Antonio Racioppi: il ricordo

Antonio Racioppi e Giovanni Berardi

Lavinio in quei primi giorni di settembre era ancora la classica cittadina di mare; la giornata di sole incideva fortemente in quel senso, la sua popolazione, di fatto, era ancora triplicata ed in questo traffico, caotico già da via Antonio Gramsci a Nettuno, noi non avevamo avuta alcuna difficoltà a percepire che il quadro che ci stava accompagnando sembrava uscire nettamente da una inquadratura di Tempo di villeggiatura, il film che segnava l’esordio nel cinema di Antonio Racioppi, il regista e commediografo che tra l’altro stavamo andando a trovare nella sua casa di Lavinio. Non avevamo avuto remora alcuna ad immaginarci in mezzo a questo traffico assolato e disordinato, intenti ad imprecare e a sbraitare, proprio come facevano  Vittorio De Sica e Abbe Lane nella finzione del suo film d’esordio, girato nel 1956, un esordio che fu voluto e caldeggiato dal regista Luigi Zampa e dagli sceneggiatori Agenore Incrocci detto Age e da Furio Scarpelli. Ora che Antonio Racioppi è morto, il 26 di settembre, questo episodio ci ritorna alla mente proprio come una netta testimonianza di affetto e di riconoscenza. Antonio Racioppi era un uomo buonissimo, di una sensibilità davvero disarmante, spesso eravamo ospiti a casa sua dove potevamo finalmente parlare di cinema attraversati solo dalla grande passione, anche da una grande malinconia di ritorno, che immancabilmente, seduti al tavolo di lavoro, ci attanagliava. Attraverso le finestre di casa Racioppi poi, affacciate sul mare di Lavinio, l’ombra del Circeo, ed anche la sagoma di Torre Astura, facevano spesso capolino. Erano queste immagini, e lo ricordavamo spesso tutto sommato, una autentica e magnifica opportunità di poesia.

Quel pomeriggio, infatti, nel terrazzino di casa,  Antonio Racioppi aveva iniziato le prove della sua nuova commedia, la ventinovesima,  Il sorriso della speranza.  Il terrazzino di casa Racioppi era infatti tramutato in un palcoscenico, per l’occasione delle prove, un proscenio più simulato ed immaginato in realtà, a cui eravamo invitati a restare, unici spettatori, e dove gli attori sotto gli occhi vigili ed impietosi del regista davano corso all’adattamento ed alla interpretazione del testo.  Si provava una scena e questo nuovo testo di Racioppi era, in più parti, piuttosto autobiografico:  “l’autobiografia degli autori compare sempre, in qualunque contesto o situazione che gestisce”  diceva il regista, che nei suoi lavori precedenti, in verità, era stato sempre avaro, almeno sino al cospetto dei suoi ottant’anni, di esiti autobiografici troppo dichiarati. Ricordiamo il chiacchiericcio, anche piuttosto gridato in verità, dei bagnanti che penetrava tutto nella terrazza di casa Racioppi, ma di questo il regista ed i suoi attori non sembravano minimamente infastiditi e neppure preoccupati, anzi da quel chiasso Antonio Racioppi ed i suoi attori risultavano addirittura ispirati ed invogliati. Naturalmente rimaneva sempre un elemento  di distrazione, che la tecnica degli attori rendeva innocuo, anche se dall’attrice avevamo avvertito un istante, peraltro immediatamente ristabilito, di incertezza, tanto da autorizzare poi il regista a spiegare una teoria dove poter ricavare energia positiva dal chiasso, in una fase di lavoro in cui si richiede principalmente il silenzio.

Antonio Racioppi è stato, soprattutto tra gli anni sessanta e settanta, un regista di cinema di affermato e di solido mestiere, oggi era anche un prolifico commediografo, trenta testi teatrali all’attivo e tutti rappresentati , sempre nello specifico periodo di ottobre, e sempre al teatro Anfitrione di Roma, il locale sull’Aventino, diretto dal suo amico, l’attore e regista  Sergio Ammirata.  Poi il suo curriculum indicava nove film per il cinema, dieci sceneggiature, saggi, articoli e recensioni sul teatro e sul cinema scritte per riviste specializzate.

Diceva Antonio Racioppi: “quando giravo i miei film erano i tempi in cui davvero potevi sentire, tastare come si dice il polso del pubblico, e allora potevamo infilare, proprio una dietro l’altra, storie che ci riguardavano pienamente e, tra sorrisi oppure forti emozioni, a volte realizzate in maniera anche estreme, riuscivamo a rappresentare proprio la società ed il suo realismo sullo schermo”. Film come Tempo di villeggiatura,  film d’esordio appunto, che viene subito dopo il diploma al centro sperimentale di cinematografia, rappresentava nella sua filmografia proprio quello che era il suo amore per il racconto.  Spiegava Antonio Racioppi: “Il cinema italiano ha avuto un magnifico periodo, quello dei telefoni bianchi, rappresentato soprattutto in piena epoca fascista. Questo non era un cinema coraggioso, beninteso, di netta avversione al regime voglio dire.  Al contrario era una corrente cinematografica che non si proponeva nessun fine, politico o polemico, ma finalmente si raccoglieva e raccontava delle storie. Oggi penso ai film di Mario Camerini, Gli uomini che mascalzoni e Grandi magazzini per rappresentare bene il pensiero”. Noi pensavamo, e gliene avevamo reso conto, e che pensiamo tuttora in verità, che il cinema dei telefoni bianchi è stata davvero la prima grande tappa dell’unico movimento culturale che il cinema italiano è riuscito dopo a creare, quello del neorealismo prima e quello della commedia all’italiana dopo..  “Infatti” spiega Antonio Racioppi  “dai telefoni bianchi siamo passati direttamente al neorealismo, nel frattempo c’era stata la guerra , con i suoi disastri, le sue sofferenze e l’interruzione della vita culturale, ripresa subito dopo la guerra, nel cinema appunto con la corrente del neorealismo. Fu, quello, un periodo intenso di rinascita. Si prendevano gli attori dalla strada perché non c’erano soldi, quando poi abbiamo cominciato a riprendere gli attori professionisti per raccontare le nostre storie, è nata la commedia all’italiana. Che era appunto il neorealismo raccontato con gli attori, gli sceneggiatori, insomma raccontato con più soldi. Ecco, oggi io non riesco a vedere altre tappe radicali nel cinema italiano dopo la commedia all’italiana.  Quello che riesco a dire oggi è che vedo molta dispersione”.  Nel cinema Antonio Racioppi è stato anche uno sceneggiatore importante, il film che impone decisamente il regista Fernando Di Leo al grande pubblico Brucia ragazzo brucia nel 1969 porta la sua firma.

