Connect with us

Latest News

‘Opus’: il cinema come ultimo respiro del Maestro

Il film-testamento diretto da Neo Sora arriva in sala e trasforma l’addio in un gesto essenziale

Pubblicato

il

C’è un momento, nella vita di alcuni artisti, in cui l’opera smette di essere produzione e diventa sintesi. Non più accumulo, ma sottrazione. Non più discorso, ma presenza. Ryuichi Sakamoto Opus nasce esattamente in quel punto lì, dove il cinema non serve a raccontare una vita, ma a custodirne l’ultima vibrazione.

Il film, diretto dal figlio Neo Sora, arriverà nelle sale italiane come evento speciale il 19 maggio, portando sullo schermo qualcosa che assomiglia più a un congedo che a un’opera nel senso tradizionale del termine. Ryuichi Sakamoto, ormai segnato dalla malattia, non poteva più sostenere un concerto dal vivo. E allora ha fatto una scelta diversa, quasi radicale nella sua semplicità: trasformare quell’ultimo concerto impossibile in cinema.

Il concerto che diventa immagine

Girato nel 2022 in uno studio giapponese, Opus raccoglie una selezione di brani che attraversano tutta la carriera del compositore, dalle sperimentazioni con la Yellow Magic Orchestra fino alle celebri colonne sonore che lo hanno reso una figura centrale della musica contemporanea.

Ma sarebbe un errore leggerlo come un “best of”. Non c’è alcuna volontà celebrativa, nessun bisogno di riassumere o ordinare. Piuttosto, ogni pezzo sembra scelto come si scelgono le ultime parole: non per rappresentare, ma per restare.

Il corpo fragile, la musica intatta

La messa in scena è ridotta all’essenziale. Un pianoforte, una stanza, una macchina da presa. E dentro questa struttura minimale si apre uno spazio quasi ipnotico, in cui il tempo cambia consistenza.

Il bianco e nero non è un vezzo estetico, ma una scelta che asciuga l’immagine fino a renderla materia pura, fatta di luce, ombra e respiro. La macchina da presa non invade mai, osserva. Si avvicina quanto basta per registrare il tremore delle mani, il peso di ogni nota, il silenzio che le circonda.

È in questi dettagli che il film trova la sua forma più potente. Perché Opus non cerca di spiegare Sakamoto, non costruisce un racconto, non organizza un’eredità. Fa qualcosa di più raro: lo lascia esistere davanti a noi.

Uno sguardo che non invade

Dietro la macchina da presa, Neo Sora sembra muoversi con una consapevolezza precisa: quella di non poter aggiungere nulla. Il suo sguardo non è quello di chi interpreta, ma di chi accompagna.

Non c’è retorica nel modo in cui costruisce le immagini, nessuna indulgenza emotiva. E proprio per questo il legame tra padre e figlio emerge in filigrana, senza mai essere dichiarato, come una tensione silenziosa che attraversa tutto il film.

Più che un documentario

Definire Ryuichi Sakamoto Opus un documentario è, a questo punto, quasi fuorviante. È piuttosto una registrazione consapevole di qualcosa che sta finendo, e che proprio per questo acquista una densità diversa.

Non c’è spettacolo, non c’è costruzione narrativa. C’è un artista che suona, e un dispositivo che decide di restare fermo ad ascoltare.

In un’epoca in cui il cinema tende a spiegare tutto, a riempire ogni spazio, a guidare lo spettatore, Opus sceglie la direzione opposta. Togliere invece di aggiungere. Fermarsi invece di correre.

L’arte che resta

Alla fine, più che un film, resta una traccia. Un gesto minimo e definitivo con cui Ryuichi Sakamoto decide come congedarsi.

Non spiegando chi è stato, ma mostrando ciò che, fino all’ultimo, è rimasto.