Tokyo Godfathers è il terzo lungometraggio firmato registicamente da Satoshi Kon, ed è liberamente ispirato al film Il Texano di John Ford, che è a sua volta la riduzione di un romanzo, che qui viene ridimensionato e adeguato alla cultura e al sistema nipponici.
La narrazione
Quest’opera è ambientata a Tokyo e narra di tre senzatetto giapponesi – una donna transgender, un padre di famiglia alcolizzato e una bambina fuggita dal nido familiare – che la notte di Natale trovano fatalmente una neonata abbandonata su un cumulo di rifiuti e scelgono di accudirla transitoriamente mentre rintracciano, prima con cogitabonda recalcitranza e poi con frenetica ossessione, i suoi genitori.
Parallelismi con la religione
Il film principia con i comprimari che stanno assistendo a una rappresentazione teatrale della scena biblica della Natività, e prontamente dopo essersi allontanati trovano questa neonata abbandonata in un cesto e adagiata su una pila di spazzatura. È presente quindi una nitida associazione tematica tra la Natività cristiana e questa nuova natività pagana in cui i tre re Magi sono tre senzatetto che incarnano fasi della vita differenti e possiedono provenienze disparate, così come quelli cristiani. Questo ardito collegamento serve a Satoshi Kon come espediente per legittimare la sua storia e i suoi personaggi. Altresì serve a mostrare l’enorme aleatorietà della vita che per quanto è assurda può giungere a collimare con il passato, in questo caso la Natività, e anche a coincidere con la finzione artistica, in questo caso il teatro.
Il ruolo dell’imprevedibilità
Con questo prologo si intercetta subitamente uno dei temi fondanti di questo manufatto filmico, che è la centralità della contingenza nella vita umana. Il regista inscena difatti tre protagonisti ai quali è stata improvvisamente e indirettamente affidata un’incombenza di stampo divino – pressoché come “la missione per conto di Dio” di Blues Brothers – che loro accolgono di buona voglia. È fondamentale anche rammentare la natura vagabonda dei protagonisti, poiché Satoshi Kon utilizza questa loro condizione per esasperare il tema dell’inatteso, perché l’errabondo è per statuto una persona senza previsioni che vive in un eterno presente sfruttando le fatalità.

Un fotogramma del film.
I rapporti in una comunità
L’opera possiede un altro tema essenziale, che è quello dell’interdipendenza tra i membri di una medesima comunità. Il regista sceglie per protagonisti dei reietti, decide quindi di invertire il paradigma reale e di utilizzare dei personaggi eccentrici come figure centrali, e facendo ciò offre allo spettatore un filtro inedito attraverso il quale osservare la società. Inoltre sono evidenziate nel film le responsabilità che ciascun cittadino di una società possiede nei confronti degli altri, e la lotta che ogni individuo può intraprendere tanto per il bene collettivo quanto per quello individuale. Perché in una comunità non c’è una delimitazione tra il benessere altrui e quello personale, bensì queste condizioni si determinano vicendevolmente e i confini le attraversano non le delimitano.
la dicotomia essenziale del film
Questa pellicola è caratterizzata da un duplice statuto che permea tutti i disegni che la costituiscono, quello della luce e dell’ombrosità. Questa dicotomia è presente così come nei personaggi, così negli ambienti nei quali essi si muovono. È bastevole osservare i luoghi di questa Tokyo innevata, quindi candida per definizione, e al contempo gremita di rifiuti e lordume grigiastri che contaminano il bianco della neve e si stagliano nel manto nevoso. Oppure è sufficiente osservare il divario tra le disparate tonalità utilizzate per i volti dei reietti, che sono spesso adombrati e grigi e spenti, e per quello dei cittadini integrati, che sono accesi e rosei e vivi.
I miracoli come sostituto della giustizia sociale
In conclusione, il film si presenta epidermicamente come un manufatto che possiede una visione ottimistica, ma più celato c’è anche un velo di pessimismo per cui i reietti coadiuvano la comunità maggiormente di quanto gli abitanti si avvedano, per poi però essere abbandonati e lasciati senza supporto. Il sostegno della gente giunge a tutti tranne che agli indigenti, e ci si accorge che esistono solo se fatalmente entrano a contatto con noi. Satoshi Kon allora ci dice provocatoriamente – riprendendo il tema di Miracolo a Milano di Vittorio de Sica – che quando le persone integrate necessitano di aiuto, sono soccorse; mentre quando gli indigenti necessitano di aiuto, possono solo sperare nei miracoli.