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‘Shining’ – Stanley Kubrick vs Stephen King; ed è storia del cinema

Nel labirinto mentale di Stanley Kubrick. Shining ovvero: il capolavoro che ha trasformato l’horror in un esperimento di follia, spazio e tempo.

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Shining, diretto da Stanley Kubrick, prodotto da Warner Bros. e tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, è uno dei film horror più analizzati della storia del cinema. Con Jack Nicholson, Shelley Duvall e Danny Lloyd che incarnano i volti sulla pellicola, il film trasforma l’Overlook Hotel (luogo degli accadimenti della storia) in uno spazio mentale prima ancora che fisico, ridefinendo le coordinate del genere e imponendosi come opera capitale del cinema moderno. Uscito nelle sale nel 1980 e oggi considerato un classico assoluto, Shining continua a generare dibattiti, interpretazioni e riletture critiche.

L’Overlook come macchina del controllo

Kubrick prende il romanzo di King e lo smonta. Non lo traduce fedelmente, lo riscrive per immagini. L’Overlook Hotel non è soltanto un albergo infestato in mezzo alle montagne: è un dispositivo geometrico, una struttura che osserva, controlla, ingloba. I corridoi infiniti, la moquette esagonale, le inquadrature simmetriche, i movimenti di macchina fluidi ottenuti grazie alla Steadicam di Garrett Brown trasformano lo spazio in un’entità viva.

La scelta di privilegiare l’architettura rispetto al soprannaturale è già di per sé una dichiarazione di poetica. La follia non esplode davvero. Si deposita. Si accumula nei silenzi, nei campi lunghi, nei vuoti sonori interrotti dalle dissonanze di György Ligeti e Krzysztof Penderecki. Kubrick non vuole spaventare con il mostro, il fantasma. Vuole mostrare il lento disfacimento di un’identità sotto pressione.

la famiglia Torrens in macchina verso l'Overloock

la famiglia Torrens in macchina verso l’Overloock

Leggi anche: ‘Shining’ il capolavoro horror di Stanley Kubrick

La tecnica del Maestro che racconta più delle parole

Sul piano strettamente tecnico, Shining è un manifesto della regia kubrickiana come sistema di controllo.

L’uso della Steadicam già sopracitato consente alla macchina da presa di scivolare nei corridoi dell’Overlook con una fluidità innaturale: non è un semplice virtuosismo, ma la traduzione visiva di una presenza che osserva e ingloba. Ricorda un pò quel che farà Sam Raimi con le riprese a volo in Evil Dead.

I celebri pedinamenti di Danny in triciclo trasformano lo spazio in una mente che respira, dove il movimento continuo sostituisce il classico montaggio ansiogeno dell’horror.

Ancora più significativo è il dialogo nel bagno rosso tra Jack e Grady, interpretato da Philip Stone: qui Kubrick lavora su simmetrie rigide e su lievi scavalcamenti di campo che incrinano la stabilità percettiva dello spettatore. Ma perché queste scelte, perché scavalcare il campo in un semplice dialogo? Perché Kubrick ci vuole suggerire che Jack e Grady sono la stessa persona, e quindi si sovrappongono nel campo dell’inquadratura. La composizione geometrica e il colore saturo costruiscono un ambiente quasi astratto, dove la follia non esplode ma si formalizza, diventa atto razionale. In questo cortocircuito tra rigore visivo e disintegrazione psicologica si coglie il cuore del film: la tecnica non accompagna il racconto, lo determina.

Jack Nicholson: la follia come maschera e come destino

Il Jack Torrance di Jack Nicholson è forse il volto più iconico dell’horror cinematografico, così come la sua sagoma immersa nella neve mentre imbraccia una accetta. Ma la sua follia non è improvvisa. È annunciata. È già presente nello sguardo, nel sorriso trattenuto, nella postura.

Kubrick spinge Nicholson verso una recitazione esasperata, quasi teatrale. Celebre la scena del:

“Here’s Johnny!”

Improvvisata dall’attore durante le riprese. Il risultato è una performance che oscilla tra grottesco e tragico, tra caricatura e abisso. Torrance non è semplicemente posseduto dall’hotel. Anzi; il Jack di Kubrick non lo è affatto, sembra più tratteggiare il perimetro di un uomo frustrato, un aspirante scrittore fallito, un padre incapace di abitare il proprio ruolo. In lui l’Overlook non crea la follia; la fa semplicemente emergere.

