Master Blaster intervista Alberto Bogo, il regista di Terror Take Away

 

Un pò di quiete nel nuovo negozio, tisana allo zenzero e pizza ai peperoni.

Colonna sonora Strani giorni di Franco Battiato.

Dopo un po’ di silenzio, dovuto agli imprevisti ma prevedibili (per tutti, meno che per me) assestamenti post trasloco di casa e attività, riprendo a imbrattare le pagine di Taxi Drivers con un altro ritorno, sicuramente più atteso ed apprezzato del mio.

Dopo aver presentato il suo primo lavoro Extreme Jukebox realizzato a quattro mani con Lionetti, e dopo un periodo di gestazione così lungo da far sembrare i miei ritardi (abituali e straordinari) un esempio di puntualità Svizzera, Alberto Bogo torna a rovinarci la digestione con il suo nuovo lavoro: Terror Take Away.

Un film che, sono certo, non mancherà di farvi passare l’appetito.

Ricordo che seguii con entusiasmo l’uscita di Extreme Jukebox, giudicandolo un prodotto fresco, divertente, immune al solito provincialismo anglofilo che da qualche anno è la malattia terminale di quasi tutte le produzioni artistiche Italiane. Un film ballabile e che ti fa sculettare, pensai, dedicandogli uno spazio predominante all’interno del reportage su un’edizione del Fantafestival particolarmente asfittica. Sicuramente scanzonato, sia per il taglio che per la colonna sonora (nooooooneeee! non la chiamerò mai soundtrack!) rievocante passioni adolescenziali mai del tutto sopite nel sottoscritto. Ed è forse questa la differenza che più lo distanzia dal nuovo lavoro.

Certamente qualche anno è passato e altrettanto certamente Alberto è maturato nella tecnica di regia. Tuttavia è mia ferma convinzione che in questi anni anche il buon Alberto abbia sperimentato la sua buona dose di quei calci nelle palle che il nostro paese non manca mai di riservare a chi come lui (e chi vi scrive) appartiene a quella generazione T/Q (trenta-quarantenni), nota anche come “la generazione bruciata”.

In un paese come il nostro, l’unico in tutta Europa, dove i vari governi invitano bellamente le migliori menti delle suddette generazioni a emigrare in Australia per rifarsi una vita come bibitari o carpentieri, secondo me si parla poco e male di certe problematiche, confinandole tutt’al più in morbosi e vouayeristici polpettoni sentimental/generazionali, intrisi di buonista rassegnazione, visti dal solito, ristretto pubblico di cloni di Nanni Moretti che fingono entusiasmo, pur riuscendo ad arrivare a fine proiezione solo grazie a robuste flebo di caffeina direttamente endovena. Per fortuna ci pensa Terror Take Away a rimettere le cose a posto.

Pur trattando di temi come il precariato, il lavoro sottopagato o persino gratuito, grazie a geniali riforme come l’alternanza scuola/lavoro, Bogo non rinuncia al suo stile. E lo stile, si sa, è tutto! Scordatevi melodrammatici piagnistei alla Muccino o utopistici lieto fine alla Frank Capra. Quando il gioco si fa duro è indispensabile che i duri comincino a giocare e Alberto affida la vendetta generazionale a un satanico porta pizze precario, il cui spettro si può evocare ordinando una determinata pizza, dal menù di una famosa multinazionale della ristorazione a domicilio. Il vostro ordine viene regolarmente recapitato, ma guai a trascurare la mancia al ragazzo che ve la consegna. Il mancato esborso farà materializzare il satanico fattorino. Grosso, muscolosissimo, incazzato come non mai e pronto ad affettare gli avventori più micragnosi con i suoi strumenti del mestiere. Rotelle taglia pizza, pale da forno, mattarelli e tutto l’armamentario più truce che si nasconde in una cucina. In questo contesto un gruppo di precari viene selezionato dalla direzione della multinazionale per partecipare a un reality la cui posta in palio è un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Le regole, ispirate ai sani valori della competizione, sono semplici: non ci sono. L’eterogeneo gruppo di aspiranti pizzaioli offre un interessante spaccato della nostra società tardo giovanile: lo smanettone laureato, la cartomante improvvisata e tettona, l’ayurvedica salutista e lo spacciatore part-time. Un nutrito caravan-serraglio con tutta la pletora di strane professioni nate per meglio adattarsi alle meravigliose sorti progressite che la società liberalizzata ci offre.

