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Mudbound, il film sul razzismo dell’America degli anni ’40, tratto dal libro di Hillary Jordan e diretto da Dee Rees, su Netflix

Mudbound, tratto dall'omonimo libro del 2008 di Hillary Jordan e diretto dalla regista e co-sceneggiatrice Dee Rees, racconta una vicenda piccola e insieme grande dell'America degli anni '40

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C’è stato un fotografo americano che ha rappresentato l’America dopo il secondo conflitto mondiale girando per tutti i cinquanta stati. Di tutte le fotografie le più intense erano quelle fatte negli stati del sud e Robert Frank, così si chiama il fotografo, ha impressionato tutto ciò che poteva, ha detto tutto quanto senza filtri nel bene e nel male.

Mudbound, tratto dall’omonimo libro del 2008 di Hillary Jordan e diretto dalla regista e co-sceneggiatrice Dee Rees, racconta una vicenda piccola e insieme grande di quell’America degli anni ’40 e di quella realtà di cui pochi anni dopo Frank avrebbe dato una perfetta rappresentazione.

Il film presenta la storia di due famiglie, una bianca e una nera, che vivono nel Mississippi, quindi in quei territori sudisti dominati dal razzismo e da una politica disumana. I McAllan, i bianchi, sono il rude ma non così cattivo capofamiglia Henri (Jason Clarke), la moglie Laura (Carey Mulligan), gentile e acculturata ma infelice in quella vita di campagna, due bambine e il padre di lui, Pappy (Jonathan Banks), incarnazione del male del razzismo. I Jackson, i neri, invece sono Hap (Rob Morgan) e Florence (Mary J. Blige), genitori protettivi coi propri figli; la madre soprattutto li guarda e di loro sa tutto, mentre, invece, il padre porta sulle spalle il peso della condizione di inferiorità, sognando un giorno di poter acquistare il podere in cui vivono e per cui lavorano.

Entrambe le famiglie hanno due figli chiamati alle armi in Europa, Ronsel Jackson e Jamie McAllan, che al ritorno faticano a riprendere in mano la loro vita, i quali si incontrano, condividendo tante cose. Jamie, soprattutto, subisce il disturbo da stress post traumatico, e nella ricerca di qualcuno che lo capisca e che lo aiuti a ricominciare nelle sue giornate diventa amico di Ronsel, nonostante questa amicizia sia di fatto impossibile. Inoltre, ormai, il varco tra i genitori e i figli è invalicabile, questi ultimi sono stati in Europa a combattere, hanno vissuto un’esperienza incomprensibile per le loro famiglie, hanno visto, nonostante la guerra, un mondo diverso e più emancipato; si sta sviluppando il seme di una generazione che ha poco del conservatorismo di quella precedente e che, quindi, non può e non vuole ripartire con le mani nella terra, a fronte di un corpo e una mente cambiati. Tale contrasto genera un devastante mix di conflitto e crisi.

In questo intreccio, la vita delle due famiglie prosegue su binari paralleli, incontrandosi in molti punti e questo serve per focalizzare ancora certe questioni. È una storia antica quanto il cinema, si pensi al Griffith di Nascita di una nazione, in cui gli eroi sono membri del Ku Klux Klan, oppure ai western di Ford, in cui il diverso è un nemico da cui guardarsi le spalle. Il protagonista che tacitamente accompagna la vicenda è il razzismo delle leggi Jim Crow che, soprattutto negli stati del sud, venne perpetrato per creare e mantenere la segregazione, usando biecamente la dottrina di facciata “separati ma uguali“. A differenza delle classiche pellicole sul razzismo, però, qui la narrazione viene edulcorata dalle note personali e intime dei protagonisti, riuscendo a non scadere nel melodramma, rimanendo ancorata al suo aspetto più storico e drammatico.

