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‘A chi importa del finale?’: intervista alla sceneggiatrice Eszter Angyalosy

In occasione del Torino Film Lab Meeting Event abbiamo incontrato Eszter Angyalosy, scrittrice ungherese e sceneggiatrice per il cinema e la televisione a capo del SeriesLab.

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Eszter Angyalosy è una figura chiave del Torino Film Lab, per quanto riguarda il programma formativo per lo sviluppo e la produzione di prodotti seriali, come il SeriesLab. In occasione del Meeting Event abbiamo potuto farle qualche domanda su come si scrivono le sceneggiature televisive e sul suo ruolo al Torino Film Lab.

Eszter tu collabori con il Torino Film Lab all’interno del Series Lab, volto alla creazione di nuove sceneggiature televisive, con l’obiettivo di sviluppare progetti innovativi e internazionali. Trovi più difficile coordinare e strutturare le idee altrui piuttosto che scrivere da sola i tuoi progetti?

È una domanda difficile perché non sono proprio un mentore, in quanto “head of studies” non lavoro direttamente con i progetti dei ragazzi. Il mio lavoro è pianificare il loro viaggio, la parte più professionale, coordinare tutte le attività e scegliere i mentori giusti per farlo. Quindi da quel punto di vista è una sfida totalmente diversa ma io stessa sono una sceneggiatrice per la TV, voglio costruire qualcosa che sia utile per loro, perché non è un gioco facile il gioco dell’industria televisiva e sento che avere un buon progetto non basta più.

Per questo motivo penso che ciò che possiamo offrire agli scrittori è soprattutto un insegnamento dato da professionisti del settore che spiegano come navigare nell’industria. Quindi non conta solo il processo creativo ma anche la coordinazione con i professionisti. Quello che sto cercando di descrivere è un progetto a due parti: capire come funziona l’industria e capire come comunicare e condividere al meglio il proprio progetto in modo che possano trovare i giusti partner per realizzarlo.

A Series Lab abbiamo sviluppato i materiali iniziali, il pitch deck o il pilot per una serie, ma anche la strategia di vendita. E una volta che il progetto viene commissionato da un broadcaster o da uno streamer si inizia a lavorare sulla storia e sulle varie stagioni tutti assieme. Si tratta di un grande lavoro di coordinazione.

Oltre a diverse sceneggiature hai pubblicato anche un libro intitolato Wonderland e a dieci anni dalla sua uscita ne stai scrivendo uno nuovo. Pensi che scrivere un romanzo sia così diverso da scrivere una sceneggiatura per il cinema o la televisione?

Sì, penso che sia molto diverso. Per questo motivo ho aspettato dieci anni, perché il mio cervello è collegato a una storia visuale e mi viene più naturale scrivere sceneggiature piuttosto che libri. È un processo così grande e complesso ma c’è una libertà immersa. Quando scrivi un romanzo devi pensare a tutto: il tuo punto di vista narrativo, il tempo della tua storia, lo stile, l’immaginario…. Nella sceneggiatura tutte queste cose accadono dentro le reazioni del pubblico che guarda il film. È qualcosa di talmente grande e libero che può diventare paralizzante. Il lavoro che ci metti nello scrivere un libro è pari a dieci sceneggiature e per le serie televisive non ti limiti mai a scrivere una stagione sola.

Quindi è molto diverso ma può essere anche divertente. Soprattutto perché dopo tanti anni che una serie tv continua uno non è più sicuro che la storia abbia davvero una fine, senti di non avere il controllo dell’intero processo, a differenza di quando scrivi un libro. Preferisco la libertà delle sceneggiature, quando ho scritto Wonderland è stato un processo doloroso e per questo ero molto spaventata quando ho iniziato il nuovo libro. Oggi penso che i miei “muscoli narrativi” siano abbastanza forti da poter affrontare la mostruosa scrittura di un nuovo romanzo.

Quest’anno hai anche partecipato al Green Production Lab per lo sviluppo di un piano sostenibile nella produzione cinematografica. La mia domanda è come può un’industria così costosa come il cinema, in termini di risorse e soldi, essere creata in maniera sostenibile per il pianeta?

Questo tema è sempre stato molto importante per me, per questo sono felice che il Torino Film Lab combatta per questi valori, perché di per sé l’industria dell’audiovisivo non è affatto sostenibile e ha un grande impatto sulla nostra vita. Il cinema deve avere un impatto positivo sulla nostra società, per questo occorre valutare quali storie raccontare. Dobbiamo considerare il costo e l’efficacia di tutti i progetti e le storie che raccontiamo. Ciò che ho imparato grazie al Green Lab è che a volte ci sono pratiche o modi in cui puoi guardare alla tua sceneggiatura, ma soprattutto alla produzione, creando una storia efficace e più sostenibile ambientalmente.

A volte questa sostenibilità serve anche a rendere la produzione meno costosa. È una cosa che le persone non sanno e pensano che sia un sacrificio, quando in realtà non lo è. Di solito aiuta, portando a chiederti se hai davvero bisogno di un certo elemento nella storia. Penso che non dovremmo smettere del tutto di fare film e serie tv, ma non dovremmo neanche spendere risorse per cose che non sono essenziali. Occorre pensare alle conseguenze di quello che facciamo ed essere coscienti di come farle.

Si tratta di un’idea moderna, negli anni passati non si era mai parlato di cinema e sostenibilità assieme. Un altro problema etico contemporaneo è l’intelligenza artificiale. Pensi che l’AI sia in grado di sostituire il lavoro umano degli sceneggiatori?

È una domanda molto importante ed è parte del nostro laboratorio, avendo una master class sull’intelligenza artificiale. Credo che il problema non sia che l’AI possa sostituirci ma che non la conosciamo abbastanza, è questo a essere spaventoso. Per ora è semplicemente uno strumento e, come ogni strumento, possiamo usarlo per le cose buone o per quelle cattive, è a nostra disposizione.

Per come funziona in questo momento, l’intelligenza artificiale ha i suoi limiti. Penso che per ora sia impossibile che possa sostituire gli scrittori stessi, anche se moltissimi lo usano come strumento perché dà un avvantaggio in diverse situazioni. Io stessa la uso per alcune parti del mio lavoro, l’importante è non perdere il pensiero critico, così può diventare un aiutante e migliorare ciò che stiamo facendo. In modo critico, ovviamente.

Al momento sei a campo del SeriesLab, come cambia lo storytelling di un prodotto seriale rispetto al racconto di una storia in 90 minuti di film?

Oh, questa è una grande domanda! Come diventare uno scrittore per la TV? Credo che ci sia una grande differenza tra scrivere per il cinema o per la televisione. Solitamente fai un film quando hai qualcosa da raccontare dall’inizio alla fine, ma quando non sai tutte le risposte, provi un senso di curiosità e vuoi esplorare e capire qualcosa in più, forse allora devi diventare uno sceneggiatore televisivo. Un film è una storia lineare mentre una serie è più un conflitto dopo l’altro.

Nello scrivere un prodotto seriale non fai che esplorare, senza necessariamente sapere la fine della tua storia. Sinceramente non mi interessa neanche, come alla maggior parte delle persone che li guardano perché fino a quando c’è un’esplorazione tutti possono farne parte. Se una serie è limitata a sei episodi, perché guardare sei ore di prodotto se la parte interessante è nell’ultimo episodio? Ogni episodio deve essere importante. Poi, quando la serie finisce offre un finale che può piacere oppure no, ma a chi importa? La parte divertente è l’esplorazione, il viaggio.