Dopo il film del suo esordio, appunto Tempo di villeggiatura, dove dirigeva attori quali Vittorio De Sica, Nino ManfrediMaurizio ArenaGiovanna RalliAbbe Lane, ha scritto e diretto alterni successi di critica e trionfi, ugualmente alterni, al botteghino. Mio padre monsignore ad esempio, girato nel 1972  ed interpretato da Giancarlo GianniniLino Capolicchio, Gastone Moschin, fu decisamente un campione negli incassi della stagione. Invece il successivo, Il maschio ruspante, girato nel 1973 con  Giuliano Gemma  (coincidenza ha poi voluto che la morte di Racioppi sia seguita solo di pochi giorni da quella di Giuliano Gemma)  Barbara BachMarisa MerliniNinetto Davoli, è stato per Racioppi una sofferta delusione. Eppure il film era una commedia garbata e divertente, molto inserita nel contesto e nel dibattito cinematografico e culturale del periodo, ma non ebbe assolutamente la fortuna sperata. Diceva Antonio Racioppi: “Giuliano Gemma  è un bravissimo attore, diligente, attento, sereno, serio, educato. Ma non era quello giusto per la parte. Il suo pubblico era abituato a vederlo in un ruolo ben preciso, specifico, determinato. Quello ricoperto invece in  Il maschio ruspante, completamente diverso, li ha spiazzati”.

Subito dopo Antonio Racioppi torna sugli schermi con  Il decamerone proibito Le mille e una notte all’italiana. Questi ultimi due titoli, entrambi in sala nel 1973, diretti in collaborazione con Carlo Infascelli,  derivavano dal grande successo commerciale de Il Decameron, 1971, film che Pier Paolo Pasolini ha tratto dalle novelle di Giovanni Boccaccio, proprio per raccontare, in forma di poesia al cinema, una realtà trascinante, ilare e lieta che era soprattutto sessuale, teoria che, in qualche maniera, era presente anche ne Il maschio ruspante. Questi due film, fortemente voluti dal produttore Carlo Infascelli, grande amico di Antonio Racioppi, erano nati per continuare a celebrare nel cinema una sessualità assolutamente gaudente e fortemente ridanciana. In qualche maniera anche questi titoli contribuirono nei primi anni settanta al dibattito libertario sui costumi e contribuirono quanto mai all’abbattimento di qualche tabù,  interpretati da una serie di caratteristi di profonda cultura teatrale come  Giacomo RizzoPupo De LucaMario MaranzanaElio CrovettoSalvatore Puntillo. Tra loro insisteva un giovanissimo Maurizio Merli, diventato subito dopo un eroe del poliziottesco italiano. Uno degli ultimi film girati da Racioppi per il cinema è stato  La mano nera  (prima della mafia, dopo la mafia)  nel 1974, interpretato da un attore, oggi un caposaldo del miglior cinema italiano, Michele Placido (qui proprio al suo esordio nel cinema), e da  Lionel StanderPhilippe LeroyRosanna Fratello.

Quello che resta evidente e fondamentale oggi è che tanti grandi attori dunque hanno calcato le scene dei film di Antonio Racioppi:  “Il grande attore, ed io nella mia carriera ne ho avuti tanti, si dirige da solo, almeno per come adotto io il loro utilizzo. Questo perché insieme, già al momento del provino, e poi alle definitive prove generali, stabiliamo immediatamente la natura del carattere, i ritmi, i movimenti, la dialettica dei personaggi. Dopo si va avanti, ognuno, dico l’attore ed il regista, meditando e ragionando sul proprio lavoro. Mi aiuta, devo dire, in tutto questo, il mio lavoro in sede di sceneggiatura e precisamente il momento di scrittura che io chiamo l’anagrafe dei personaggi, che diventa poi un autentico supporto alla sceneggiatura definitiva. Io scrivo puntigliosamente anche i caratteri dei personaggi minori che appariranno nel film, descrivo tutte le loro forze, le debolezze, le loro ambizioni, immagino proprio tutta quella che è la loro vita, dentro e fuori dal film stesso. Ed in questo schema, devo dire, che poi consegno all’attore, lui sa tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli attori possono  così facilmente consolidare e radicalizzare meglio il loro personaggio. Si, io lavoro moltissimo proprio nel copione, ho lavorato molto nei copioni per il cinema  e ci lavoro molto ancora oggi nei copioni che scrivo per il teatro…”   Antonio Racioppi era assolutamente un fautore di quelli che consideravano la sceneggiatura come la parte davvero importante del film, quella a cui non  bisognava mai assolutamente rinunciare. Questo nemmeno a nome del più autentico realismo.  E’ una lezione, questa, che consigliamo davvero alle generazioni nuove e nuovissime del cinema italiano.

Giovanni Berardi

Utlima modifica: 19 Novembre, 2013



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