Tra nevrosi da grande fratello e agonismi olimpionici la sfida prosegue nella villa dell’amministratore delegato, finché non si arriva all’ora di cena. Cena a base di pizza maledetta, naturalmente. E durante la digestione si scatena l’inferno!

Il film è piacevole, impegnato ma al contempo poco impegnativo. Riesce a far riflettere tra un sorriso e una frattaglia. L’ispirazione ai topos del classico cinema horror è quella di sempre. Solo che il confine tra la citazione e l’ironia è come al solito molto labile. Ci sono il sesso, la droga e il rock’n roll naturalmente, ma setacciati attraverso il filtro disincantato dell’occhio di Bogo. Un occhio che per motivi anagrafici sicuramente conosce molto bene le problematiche affrontate, ma non per questo rinuncia a scherzarci sopra.

Naturalmente potrei fare da solo un’esegesi dell’opera. D’altronde ho la competenza e l’arroganza per parlare al posto degli autori. Anzi, di norma lo faccio con sommo sprezzo della altrui sensibilità artistica. Però ad Alberto voglio bene, l’ho seguito fin dall’inizio della sua carriera e lui di contro non manca mai di ricompensarmi con i suoi film piacevoli e ben fatti. Quindi per una volta mi comporto da persona civile e lascio parlare lui:

MB: Ciao Alberto, è sempre un piacere recensire un tuo nuovo film, anche se a dire il vero non ci speravo più. Quanti anni sono passati da Extreme Jukebox?

AB: Extreme Jukebox è uscito nel 2015, ma lo girammo fra il Novembre del 2011 e il Febbraio del 2013…Per oltre 50 giorni di riprese…Praticamente un parto!

MB: Come mai una gestazione così lunga?

AB: Perché negli anni successivi insieme a Lionetti abbiamo provato a cercare un produttore che cacciasse i soldi per un nuovo film. Ci siamo arrivati vicini più volte, soprattutto con Land of Halloween, progetto di cui rimane online un trailer e che avremmo dovuto girare in Svizzera con un produttore del posto. Poi come succede sempre, non se n’è fatto più nulla. Spero ancora di farne qualcosa di questo ambizioso film, che è una versione più pop, citazionista e “bogosa” de La città verrà distrutta all’alba. Comunque, una volta saltato questo progetto, ero abbastanza disperato e pronto a mollare tutto, se non fosse per la produttrice Sonia Passarelli che mi ha esortato dicendomi “scrivi un lungo basato sul tuo corto in pellicola!” (Fotografato dal maestro Luca Bevilacqua). Allora mi sono messo sotto e bello incazzato ho scritto in un solo mese Terror Take Away. Poi però mancava metà del budget, le location etc. E a quel punto è giunto in soccorso il produttore David Ferrando, senza il quale questo film non ci sarebbe! Ecco com’è avvenuto il miracolo.

MB: Un trucco della critica, quando si vuole demolire un film tra le righe, è quello di parlare per ultimo degli aspetti che non sono piaciuti, in modo che essi rimangano inconsciamente più impressi di quelli positivi nella mente del lettore. Però, a me il film è piaciuto molto, quindi ti va se ci leviamo subito il dente parlando delle mie poche perplessità?

AB: Ma certo! Dovremmo essere ancora in democrazia, giusto?

MB: Lo so è una rottura di scatole, però mettiti nei miei panni. C’ho un grande capo che mi guarda e devo fare in qualche modo finta di essere un critico serio, quindi qualcosa devo pur criticarla. Partiamo dalla scelta della colonna sonora. Come ho già detto sopra, nel film, oltre alle dovute secchiate di sangue (e ci mancherebbe altro!) c’è il sesso,  c’è la droga, ma di rock’n roll ce ne sta veramente pochino. Considerando i tuoi precedenti la scelta un po’ mi stupisce. Come mai hai ammorbidito i suoni? non mi starai diventando un fan di Tiziano Ferro?

