“Perdere la faccia”


Perdere la faccia è un  Cortometraggio di MenoventiDaniele Ciprì

Regia: Daniele Ciprì
Con Consuelo Battiston, Alessandro Miele, Rita Felicetti
Soggetto e sceneggiatura: Consuelo Battiston, Gianni Farina, Alessandro Miele
Fotografia: Daniele Ciprì
Montaggio: Daniele Ciprì, Gianni Farina
Immagine: Nicola Samorì
Coproduzione: MenoventiSantarcangelo 41
Con il sostegno di Regione Emilia-Romagna e Banca di Romagna
Con il Patrocinio del Comune di Faenza

 

Stare al gioco. Perpetrare i meccanismi fino al loro più vergognoso smascheramento. Perdere la faccia. Un esercizio di ripensamento della forma di offerta e di fruizione di un’opera. Ci siamo dati appuntamento ad un dato orario per assistere ad un evento. Sembra basti questo a volte: convocarci ad una certa data per un certo evento. Suscitando in noi una certa predisposizione all’attenzione dedicata, non distratta, sacramentata da un biglietto, una durata, un titolo, un cast, un curriculum, una sinossi, un battage promozionale.

Ci si accomoda. Gli attori della compagnia iniziano a parlare con emozione del loro progetto. Daniele Ciprì, impossibilitato a essere presente, interviene telefonicamente. Parte l’applauso di rito che precede la proiezione.

Poi succede l’inaspettato. Ci si blocca al momento della presentazione, al cerimoniale della premessa. Al trito rito dell’annunciare qualcosa che verrà, con l’entusiasmo speranzoso di ricevere quei feedback che mai (forse per fortuna) corrisponderanno alle tue prefigurazioni. Accogliere chi è venuto a vedere, ricordandogli che è lì ad aspettarsi qualcosa.

Non si va avanti ma si procede per reiterazione. Si resta senza schermo e senza palco. Un’altra presentazione, e poi un’altra, così seguendo una coreografia minima da soldatini dello showbiz, disturbata e rimpolpata di volta in volta dall’incursione di un elemento (una terza attrice, una torta, un’incursione musicale, etc.) e sostenuta ossessivamente da quella che è annunciata come la lettera-punto di partenza del corto che non c’è: (citando a memoria) «Confessione e menzogna sono la stessa cosa. Non si può confessare cosa si è, perché lo si è e basta. Si può confessare quello che non si è. La menzogna».

Una serie di passaggi di stato. Dalla compostezza ambigua dell’esordio all’euforia al pianto allo scoramento, nel cortocircuitare delle strategie di presentazione e di costruzione di un’opera. Nella messa in evidenza del dispositivo, ammiccando all’assurdo e dichiarando la riproducibilità meccanica d’ogni gesto umano, quello compiuto da automi inintaccabili o quasi dalle contingenze. (the show must go on). L’obbedienza cieca ad un percorso registico pre-scritto si scontra con la reazione dei presenti (o semplicemente si riscontra nella loro compiacenza gentile).

Esporsi alla ripetizione con variazione, sbeffeggiamento d’ogni solennità. Confessione e bugia sono la stessa cosa. Possiamo confessare solo quello che non siamo. Possiamo solo mentire. Ripetiamolo. Siamo quasi come prima, solo un po’ più stanchi e più o meno consapevoli. L’imperturbabilità delle macchine attoriali funziona bene proprio in questo: presentare qualcosa che non esiste. Denunciare il meccanismo. Due di loro (due di noi) indifferenti alla contingenza. Le visioni migliori, diceva Zavattini, sono quelle che fanno i ciechi. I film migliori, allora, sono forse quelli che non si vedono, quelli che non esistono (ancora).

Sono le interruzioni che ci fanno capacitare della situazione ordinaria, quella produzione seriale e confezionata non solo di spettacoli e momenti/eventi, ma anche di meccanismi e di riflessi condizionati ormai introiettati.. Gli inciampi a quei riflessi condizionati che regolano le dinamiche di proposta e ricezione artistica.

Perdere fiato. In fondo siamo lì tanto per esserci. Siamo pronti a fare festa a comando, e poi empaticamente a commuoverci o ad indignarci. Perdere il senso. Quegli animali da circo che stanno sul palco non cercano altra soddisfazione che l’esecuzione perfetta della loro partitura presente. Fare sempre la stessa cosa. O quasi. Contraffare la nostra originalità ripetendoci con uno scarto parziale.

Tra gag fisiche care al cinema muto e ripensando al Beckett di Rockaby, Perdere la faccia è un percorso entropico, l’inarrestabile disfacimento progressivo della macchina spettacolare, tra allusione e illusione, rimodellando ancora la leopardiana mendacità spudorata. La potenza del falso. Un inganno vero. Un gioco serio. Non c’è festa che tenga. Non c’è vernissage che ci soddisfi. Non c’è verità da conquistare, né da affermare o da approvare. La si può solo perdere.

Salvatore Insana



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