Intervista alla regista e sceneggiatrice Jessica J. Rowlands, che alla 24a edizione dell’Ischia Film Festival ha vinto la sezione cortometraggi con “Rise”
Jessica J. Rowlands, con le sue radici ovunque nel mondo, cresciuta in Zimbabwe, restituisce, in Rise, il calore e i colori dell’Africa, raccontando la storia dell’incontro tra due generazioni, in un contesto di povertà e riscatto. Rise vuol dire “rialzarsi”, un messaggio di speranza che accomuna un bambino e un allenatore di boxe che decidono, non senza difficoltà, di fare un pezzo di strada insieme nella vita.
Per sapere di più di Rise, abbiamo intervistato la sua talentuosa regista, Jessica J. Rowlands.
Com’è nata l’idea di Rise?
Da un incontro che ho avuto con Tobias Mupfuti, boxeur e allenatore di ragazzi ai margini della società nello Zimbabwe. Mia madre vive lì e io ho passato gran parte della mia infanzia in questo straordinario Paese. Volevo raccontare una storia che parlasse dell’immagine romantica che ho dello Zimbabwe, della sua luce, della polvere, gli odori, i suoni, di questo posto così importante per me. Io e Tobias Mupfuti siamo amici. Un giorno tornavamo dalla sua palestra e gli parlavo del fatto che, da sceneggiatrice, volevo dirigere per la prima volta un film. Lui mi ha detto: perché non racconti la mia storia? Ho pensato fosse una buona idea. È stato un viaggio durato quattro anni, principalmente trascorsi in Zimbabwe. Rice ha poi girato tanti Festival ed è stato il primo film girato in Zimbabwe candidato agli Oscar. Un viaggio veramente straordinario, il viaggio della mia vita, iniziato da una conversazione con un amico.
Quanto il territorio ha influenzato Rise nella sua costruzione narrativa?
La location, in questo caso, è un vero e proprio personaggio del film. Non avremmo potuto girare Rice in nessun altro posto, in quanto è la storia di quella comunità. All’inizio, per difficoltà economiche, mi era stato proposto di farlo a Los Angeles. A me sembrava folle girare Rice nel deserto californiano. Sapevo che questo film doveva avere l’ambientazione originale dello Zimbabwe. Alla fine ci siamo riusciti. Sono stata molto fortunata ad avere un gruppo di lavoro composto da persone del posto, che hanno compreso l’importanza di girare a Victoria Falls. Per me era fondamentale, perché conoscevano quella cultura, quella lingua, quella musica, erano parte integrante di quella location.
Quanto sono state difficili le riprese in Zimbabwe?
Ci sono state tantissime sfide, come puoi immaginare. Girare in quei luoghi è stato impegnativo, ci sono delle location davvero estreme. La ripresa della cascata, per esempio, è stata realizzata seguendo un sentiero poco conosciuto che permette di vederla da una particolare angolazione. Sono quasi certa che non sia mai stata ripresa così prima, perché, quando si vanno a vedere le Victoria Falls (Cascate Vittoria) da turisti, le si vede dall’alto. Noi, invece, siamo scesi lungo una gola, trasportando tutta l’attrezzatura, e avevamo solo 20 minuti prima del tramonto per girare con la luce giusta. Il livello dell’acqua nel fiume era ancora molto alto, quindi la telecamera riceveva schizzi ovunque. È stato davvero pazzesco, ma avevo una squadra fantastica. Anche girare sul treno è stata una vera sfida. Non c’erano treni in circolazione in tutto il Paese da quando è scoppiata la pandemia di Covid. Quindi abbiamo dovuto fare un viaggio in autobus di 12 ore, con le 44 persone della troupe, per raggiungere un luogo dove si trovavano i treni. E poi abbiamo dovuto convincere il macchinista a lasciare il suo nuovo lavoro e guidare il mezzo solo per noi, perché volevo che il treno si muovesse.
Che sensazione hai provato a tornare in Zimbabwe, dove hai vissuto a lungo, per girare Rise?
È stato fantastico. La cosa particolare di fare un film in Zimbabwe è che è totalmente diverso dal girarlo in America o nel Regno Unito, dove si manda una email e qualcuno ti risponde o ti mette in contatto con qualcun altro. In Zimbabwe, invece, sali in auto, vai nel quartiere, bussi alla porta, incontri gli zii, poi ti portano dal cugino che ha quello che ti serve, poi ti dicono che devi andare a trovare la sorella. Vai dalla sorella e lei ha quello che ti mancava. Non ci sono email. Devi andare di porta in porta, ti presentano qualcuno che ti presenta qualcun altro e ottieni quello che vuoi. È stata un’esperienza di vita incredibile, perché s’incontrano continuamente persone, ci si trova in situazioni inaspettate e divertenti. È stato il periodo più bello della mia vita.
