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FULL OF GRACE

“Le cose belle”: il caso, il sogno e la vita

Appunti discontinui e cinefili. Uno sguardo sul cinema d’autore. Rubrica a cura di Maria Cera

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Tantè bellè cosè! – A Napoli così si dice, e Agostino Ferrente e Giovanni Piperno mi hanno svelato il senso di questo augurio del quale coglievo solo un superficiale ‘In bocca al lupo!’, quando mi veniva diretto:

Non posso dirti che le cose brutte non ti accadranno, ma ti auguro che le cose belle siano molte, molte di più…“.

Doc nascosto, in proiezioni centellinate, poco pubblicizzato, cresciuto con il passaparola, catalizzatore di premi e riconoscimenti. Come al solito non valorizzato da un circuito italiano cieco e autodistruttivo. Eppure Le cose belle è davvero prezioso. Nel rivelare, universalizzandone la condizione, lo scarto tra la potenza e l’atto esistenziale, tra lo stato ideale, propositivo più puro dell’ingresso nella vita di acerbi uomini e donne e la trasformazione che la condizione ambientale, affettiva, sociale, caratteriale imprime a quel nucleo-embrione che ognuno ha in sé, germe di sogno, di rivelazione, destinato il più delle volte a svanire, rimanendo impresso come una cicatrice, segnale di riconoscimento di se stessi diventati altro da quei sogni, altro da quella purezza, ma in fondo sempre conformi al ‘marchio di nascita’. Le cose belle di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno sceglie Napoli come territorio in cui mostrare nella sua vividezza questa umana scissione. La Napoli reale, lontana da cliché e cartoline, recisa dalla borghesia che non è della stessa razza dei veri cittadini di un luogo simbolo per eccellenza del contrasto tra potenza ed atto. I due registi uniscono visivamente questi estremi nell’intuizione di proseguire dopo 13 anni il racconto di 4 adolescenti impressi nel 1999 in occasione del doc Intervista a mia Madre. Silvana, Adele, Enzo e Fabio vengono così, tra passato e presente, resi in tutta la loro essenza meravigliosamente uguale a se stessa, nonostante l’inevitabile scissione che la durezza e il vuoto di margine di Napoli destina ai più dei suoi figli.

Silvana vuole diventare modella, è una ragazzina magra, che incarna a sua insaputa tutto il peso dell’essere-esistere, catturata nel fare le pulizie di una casa, dentro una famiglia, uguale a tante tra disagi economici, urbani e sentimentali, dove l’evasione, il sogno, nascono dall’oltre più prossimo e democratico che un televisore proietta e imprime negli occhi di chi desidera bellezza. Adele, invece, è nata con la musica nel sangue, pulsante ragazzina-maschiaccio, con uno spiccato ego di richiamo di attenzione, di riscatto da una famiglia da cui ha assorbito il peso della scontatezza. Enzo vorrebbe studiare al conservatorio musica, la sua giovane voce accompagna il padre a suonare nei ristoranti, dentro una serietà e un aristocratico incedere nel parlare, nell’osservare, così ‘volgare’ (per distanza) dall’ambiente che contiene quel bambino, che rivendicherà come proprio, e che impietosamente richiamerà a sé. Fabio, il ‘calciatore senza speranza’, cinicamente disilluso-scioccato da una perdita importante di cui porterà appresso il peso e il recondito messaggio di non senso della vita, rispetto alla quale il rifiuto ai sacrifici, alle responsabilità sarà il suo atto di ribellione più alto.

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Ferrente e Piperno sono stati bravi innanzitutto nell’identificare personalità capaci di incarnare al meglio una specificità dove ognuno reca in sé un’inquietudine che esprime un male di vivere sentimentale, di percezione di se stesso e del mondo che lo contiene. Un ribellarsi ad un destino già scritto, un ribellarsi che grida più di altri, che è fatto della affascinante magrezza e malinconia-sofferenza di Silvana (la Mouchette bressoniana), nel suo accettare indefessamente il tenere i pezzi sfaldati di una famiglia tra salute, guai giudiziari, separazioni. Della carnalità di Adele, che quel ritmo che la spingeva sin da ragazzina alla lap dance l’ha sempre alimentato, nonostante il matrimonio e la figlia, ritmo sua unica vera voce, guida che in qualche modo passi in avanti le fa compiere. Della ‘ingenuità sana’ di Enzo, beffato più di tutti ma sempre puro nel guardare al mondo, mai incattivito, mai disumanizzato interiormente. Della strafottenza di Fabio, che prende a schiaffi quel destino che gli è toccato, in una apatia da cui trarre la positività che può dare.

Indimenticabili, nella loro crudezza e densità espressiva, gli esterni-interni di una Napoli mai così autentica sia nel degrado che ci mostra, sia nell’umanità che rivela: pezzi di cuore di un reale dove più che mai si apprende quanto viviamo gettati dentro un buco nero, quanto la purezza venga immediatamente contaminata da una pura causalità di caduta. Tutto sta in come cadiamo e dove cadiamo quando veniamo al mondo.

Unico piccolo neo de Le cose belle, il confine della privacy-invadenza (pericolo sempre dietro l’angolo quando si documenta in ‘stile reality’). A volte se ne avverte il superamento indebito, nelle incursioni decisamente troppo intime per non rimanere dubbiosi sull’opportunità di un voyeurismo un po’ accanito e fine a se stesso.

Maria Cera