In The Swedish Connection, una storia vera e poco conosciuta, un burocrate svedese diventa un improbabile eroe mentre prova a salvare ebrei nel periodo più cupo della Seconda guerra mondiale.
Diretto da Thérèse Ahlbeck & Marcus Olsson e con protagonista Henrik Dorsin, già visto in Triangle of Sadness, il film punta a narrare con gran vigore e con una visione molto chiara uno spaccato della Svezia come non si era mai visto.
Un grande ensemble di attori e gran cura nei set ma The Swedish Connection manca di una cosa fondamentale: l’obiettivo.
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The Swedish Connection promette tanto ed effettivamente lo fa, ma manca quel qualcosa che spinge alla riflessione.
Una direzione imprecisa in The Swedish Connection
Come già accennato, il film segue le vicende del burocrate del Ministero degli Esteri svedese Gösta Engzell. Per anni rimase una figura nell’ombra. Durante la Seconda guerra mondiale contribuì a salvare migliaia di persone. La Svezia era ufficialmente neutrale. Le sue scelte la trasformarono in una presenza morale concreta nello scenario europeo devastato dal conflitto.
I suoi interventi non si limitarono alla semplice applicazione delle procedure. Agì con determinazione. Mise in campo pressioni diplomatiche e soluzioni organizzative efficaci. In questo modo sfidò lo status quo. Contrastò l’inerzia politica del suo tempo. Lasciò un’eredità umanitaria che ancora oggi influenza la memoria storica del Paese.
The Swedish Connection porta sullo schermo un ambito raramente esplorato dal cinema. Si concentra sulla pubblica amministrazione. Mostra uffici e corridoi ministeriali. Li presenta come luoghi decisivi. Evidenzia che anche le scrivanie possono diventare spazi di responsabilità morale. Le scelte prese in quegli ambienti incidono sulla vita di migliaia di individui.
Il film affronta il tema del genocidio senza reticenze. Non cerca scorciatoie narrative. Sottolinea che ogni posizione politica produce conseguenze concrete. Le decisioni dei governi influenzano destini collettivi. Anche i singoli funzionari hanno un ruolo. La neutralità non è mai priva di implicazioni morali.
Rimanere neutrali durante un genocidio significa accettarne la prosecuzione. L’assenza di opposizione favorisce chi compie il crimine. Il film insiste su questo punto con chiarezza. Non lascia spazio ad ambiguità. Propone una riflessione diretta sulla responsabilità individuale.

The Swedish Connection
L’importanza del cinema storico
Nonostante la forza dei temi trattati, l’opera sembra fermarsi alla ricostruzione dei fatti. La narrazione segue con precisione la storia reale. Tuttavia manca un approfondimento più ampio. La complessità culturale e sociale dell’epoca resta sullo sfondo. Lo spettatore riceve informazioni corrette. Non sempre riceve strumenti interpretativi altrettanto incisivi.
Questa difficoltà riguarda molte produzioni storiche recenti. Spesso prevale la fedeltà cronachistica. Si privilegia la sequenza degli eventi. Si trascura l’analisi delle dinamiche collettive. Le responsabilità diffuse rimangono poco esplorate. Il risultato è un racconto ordinato ma poco problematizzato.
Ricordare le tragedie del Novecento è fondamentale. Raccontarle è un dovere culturale. Tuttavia il cinema non dovrebbe limitarsi a illustrare eventi documentati. Deve proporre una chiave di lettura. Deve interrogare il contesto sociale che ha reso possibili certe scelte. Senza questa dimensione critica il racconto perde profondità.
Se si elimina il clima culturale dell’epoca, la narrazione si indebolisce. Le tensioni politiche diventano semplici sfondi. Le contraddizioni interne alla società restano implicite.
Film come The Swedish Connection o Norimberga di James Vanderbilt rischiano così di apparire come lezioni illustrate. Sono opere corrette. Sono ricostruzioni puntuali. Tuttavia possono risultare prive di quella forza interpretativa che distingue il linguaggio cinematografico da un manuale scolastico.
Un progetto filmico ambientato in un periodo così delicato dovrebbe andare oltre la cronaca. Dovrebbe offrire strumenti per comprendere le cause profonde degli eventi. Dovrebbe stimolare una riflessione sugli errori compiuti. Il passato deve dialogare con il presente. Solo così lo spettatore può riconoscere nei meccanismi di ieri le possibili derive di oggi.
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