Sembra un film dentro un film.
Sì, mi sarebbe piaciuto se avessimo girato un documentario sulla realizzazione del film.
Che collisioni culturali si creano tra la tua formazione europea e le tue radici africane?
Durante la realizzazione di questo film, mi sono trovata a esaminare tutta la mia vita. Sono una donna bianca bionda di origini inglesi, ma ho trascorso così tanto tempo in Zimbabwe che lì mi sento a casa. Conosco molte persone, tutti mi accettano in Zimbabwe. Ma anche a Londra mi sento a mio agio. Girando Rise è come se mi fossi trovata di fronte a uno specchio. Penso che, per me, sia stato un processo di assimilazione della mia identità come persona: ma come spiegare alla gente che mi sento più a casa in Zimbabwe che nel Regno Unito? Sembro così british… Ora, però, vivo a Lisbona e sto bene lì. In realtà, mi sento a casa in tutto il mondo. Sono stata fortunata a essere cresciuta viaggiando molto. Sono andata a scuola in Spagna, all’università in America. Il mio modo di pensare non è basato sui confini, ma sull’umanità, sul connettersi con le persone. Sono fatta dei pezzi di ogni persona che ho incontrato, di ogni luogo in cui sono stata. In fondo lo siamo tutti, no?
La troupe di Rise è africana. Immagino questo fosse uno dei valori aggiunti che volevi dare al film.
Sì, assolutamente. È completamente africana, avevamo due sudafricani nella troupe, ma tutti gli altri erano zimbabwesi. Questo è stato davvero speciale perché, per quanto Rise sia un’opera d’arte, e spero venga apprezzata come tale, è stato anche un mezzo per dare visibilità alle voci zimbabwesi, per mostrare il loro talento. Credo sarebbe stato moralmente sbagliato, da parte mia, andar lì a girare il film con persone di un altro Paese, perché avrei tolto delle opportunità. Diversi film vengono girati in Zimbabwe, ma non si usano zimbabwesi. Si girano film zimbabwesi, ma le riprese vengono effettuate in Sudafrica o si usano troupe sudafricane o britanniche. Io volevo dare un’opportunità ai creativi zimbabwesi, dare a qualcuno un lavoro, la speranza di poter guadagnare con l’arte.
Jessica J. Rowlands all’Ischia Film Festival (foto Francesca Pradella)
Rise è tratto da una storia vera. Quanto spazio hai lasciato all’invenzione?
Rise è basato sulla vera storia della vita di Tobias, ma direi che è piuttosto romanzato. Il protagonista di Rise, il ragazzino del film, è ispirato a Tobias stesso, ma anche ad alcuni ragazzi che ho conosciuto nella palestra dell’orfanotrofio in cui lui allena. Ad esempio, uno di loro è stato trovato in una discarica. Un altro era ossessionato da John Cena. Quindi ho preso spunti dai diversi bambini che ho conosciuto per creare il personaggio di Rise. Ma Rise non esiste, è una finzione della mia immaginazione, un amalgama dei diversi ragazzi che ho conosciuto e di Tobias da bambino.
In Rise sono presenti anche diversi elementi comici. Quanto sono importanti nella narrazione?
Per me erano fondamentali. Penso che, parte della propria voce, come regista o scrittrice, sia istintiva e io ho un certo senso dell’umorismo sulla vita, su me stessa, sul mondo. E poi era anche un modo di restituire l’autenticità del posto, perché gli zimbabwani hanno un incredibile senso dell’umorismo. Sono davvero divertenti. E i ragazzi che Tobias addestra, anche se hanno passato le situazioni peggiori, sono esilaranti. Per realizzare Rise, ho fatto provini a 500 ragazzi in tutto lo Zimbabwe. Sono andata in tantissime scuole elementari e non ho mai riso così tanto in vita mia come durante quei provini. E poi non ero lì per raccontare una vicenda triste. Volevo descrivere una storia di speranza e gioia, perché c’è n’è tanta, anche in circostanze così difficili.
Come hai lavorato sul sonoro e le musiche? Mi sembrano una parte fondamentale della storia, quasi un personaggio aggiunto.
