65° Festival di Cannes: “Antiviral” di Brandon Cronenberg (Un Certain Regard)

Anno: 2012

Durata: 110′

Genere: Horror/Fantascienza/Thriller

Nazionalità: USA/Canada

Regia: Brandon Cronenberg

Pareti bianche e gigantografie serigrafiche aprono le porte ad un futuro non tanto lontano, dove lo show business entra a far parte del quotidiano nelle forme più perverse. In quest’era l’ossessione per il mondo dello spettacolo sembra non avere confini: in piccole macellerie si può comprare e degustare la carne dei propri divi ricreata geneticamente, mentre i media sono esclusivamente concentrati a riportare ogni movimento delle adorate celebrità. In questo clima di degenerazione, Il business più redditizio è quello delle cliniche private, costosi luoghi in cui i fan possono finalmente entrare in contatto con le star facendosi letteralmente iniettare una delle malattie da queste contratte nella loro vita. Syd March è uno dei tanti consulenti di queste cliniche, se non fosse che, per arrotondare, inizia a cimentarsi nella riproduzione clandestina dei virus infettandosi in prima persona, rischiando il lavoro e (forse) la vita…

Nel nome del padre Brandon Cronenberg con il suo Antiviral si cimenta in una riproposizione genetica e sistematica del pensiero del celebre autore canadese, cercando di rivisitare personalmente l’hard-core che ha caratterizzato soprattutto la prima parte della cinematografia del regista di History of Violence. Da Shivers,  passando per Videodhrome, a – staremo a vedere – Cosmopolis, forte è per Brandon l’influenza artistica del padre, tanto che il suo Antiviral potrebbe essere definito metaforicamente il risultato biologico-ereditario del suo cinema del corpo. Aghi, tagli, herpes, pus e prelievi vengono mostrati senza alcun timore, ma mentre in Crash la visione delle cicatrici e delle protesi portava alla luce un potente discorso psicologico, in Antiviral Cronenberg Junior si ferma alla forma, delegando all’estetica – bianca, asettica, ospedaliera – il compito di riempire lo schermo, sorpassando di gran lunga la forza del messaggio che vorrebbe far arrivare.

Affidandosi ciecamente al suo protagonista (Caleb Landry JonesXmen, Contraband), il neo-regista ci trasporta in un mondo sfacciatamente positivista, cellulare, che non lascia spazio ad alcuna metafisica, se non a quella dell’aura che circonda la fama delle dive inarrivabili che popolano il suo immaginario virale (anche in questo caso, esplicitamente contaminato dal padre, vista la scelta di Sarah Gadon – A dangerous method, e prossimamente Cosmopolis, n.d.r.). Risultato di darwiniana memoria, Antiviral, ad eccezione della regia fredda e della scelta azzeccatissima di una fotografia perversa e “maniacale”, si inserisce perfettamente nel body horror di chi l’ha creato.  Qualcuno direbbe “tale padre, tale figlio”, anche se io aggiungerei “Peccato che un Cronenberg così ce l’abbiamo già”…

Chiara Napoleoni

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