi tra loro incompatibili, sebbene non manchino i casi intermedi o comunque in bilico. Una condizione liminare è proprio quella del giovanissimo protagonista, John McGill, adolescente dotato di un potenziale notevole che però si disperderà presto, tra le vessazioni dei coetanei e l’arroganza espressa in aula da un corpo insegnante, cui il Sergente Hartman di Full Metal Jacket potrebbe fare da nume tutelare: parlavamo di eloquio, straordinarie certe performance verbali intrise di uno humour britannico ad alto tasso di acidità, alle quali i docenti in questione fanno talvolta seguire, in perfetta simbiosi, una bella raffica di bacchettate sulle mani. Istigata tanto dalle punizioni corporali a scuola che dal desiderio di inserirsi nel gruppetto di bulli del quartiere, la metamorfosi dello sperduto John McGill (personaggio il cui rapporto con la violenza, decisamente emblematico, non stonerebbe nelle opere di un Milos Forman o di un Paul Schrader) si dimostra così radicale, completa, a suo modo paradossale, da propiziare un’escalation drammatica di rara potenza, uno sprofondare negli angoli più bui della mente da seguire tutto d’un fiato.
La poetica dello “Once Upon a Time”, le tracce di un racconto di formazione stravolto, si compenetrano in Neds assecondando quel lirismo crudo e violento che, complice un analogo acume sociologico, ci ha fatto pensare immediatamente allo Shane Meadows di This is England. Con la rabbia autentica delle periferie trasferita dall’Inghilterra alla Scozia, dagli anni ’80 al decennio precedente, ma con un comune denominatore evidente. Parte integrante di codesto “fil rouge” è l’importanza data, in entrambe le pellicole, alla musica: la colonna sonora di This is England è forse più ricca, evocativa, ma anche l’opera di Peter Mullan può vantare i suoi picchi: come la rissa feroce scoppiata su un ponte ed accompagnata, per contrasto, da una canzone alquanto soft e allegrotta, ammiccante; o come il continuo ricorrere di un celebre brano dei T-Rex, 20th Century Boy, il cui appeal cinematografico è stato già messo alla prova più di una volta (non ultima la formidabile trilogia di matrice fumettistica prodotta in Giappone ed intitolata, per l’appunto, 20th Century Boy).

Quanto al resto, la natura di apologo violento del film di Peter Mullan non smentisce, ma arricchisce considerevolmente, quel mix di lucidità ed empatia già espresso magnificamente in Orphans e (soprattutto) in Magdalene. Lo scontato parallelo con Magdalene, in cui il rapporto conflittuale con l’autorità e gli scompensi creati dalla severa educazione religiosa (la Croce e i suoi rappresentanti fanno, in entrambi i film, ben magra figura) ci conducono poi di slancio dal Mullan autore al Mullan attore: lo scozzese, che ricordiamo splendido interprete dei film di Ken Loach (su tutti My Name is Joe), incarna in queste due pellicole personaggi rozzi, apparentemente insensibili, che si fanno carico delle più bieche violenze famigliari. Accade così che il genitore alcoolista di Neds abbia con la moglie e col figlio John un paio di scene, nelle quali una tensione quasi intollerabile fende l’aria come fosse un coltello. Un po’ come il Takeshi “Beat” Kitano di Outrage, Mullan sembra rincorrere nelle sue più recenti apparizioni sullo schermo una qualche funzione catartica, un subliminale autodafé correlato al disagio (Suo? Nostro?) di fronte a tanta violenza. Una violenza che comunque, nel caso dell’attore/regista britannico, non è mai gratuita, ma sempre rivelatrice di una determinata condizione sociale. E questo ci riporta di sponda al cinema di Shane Meadows, cui Mullan fa concorrenza anche nella scelta e nella direzione degli attori: qui gli interpreti più giovani, con la loro genuina spontaneità, si integrano perfettamente con il versante più maturo ed esperto del cast. Perciò è bellissimo che il regista abbia voluto celebrare i ragazzi coinvolti nelle riprese, sui titoli di coda, con un album fotografico che scorre solennemente sullo schermo, come a condensare le forti emozioni proposte da quei volti.

  • Anno: 2010
  • Durata: 124'
  • Distribuzione: Movies Inspired
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Gran Bretagna, Francia, Italia
  • Regia: Peter Mullan
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