Sono felice tu l’abbia notato. Ho passato un anno a lavorare sul sound design e sulla colonna sonora. Per quanto riguarda il primo, ovviamente abbiamo fatto molto sul set, poi, dopo aver finito le riprese, io e il mio sound designer abbiamo passato quattro giorni di nuovo nei luoghi in cui abbiamo girato, per restituire l’atmosfera del quartiere. Tutti i rumori di sottofondo sono suoni reali registrati sul posto. Siamo anche andati nella natura selvaggia a registrare il suono degli alberi, delle foglie, degli uccelli che si alzavano in volo sulla discarica, con tutti quei battiti d’ali. Ogni cosa è reale. In fase di montaggio ero stata in un library di suoni, ma non c’erano di veramente autentici, per me. Quindi ho pensato: torniamo indietro in Zimbabwe. Per quanto riguarda la colonna sonora, è stato un viaggio incredibile. Ho usato molti artisti zimbabwani, musicisti straordinari. Adoro la musica zimbabwana. Ci sono alcuni artisti molto famosi nella colonna sonora di Rise, ma anche altri meno conosciuti, che cantano in una lingua chiamata Ndebele, la lingua della zona, delle Cascate Vittoria, una specie di dialetto locale. E poi, alla fine del film, c’è una canzone, quando sono sul treno e si stanno svegliando. È una voce femminile. È la prima voce di donna che sentiamo in Rise, che è un film molto maschile. Quella voce femminile, quasi materna, canta in Shona, un’altra lingua ancora, della zona di Harare, la capitale dello Zimbabwe, dove arrivano alla fine della storia.
Jessica J. Rowlands all’Ischia Film Festival (foto Francesca Pradella)
Quali film o autori ti hanno ispirata maggiormente, spingendoti a decidere di diventare regista?
Dentro Riseci sono alcuni dei miei film preferiti: City of God, Moonlight, Kes, La persona peggiore del mondo. Mi piace molto anche il modo di fare cinema di Christopher Nolan e Guy Ritchie. Il problema di essere una regista donna è che non hai molti modelli di riferimento. Ci sono grandi registe, ma non sento di rientrare in quello che fanno. Mi vedo come se volessi raccontare film di portata simile a quella di Christopher Nolan, ma con l’umorismo di Guy Ritchie e il ritmo di Danny Boyle, quel tipo di grinta ed energia, però connessa al cuore di una donna, perché è quello che spesso manca in quei film. Non ho, comunque, un percorso preciso che seguo. Cerco di trovare il mio.
Essere donna nell’industria del cinema è ancora uno svantaggio?
Poiché sono sempre stata una donna, non so come ci si sente a essere un uomo. Sono una scrittrice. Il mio lavoro principale è quello di sceneggiatrice. Quindi ho più esperienza in questo campo dell’industria cinematografica. E non ho mai avuto problemi a essere una donna. Come regista, invece, penso ci siano delle difficoltà nell’essere sul set, nelle interazioni umane con certi uomini che non ti rispettano, soprattutto se sei giovane, magari hai un certo aspetto, questo crea una sorta di preconcetto. Se sembrassi Steven Spielberg, mi prenderebbero sul serio più velocemente, probabilmente. Io non pensavo di diventare regista fino a quando non ho compiuto 24 anni. Mi sono formata come avvocata per i diritti umani. E credo che, non vedendo donne fare film, non mi sia passato per la mente di poter diventare una regista, finché non ho iniziato a scrivere per Hollywood. Allora ho cominciato a pensare: in realtà, potrei fare io stessa film. Credo che, se fossi stata un uomo, forse avrei sognato prima d’intraprendere questa strada. Ma è andata così, ed è comunque bellissimo.
Quale funzione dovrebbero avere, per te, il cinema e l’arte?
Penso svolgano molteplici funzioni. La più importante, il motivo per cui penso sia un buon modo d’impiegare la vita, il mio tempo, è che la maniera in cui noi, come esseri umani, principalmente comprendiamo il mondo, sia attraverso le storie. Credo che, fin dalla notte dei tempi, capiamo il mondo attraverso le storie che ci vengono raccontate. È così che proviamo emozioni. È così che elaboriamo il mondo che ci circonda, la vita che viviamo. Quindi penso che l’arte sia il mezzo più potente per entrare in contatto con le persone. Considero questo il potere del cinema ed è per questo che ho iniziato a fare film: immagina di avere la possibilità di essere invitato nelle case di 10, 100 milioni di persone, nei loro salotti, per 90 minuti, e di poter dire quello che vuoi. Cosa diresti? Questo è il lavoro di un regista. Se il tuo film ha successo, hai l’incredibile opportunità di parlare di speranza, umanità, connessioni, di come dobbiamo prenderci cura gli uni degli altri. Oppure puoi, semplicemente, far ridere la gente, sollevandola dal fardello della quotidianità. È una straordinaria ricerca dedicare la propria vita a capire cosa si vuol dire.
Jessica J. Rowlands all’Ischia Film Festival (foto Francesca Pradella)