Shelley Duvall e il metodo Kubrick

Se Nicholson è l’esplosione, Shelley Duvall è la resistenza. Il volto scavato, gli occhi spalancati, la voce tremante. Wendy Torrance è una figura fragile, spesso criticata per la sua passività, ma centrale nel disegno kubrickiano.

Sul set, Kubrick sottopone la povera Duvall a una pressione psicologica estenuante. Le riprese della scena della mazza da baseball vengono replicate oltre cento volte. Il regista limita il sostegno emotivo alla sua attrice, isolandola dal resto della troupe. Una scelta controversa, spesso discussa in chiave etica. Ma il risultato è un realismo nervoso, quasi documentaristico, che rende la paura di Wendy palpabile.

Kubrick era un genio folle, ed è proprio grazie a quella sua follia che costruisce il film; anche attraverso il logoramento. Il controllo maniacale sulle inquadrature si riflette nel controllo sul set. L’hotel e i suoi abitanti diventano un’estensione del metodo.

Kubrick contro Stephen King: due visioni incompatibili

Il conflitto tra Kubrick e Stephen King è ormai parte della mitologia del film. King non ha mai nascosto la sua insoddisfazione per l’adattamento. Nel romanzo, Jack Torrance è una figura tragica, un uomo in lotta contro l’alcolismo e contro forze soprannaturali che lo sovrastano. Nel film, Kubrick lo dipinge come instabile fin dall’inizio.

La differenza è sostanziale. King crede nella possibilità di redenzione. Kubrick no. Nel film non c’è salvezza, non c’è catarsi. C’è un ciclo che si ripete. L’ultima inquadratura, con la fotografia del 1921, suggella un tempo circolare in cui l’individuo è assorbito dalla storia, dal potere, dalla struttura.

In tal senso si va oltre il tradimento. Quello che vediamo è una riscrittura radicale. Kubrick elimina l’elemento esplicativo e mantiene l’ambiguità. I fantasmi esistono davvero o sono proiezioni mentali? Il film non risponde. E proprio per questo continua a generare interpretazioni.

Il bambino, il labirinto e l’America

Danny, interpretato da Danny Lloyd, è il punto di fuga. Il suo “luccichio” non è soltanto potere paranormale. Ma una percezione amplificata. È lo sguardo infantile che coglie ciò che l’adulto rimuove.

Il labirinto finale, assente nel romanzo in quella forma, è la sintesi visiva dell’intero film. Un percorso senza uscita, una mente che si perde nelle proprie tracce. Torrance muore congelato, immobilizzato nel ghiaccio, mentre il figlio riesce a salvarsi grazie a un gesto semplice: cancellare le proprie impronte. Spezzare il tracciato imposto.

Molti hanno letto Shining come allegoria dell’America: la violenza coloniale evocata nei riferimenti ai nativi americani, il peso della storia che ritorna, il patriarcato che implode. Kubrick non conferma né smentisce. Ma dissemina indizi. Come ha sempre fatto il maestro.

Danny che corre per i corridoi dell’Overloock

Un horror che supera il genere

All’uscita nel 1980, Shining riceve recensioni contrastanti. Oggi è considerato uno dei vertici del cinema del Novecento. Non è solo un film horror. È una riflessione sul controllo, sull’isolamento, sull’atto stesso di creare.

Kubrick costruisce un’opera glaciale, matematica, ipnotica. Ogni movimento di macchina è calcolato. Ogni spazio è coreografato. Ma sotto la superficie geometrica pulsa un’angoscia profondamente umana.

“Shining non spaventa per ciò che mostra, ma per ciò che trattiene.”

E forse è questa la sua vera forza: non chiudere mai il labirinto, ma lasciare lo spettatore al suo interno, a interrogarsi su quale sia il vero fantasma. L’hotel. La storia. O la mente.

Shining è disponibile su NowTv: qui

Shining

  • Anno: 1980
  • Durata: 146 min
  • Distribuzione: Warner Bros
  • Genere: Horror
  • Nazionalita: Stati Uniti d'America, Regno Unito
  • Regia: Stanley Kubrick
  • Data di uscita: 22-December-1980