AB: Con la colonna sonora non volevo ripetermi. Dopo l’indigestione di rock e metal del mio primo film non volevo cedere alla tentazione di copiare me stesso e quindi mi sono allontanato volutamente dai territori che amo. Credo che Fabio Cuomo con la sua abilità abbia donato al film un senso di malinconia e decadenza che ben si adatta all’umore del testo. In futuro, però, mi piacerebbe ritornare a sparare un po’ di decibel! Il rock è il posto da cui tutto è partito. Sono una rockstar mancata in senso professionale, ma la vita che vivo è un po’ da rockstar! Diciamo che non mi capita mai di annoiarmi. C’è sempre qualche casino, qualche sorpresa inattesa, qualche incidente…

MB: Mi sono fatto l’idea che la scelta musicale sia dovuta anche alla complessità delle tematiche affrontate.  In qualche modo ci ho preso?

AB: Come detto sopra, questa volta ho preferito “delegare” di più ai miei collaboratori diverse scelte. Credo che quello di delegare a uomini di fiducia sia un atto bellissimo da parte di un regista, giocare con la propria soglia di “perdita del controllo”. Fabio Cuomo, musicista sopraffino, ha portato il mio film in territori inesplorati, territori che ero solo riuscito a sfiorare con la mente.

MB: Certo, l’horror per la sua natura ribelle e contestatoria è un genere che si presta molto ad analisi politiche e a denunce sociali. Tuttavia mi viene da pensare più alle atmosfere cupe di Romero che non al feroce sarcasmo che caratterizza Terror Take Away (madonna mia! ma un titolo più corto no?). Quanto consapevolmente hai deciso di usare un taglio ironico? Oppure, rovesciando la domanda, quanto consapevolmente hai deciso di inserire delle tematiche così serie  in un film ironico?

AB: L’ironia mi appartiene da sempre. Persino Lars Von Trier ha sviluppato uno stile ironico a modo suo. Si, uso l’ironia in modo molto consapevole. Del resto chi mi ha conosciuto negli anni ‘90 quando cantavo nelle band rock, si ricorda di me come una sorta di boh. Insomma ero un provocatore nato, un giullare un po’ psicotico, lo sono sempre stato. L’ironia è uno spillo che deve pungere lo spettatore nei momenti giusti.

MB: Hai goduto anche tu dei piaceri del lavoro somministrato, atipico, precario, a tempo determinato e chi più ne ha più ne metta?

AB: Come ricordo sempre, ho iniziato a girare Extreme Jukebox quando ero disoccupato e si, ho potuto godere del sussidio due volte e avuto contratti precari, ma non sono mai stato a casa a girarmi i pollici, non mi sono mai sentito un “disoccupato”, perché il mio tempo l’ho sempre occupato in modo costruttivo. Nel film come vedrete c’è un discorso ambivalente rispetto al mondo del lavoro. Volevo riflettere sugli effetti del precariato ma senza deresponsabilizzare chi il precariato lo “subisce”. E comunque il risentimento che mi è capitato di provare verso certe situazioni è sincero ed ho cercato di metterlo tutto nel film. Quando l’ho visto la prima volta per intero, in effetti, l’ho trovato “nerissimo” il mio film, molto più di come lo avevo immaginato.

MB: Parliamo del budget (d’altronde sei pur sempre genovese). Guardando il film e facendo gli inevitabili paragoni con Extreme Jukebox, ho notato una maggiore cura tecnica e ho pensato che anche il budget fosse di molto superiore. Invece mi hai detto che non è così. Confermi?

AB: Non posso parlare del budget per problemi contrattuali ma ti prometto che se qualcuno mi finanzierà un terzo film, lo renderò noto. Quello che ti posso dire è che mi riconosco la capacità di sfruttare delle risorse esigue in un modo molto efficace. Del resto, non sono un regista figlio di papà ma uno che è uscito fuori da una delle zone più degradate di Genova e che lavora da anni nel sociale, quindi ho imparato come “fare le cose con poco”. Ora però ho già fatto due film cosi e mi sono un po’ rotto i coglioni, quindi il terzo che me lo facciano fare con un budget decente! Rido!

MB: Allora cosa è cambiato? Lo staff, i mezzi, gli attori, te?

