La promessa dell’alba di Eric Barbier, la trasposizione cinematografica del bellissimo libro di Romain Gary

La promessa dell’alba racconta il rapporto esclusivo, assoluto, tra madre e figlio, nella biografia di Romain Gary. Film, nello stesso tempo, epico e intimo, e storia di formazione

  • Anno: 2018
  • Durata: 131'
  • Distribuzione: I Wonder Pictures
  • Genere: Biografico, Drammatico
  • Nazionalita: Francia
  • Regia: Eric Barbier
  • Data di uscita: 14-March-2019

Con La promessa dell’alba, il regista Eric Barbier mette in scena il bellissimo, omonimo, romanzo di Romain Gary, con l’intenzione di farne un film epico e intimo allo stesso tempo: biografia romanzata, ma soprattutto storia di una formazione che non finisce mai, anche quando i debiti con i genitori si sono saldati tutti, i desideri realizzati, le loro proiezioni concretizzate persino nei dettagli. La vita dello scrittore, ricca di cambiamenti e colpi di scena, è tutta un’avventura. Dalla povertà e il disadattamento infantili, a Wilno, Romain Kacew (questo il vero nome delle sue origini lituane ed ebree) diventerà l’adulto famoso che conosciamo, con gli onori della letteratura, le decorazioni in guerra e il ruolo di console generale di Francia, dove si trasferisce a tredici anni. Incredibile, quanto tutto questo corrisponda alle profezie che la madre, Mina (Nina, nel film, chissà perché) esprimeva proprio nei momenti peggiori della loro miseria. Anzi, più le cose sembravano precipitare, più le convinzioni materne sul futuro luminoso di suo figlio si facevano incrollabili. Mina o Nina prova a farlo diventare un grande musicista, ma le lezioni di violino sono un fallimento; un grande ballerino, ma Romain sembra negato anche per la danza. Nel romanzo, qualche pagina è dedicata al tentativo del canto; per sfortuna, tra lui e le sue corde vocali c’era un totale malinteso. Gli piace dipingere, ma, orrore, i pittori hanno fatto tutti una brutta fine, mentre lui, come D’Annunzio, IbsenVictor Hugo, dovrà provare l’ebbrezza del successo in vita. Detto così viene da pensare, poverino! Ma i giochi nevrotici si fanno insieme, e Romain, a parte una debole ribellione adolescenziale, è complice fin da piccolo e per sempre. Mentre Mina, che potrebbe sembrarci insopportabile, risulta un personaggio simpatico, nella sua inesorabilità, come del resto la ritrae lo scrittore, che avrebbe raddrizzato il mondo e lo avrebbe deposto ai suoi piedi, un mondo felice, giusto e degno di lei finalmente.

Per tenere e contenere l’enorme materiale dell’opera letteraria, e non farsi trascinare dal flusso della narrazione, Barbier costruisce una cornice che funziona, anche se l’espediente è un po’ troppo scoperto e poco originale. Immagina che Gary stia scrivendo La promessa dell’alba mentre è in Messico con la prima moglie e in una crisi di ipocondria si faccia accompagnare in ospedale a cinque ore di distanza. Durante il viaggio e la notte del suo ricovero, lei lo legge, lo incoraggia, si commuove. In questo modo, la storia scorre sotto i suoi occhi e i nostri occhi, in ordine cronologico e comprensibile. Non sarà stato semplice decidere cosa togliere a un libro così intenso. Si è scelto di privilegiare i passaggi che rendono la relazione esclusiva tra madre e figlio, la passione, il comportamento di lei a tratti delirante e ridicolo, l’assoggettarsi di lui, tra l’imbarazzato e il consenziente. Eppure, anche se ogni tanto la sala ride per gli eccessi di Nina, resta invischiata nell’ossessione del legame. Per spiegarlo, Gary raccomanda nel suo romanzo di non scomodare la psicanalisi, che sta prendendo la forma di un aberrante totalitarismo.

A un paio di scene del libro però noi non avremmo rinunciato. La prima vede Romain e Nina appena trasferiti a Nizza, ancora spaesati. Nonostante le privazioni, il ragazzino trova l’immancabile bistecca in tavola tutti i giorni. Solo per lui, però, perché la madre dice che i grassi animali le fanno male, finché una volta non la vede seduta, con la padella sulle ginocchia a intingere il pane nel sugo di cottura della carne. Una situazione insostenibile, che lui descrive come vergogna, impotenza, svirilizzazione, umiliazione, miseria, quasi malattia. Ma poi la madre gli chiede scusa e tutto si ricompone. La seconda è quella in cui, con un Romain, ancora in pantaloncini corti, cercano insieme lo pseudonimo francese per quando sarà famoso, inciampando con rabbia nei nomi importanti a cui hanno pensato altri prima di loro. Addirittura, quando sente per la prima volta parlare di De Gaulle, quindici anni dopo, Romain pensa che se solo fosse stato così bravo, da inventarlo lui, quel cognome, allora sì che la madre sarebbe stata contenta.

Il dramma del libro è puntualmente alleggerito dall’ironia, che il film rispetta sempre; gli umori passano dalla tragedia alla commedia della vita, dalla tenerezza alle lacrime, e in questo gli attori, Charlotte Gainsbourg (Nina) e Pierre Niney (Romain da adulto), sono perfetti. La Gainsbourg ha saputo giocare con la sua età e quella del personaggio, indossando seni finti e trasformandosi completamente nel viso e nel corpo. Ha persino ripreso a fumare per somigliare di più a Nina che consuma compulsivamente una Gauloises dietro l’altra. E ha suggerito di utilizzare un francese con l’accento dell’Est, rivivendo i ricordi della nonna russa, anche lei fuggita in Francia, dopo la Rivoluzione. Pierre Niney, dal canto suo, ha proposto di inserire nel film quel testo (all’inizio del romanzo) che è fondamentale per capirne contenuto e titolo: “con l’amore materno la vita ci fa all’alba una promessa che non manterrà mai; siamo stati alla sorgente troppo presto e abbiamo bevuto tutto. Dovunque andremo, porteremo con noi il veleno dei confronti e passiamo il tempo aspettando ciò che abbiamo già avuto”.

Il film non rinuncia mai alla spettacolarità (due ore e un quarto quasi tutto girato in esterni) spaziando dal Messico al Marocco, da Nizza a Londra, dopo l’inizio a Budapest, in cui si è faticosamente ricostruita la Wilno ebraica che non esiste più. Un lavoro ad altissimo budget, dove il fascino degli ambienti e dei dettagli, della fotografia e della scenografia, coincide con quello della storia privata. Il girovagare di Romain Gary da una parte all’altra dell’Europa, deriso da bambino in Polonia per lo snobismo francese imposto dalla madre, e in Francia in quanto ebreo polacco, corrisponde a quello della sua anima. Loro non ti capiscono, gli dice Nina fin da piccolo e Gary impara a sopravvivere, anzi a vivere nascondendosi dietro diverse identità, con cui da grande firmerà anche i suoi libri, al punto da vincere, caso unico nella storia, il premio Goncourt per due volte. La seconda, sotto lo pseudonomo di Émile Ajar, con La vita davanti a sé, storia struggente che vede l’interpretazione di un altrettanto struggente Simone Signoret nel 1997. Personaggio singolare, Romain Gary, che La promessa dell’alba ci fa amare fino in fondo, e verso il quale il film di Barbier esprime una piacevole lealtà.

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Utlima modifica: 5 marzo, 2019



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