TWO LANE BLACKTOP – Strada a doppia corsia

 

«La questione è non smettere di muoversi». Lo confessa lucidamente Warren Oates a bordo della sua Pontiac Gto mentre prova a conversare con uno sconosciuto. Fluire. Rimbalzare da un lato all’altro. Solo così si resta in equilibrio. Essere costantemente di passaggio (e evidentemente, in un ammiccamento semantico, è ovvio che bisogna far salire in macchina i numerosi hitchiker-autostoppisti che nel corso del film il passaggio lo chiedono). Non potersi fermare.

In una variazione sul tema fatale del funambolo che non può accorgersi del vuoto che gli sta sotto senza rischiare di cadere, Two Lane Blacktop è l’elogio malinconico alla nostra condizione di traversatori/traghettatori e passeggeri di uno spazio-tempo di cui non possediamo la conoscenza degli estremi.

Proiettato (in dvd) all’interno della rassegna che il Palazzo delle esposizioni sta dedicando al cinema americano anni ’60-’70 (Ciao America!), un’appendice-allargamento dell’esposizione “Il Guggenheim – l’avanguardia americana 1945-1980”, il film di Monte Hellman, girato due anni dopoEasy Rider, negli stessi mesi di Vanishing Point e di Duel, sembra aver le caratteristiche per essere inscatolato nel genere del road movie.

Una coppia di giovani (“The driver”, James Taylor, al tempo cantautore folk-pop in piena ascesa, e “The mechanics”, Dennis Wilson, il batterista dei Beach boys), accompagnati da un’angelica fanciulla sbucata dal nulla (“The Girl”, una giovanissima Laurie Bird), e poi dal già citato GTO (Warren Oates), rivale-sodale tra le strade della Route 66, si muove a bordo di una Chevy del’55 senza apparente motivazione, tra le tappe tipiche e topiche del viaggio su strada, tra le insegne che la pop art renderà emblemi decontestualizzati, tra guasti, deviazioni, competizioni, pause, lunghi silenzi.

Quello che fu un fallimento al box-office (forse per le troppe attese che in esso erano state riposte, Esquire lo elesse a film dell’anno 1971 prima che uscisse in sala; poi la critica e gli spettatori rimasero abbastanza indifferenti) si è trasformato in cult movie nel corso degli anni, una volta che il tempo aveva messo le distanze tra la possibilità di quell’ipotesi scomoda d’esistenza e la sua imbalsamazione/storicizzazione come opera-testimonianza d’una utopia fragile, dispendiosa, rovinosa, dissennata (a sostegno di tale ipotesi, le sventure di chi del film ne ha fatto parte: James Taylor era reduce da tossicodipendenza da eroina e depressione, Dennis Wilson, amico di Charles Manson, dal quale se ne allontanò quando capì le sue diaboliche trame, morirà affogando con la sua macchina imbevuto d’alcool nel ’79; Laurie Bird finì per suicidarsi nel ’79 quando era compagna di Art Garfunkel).

Monte Hellman, cresciuto nella factory di Roger Corman, e già nei Sixties autore di due notevoli atipici western (The Shooting e Le colline blu, entrambi con Jack Nicholson) fa di Two Lane Blacktop un film resistente alle aspettative spettatoriali (quelle di quegli anni, e molto più quelle dei giorni nostri. – per inciso è bene ricordare che Hellman non ha ritrattato riguardo la sua visione del mondo: l’ultimo suo lavoro, Road to Nowhere, 2010, è emblematico fin dal titolo). Scegliendo attori non professionisti, luci naturali, una colonna sonora non certo complice della moda, riprese che per nulla esaltano i virtuosismi alla guida. Raffreddando ogni sentimentalismo, operando con visione scettica e rigorosa, (oggi si direbbe, documentaristica?), con distacco timido riprende con una semplicità tutta filmica, prescindendo da qualsiasi scavo psicologico, registrando le traiettorie umane dentro il paesaggio, preferendo il rombo dei motori, il vento, le espressioni mancate, i volti an-affettivi, carismatici forse solo nella loro fragilità e inadeguatezza a sconfinare oltre il discorso tecnico su modelli d’auto e motori.

Invertendo la rotta (si va verso Est, contro la solita corsa a West) ci si ritrova in un’epoca de-moralizzata (o meglio forse a-moralizzata), imbevuta di quelle spinte eversive, dirompenti che una certa controcultura pareva poter offrire allora, senza gli ingombri e il peso del dover prendere precauzioni, assicurare il proprio futuro o raggiungere un obiettivo.

La doppia corsia però non è quella dell’andata e del ritorno. Si procede piuttosto con l’inerzia d’un’epica della frontiera collassata. In una lotta tra il voler disperatamente cercare punti di discontinuità dalla solitudine (GTO) e il lasciarsi andare smarriti (i due protagonisti). Non c’è più niente da costruire, ma si può andare in lungo e in largo, in un tragitto senza fine, accogliendo le interferenze e gli agenti esterni (tutto ciò che insomma potrebbe felicemente far cambiare la rotta as-segnata).

Ci si perde per strada, in un vagabondaggio esistenziale lenito e alleviato dal (voler) credere d’avere una passione dominante, o ancora una magnifica ossessione nella quale e per la quale insistere, impiegando il tempo e la mente, meticolosamente. Ci si sceglie un campo d’azione o da esso si viene fatalmente scelti. Fino a bruciarsi definitivamente, effimeri come il frame finale dentro il quale i personaggi (e noi che li ricorriamo) rimangono impigliati.

Salvatore Insana

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