AB: L’esperienza sicuramente, la fame rabbiosa di fare un secondo film che fosse un film di stomaco ma realizzato con un po’ di testa, i mezzi perché il d.o.p. Brace Beltempo è uno molto sul pezzo e siamo riusciti a girare tutto il film in 12 giorni con ritmi da cocainomani ma usando come sostanza solo tanti bei caffè, e abbiamo girato pure in 4k! Poi la furbizia di girare tutto o quasi in un’unica location (e qui ringrazio il produttore David Ferrando) ed il fatto che collaboratori del mio primo film come Davide Riccardi (special fx) e Davide Battaglia (scenografie) nel frattempo erano ancora migliorati nel loro modo di lavorare. Per ultima cosa, ma doveva essere la prima, metto i miei attori: un gruppo fantastico di professionisti.

MB: Rispetto agli esordi con Lionetti com’è lavorare in solitaria?

AB: Con Lionetti continuiamo sempre a scrivere, perché con lui mi diverto un sacco e ha sempre buonissime idee, che stiamo mettendo in un nuovo horror, ma Terror Take Away dovevo scriverlo da solo perché era più intimo come tema e poi avevo tanta rabbia dentro che ho scritto tutto con una tale velocità. Non mi sono nemmeno accorto di aver terminato la sceneggiatura in meno di un mese. Io amo scrivere, e lo so fare benino anche da solo, ma scrivere con altri di certo ti da altri tipi di stimoli, peraltro da poco sto scrivendo anche una sceneggiatura non horror con una nuova collaboratrice, la talentuosa Rosalba Vangelista.

MB: Parliamo del diabolico porta pizze. Diciamo che le physique du role ci sta tutto. Dove lo hai pescato?

AB: Ahaaha ti piegherai dal ridere! Il grande Max The Killer è mio cugino Fabrizio Zanello, che nella vita è un personal trainer di successo, molto amato a Genova. Lui è una persona dolce e buona e quando ero piccolo mi prendeva in braccio e mi sembrava di salire su un grattacielo. Lui non è un attore, ma di certo ho pensato che non avrebbe avuto problemi a muoversi, visto che nella vita ha praticato decine di sport diversi. È stata una delle scelte di casting di cui vado più fiero. Ovviamente l’ho presentato agli altri attori solo ad inizio riprese.

MB: Mi sembra di aver visto in giro altre facce conosciute tra gli attori ma visto che l’arteriosclerosi avanza non ricordo dove. In breve mi dici le loro storie professionali o amatoriali?

AB: Molti degli attori del mio film provengono dal teatro Stabile di Genova, per primo Marco Sciaccaluga, che per molto tempo ne è stato anche il direttore, oltre a essere un nome fondamentale del teatro in Italia. Fiorenza Pieri è la nostra diva, ha lavorato coi Licaoni più volte ed è una bravissima attrice di teatro, oltre ad essere attiva nel mondo degli spot. Roberto Serpi è un celebratissimo attore di teatro, uno di quegli attori che i registi pregano di avere sul set almeno una volta nella vita. Andrea Benfante ha fatto tante cose in tv ed al cinema e fa spettacoli comici in giro per l’Italia. Poi ci sono i giovani che, ovviamente, erano all’esordio col cinema, ad eccezione di Selene Feltrin che ha fatto un film e mezzo col d.o.p. Brace Beltempo.

MB:  Le misure di Elvira Moccolato?

AB: Ah ah, chiediamogliele! Lei è una ragazza straordinaria, pensa che è l’attrice con cui ho provato di meno, ma nello stesso tempo quella con cui sono entrato più in confidenza, non ho dovuto quasi spiegarle nulla. Ci siamo capiti al volo!

MB: Ti sei anche regalato un cameo. Ti senti un pò Hitchcock?

AB: Mi sento un po’ uno che vuole risparmiare con le comparse, ahahahh. La verità è che mi piace fare il coglione e che recitare mi sfoga, quindi cerco sempre di ritagliarmi un ruoletto creato ad hoc per me. In questo caso mi sono tagliato molto in fase di montaggio, ed ho girato la mia scena l’ultimo giorno di riprese. Mi diverto, non sono un attore e non pretendo di esserlo, ma ho la faccia come “il sedere” e allora la uso!

MB: A parte il grande Alfred quali altri autori occupano il cuore di Bogo?