Per Mudbound, presentato al Sundance Film Festival 2017 e candidato a quattri premi oscar (attrice non protagonista, sceneggiatura non originale, fotografia, canzone) è stata fatta una scelta curiosa, poichè è uscito su Netflix e non al cinema. Non ci si dovrebbe stupire più di tanto, perchè ormai svariati cineasti preferiscono la nuova piattaforma rispetto ai canali tradizionali di distribuzione, ma considerando che si tratta di un film per alcuni versi monumentale, fatto di paesaggi e inquadrature lunghe e con materiale storico, questa scelta potrebbe apparire azzardata. Invece no, perchè non è il classico racconto sul razzismo, sulla lotta dei neri contro i bianchi; è sicuramente tradizionale nella sua forma primogenia, d’altronde la stessa regista ha detto di aver voluto fare un lavoro tradizionale, anche se certe vie intraprese non sono tanto classiche. Per esempio la bellezza della vita di campagna non si vede, Laura la racconta come un abituarsi a tutto per inerzia; il sabato come unico giorno atteso perchè ci si può lavare; sgozzamenti e continue uccisioni di animali; fango, pioggia, di impossibilità di avere vicino i servizi necessari, essere lontani dalla civiltà; aver cominciato anche a pensare in marrone come il colore della terra. Non si vedono tramonti, fazende, campi rigogliosi, tavole apparecchiate, ma baracche piccole e poco accoglienti per i bianchi, ancor più anguste per i neri, perchè ciò che Rees vuole comuniciare è la durezza e non la bellezza, e in questo racconto di fatto si parla di asprezza nel particolare e nell’universale.

Il budget limitato di soli dieci milioni di dollari ha portato la regista insieme alla direttrice della fotografia Rachel Morrison a premunirisi di accorgimenti che hanno meglio reso quelle ambientazioni: usando un obiettivo anamorfico per riprodurre l’immagine originale si è tornati indietro nel tempo come a voler dipingere una tela privata, però, della sua elegia e sostituita con le asperità della realtà e del tempo presente. Come spiegato da Rees, a fare film in cui la bellezza della fotografia e della luce hanno la prevalenza ci pensa Terrence Malick, invece lei ha deciso di girare in ambienti piccoli con poca luce, sfruttando il più possibile quella naturale, per estrapolarne tutto il potenziale drammatico.

La scelta probabilmente più riuscita dell’intero film è quella di usare pochi ma significativi dialoghi e, soprattutto, di affidare la narrazione a sei voci, ai pensieri dei protagonisti, creando così un fil rouge tra il sentimento elegiaco, triste e malinconico, la forza del racconto epico e il realismo crudo. Attraverso i pensieri dei personaggi, che passano nelle voci fuori campo, si comprendono le dinamiche di repressioni, sogni, speranze, rinunce, odio, amore, che vanno oltre il film stesso e che, ovviamente, fanno provare rabbia, impotenza, commozione.

La pellicola dura più di due ore, e se nella prima parte il ritmo risulta più lento, nella seconda scorre più velocemente, poichè quello che appare è un percorso di evoluzione continua e graduale. Con il ritorno in patria dei due ragazzi le dinamiche cambiano continuamente, e se con gli sguardi, le parole e il non detto dei personaggi (il film va visto in lingua originale, perchè altrimenti certe sfumature non verrebbero colte) viene tramutato il corso della cronaca, i piani e le idee che ci si è fatti su alcuni di loro con azioni anche inaspettate segnano, invece, uno spartiacque tra un prima e un dopo nonostante lo sfondo deprecabile.

Da segnalare le prove recitative di Carey Mulligan e Mary J. Blige, insieme a quella dei due ragazzi Garrett Hedlund e Jason Mitchell, soprattutto perchè sono riusciti a trasmettere il messaggio di empatia e speranza in un futuro migliore, di amicizia e amore nell’efferatezza generale, e di questi tempi ce n’è bisogno più che mai.

Ilaria Piva

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  • Anno: 2017
  • Durata: 132'
  • Distribuzione: Netflix
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Dee Rees