AB: Alfred sicuramente. John Carpenter su tutti, l’ho anche visto in concerto a Torino tempo fa. Lui ha influenzato il mio immaginario fin da quando ero piccolo e da li niente è stato più lo stesso. David Cronenberg per la coerenza tematica e autoriale, John Landis per il suo modo di fare crossover e per l’ironia, poi David Lynch, Lars Von Trier, Beat Takashi, Lucio Fulci, George Romero, Rob Zombi, Richard Stanley, George Miller, e tanti altri ma questi sono quelli che tornano sempre.

MB: Come sempre abbondi di citazioni e omaggi anche in Terror Take Away. Ne sveliamo qualcuna?

AB: Beh, si. Davvero i miei film sono cosi tanto citazionisti che spesso pure io mi ci perdo dentro. Ad esempio nella parte iniziale c’è più di un richiamo evidente a Suspiria di Argento; Elvira ovviamente si chiama cosi in onore dell’Elvira dei due film, e la stessa cita Beetlejuice di Tim Burton con la frase “La mia vita è una camera oscura, un’unica immensa camera oscura”. Poi ci sono innumerevoli citazioni che riguardano la mia sfera personale, su quelle se vuoi un giorno ci scriveremo un libro! Alcune sono davvero assurde!

MB: Per quelli che dopo quest’articolo non potranno più vivere senza vedere Terror Take Away che soluzioni di distribuzione ci sono?

AB: Per tutti loro ci sono grandi notizie! In Italia il film uscirà al cinema grazie a Movieday, prima con una serie di anteprime in grandi città a partire dalla fine di Ottobre e poi in tutta Italia il 31 Ottobre 2018 proprio ad Halloween! Movieday darà la possibilità di prendere i biglietti già dal Giugno di quest’anno e per gli spettatori che acquisteranno anticipatamente il biglietto ci saranno grandi sorprese, fra le varie: la possibilità di fare incontri al buio al cinema con persone dell’altro sesso o dello stesso e il mitico effetto Pizzorama, ideato da me e dal montatore e produttore Lucio Basadonne, il genio che sta curando la campagna promozionale. Poi non dico ancora niente sull’uscita del dvd Italiano, che sarà davvero un’edizione speciale col (fra le altre cose) il documentario sul film realizzato da Andrea Fallacara, una chicca!

MB: Festival?

AB: Vediamo, abbiamo iniziato da poco a mandarlo in giro, ma questa volta non sono la mia priorità. Il film lo abbiamo presentato anche al mercato di Cannes ed ha avuto un riscontro sorprendente. Insomma, si sta muovendo un certo interesse.

MB: Resisti Alberto, abbiamo quasi finito. Dimmi una cosa che vorresti dire di questo film e che per mia insensibilità non ti ho chiesto.

AB: Spero che le persone questa volta vengano al cinema a vederlo questo film, spero che il pubblico venga per condividere qualcosa, per passare una serata spensierata e magari anche solo per un secondo, farsi venire un dubbio, spero che la gente per un’ora e mezza abbia voglia di sentirsi meno sola e magari si trovi la fidanzata-fidanzato o si dia un bacio durante la proiezione…Che piuttosto che rimanere apatica lanci ortaggi al regista gridando che il film è una merda! Insomma, in alcuni di questi eventi, mi piacerebbe trovarmi in mezzo ad una situazione umana e non disumanizzata.

MB: Almeno tu lo leggerai quest’articolo?

AB: Certo che si! Mi piace tantissimo come scrivi, dico davvero! E vedrai, non sarò il solo!

MB: Progetti per il futuro?

AB: Il film horror che sto scrivendo con Lionetti e che è davvero una bomba! Un provocatorio documentario sul sesso che, ormai sono piuttosto sicuro, girerò prossimamente insieme a Lucio Basadonne ed infine la sceneggiatura di questo per ora misterioso film che sto scrivendo con Rosalba Vangelista. Vabbè dai lo diciamo di cosa si tratta? No dai, per ora non diciamolo!

MB: Ok, abbiamo finito! Se mi leggi, sai che all’inizio e alla fine di ogni pezzo do dei suggerimenti musicali di sottofondo. Visto che sei mio ospite, scegli te il brano di chiusura.

AB: How you gonna see me now di Alice Cooper perché in questo momento la sento molto mia.



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