As We Breathe, primo lungometraggio del regista turco Şeyhmus Altun presentato al Linea d’Ombra Festival, è un’opera delicata ma potente: un ritratto intimista affacciato su una catastrofe ambientale. Un film che fa dialogare la scala personale e quella collettiva.
Un respiro nascosto
Il film è ambientato in un piccolo villaggio dell’Anatolia e racconta la storia della giovane Esma (Defne Zeynap Enci) e della sua famiglia. Tutto scaturisce da un disastro industriale: un incendio in una fabbrica chimica nei dintorni del villaggio. Un fumo tossico si espande e devasta l’ambiente, mettendo a rischio la salute delle persone, degli animali e l’economia locale. Poiché la nonna e il figlio maggiore Eyup (Ruzgar Usta) necessitano entrambi di cure mediche, un enorme carico di lavoro ricade sulle spalle di Esme, che salta la scuola per vendere formaggio fatto in casa al mercato. Saggia oltre la sua età e molto desiderosa di compiacere suo padre, è silenziosa e poco comunicativa riguardo ai propri bisogni e desideri, che si stanno accumulando pericolosamente. Attraverso i suoi occhi il film esplora non solo le conseguenze immediate della catastrofe, ma anche le tensioni emozionali all’interno della famiglia stessa.
Una delle forze più evidenti di As We Breathe è la sua capacità di trasformare una tragedia industriale in una storia profondamente personale. L’incendio nella fabbrica non è raccontato con esplosioni spettacolari, ma come una costante minaccia invisibile: il fumo avvolge lentamente la vita degli abitanti del villaggio, avvelena l’aria, altera le relazioni e la quotidianità. Questo disastro diventa metafora di traumi interiori, di paure che non si vedono ma si respirano. Attraverso il personaggio di Esma, Altun costruisce un ponte tra una tragedia collettiva e i piccoli momenti familiari: il gioco, i silenzi, la speranza. La catastrofe ambientale serve non solo come evento narrativo, ma come lente per esplorare il peso della perdita, la vulnerabilità e l’adattamento.
Volti nel fumo: una regia che respira con i suoi personaggi
Nella pellicola i personaggi e lo sguardo registico si intrecciano in modo indissolubile, creando un tessuto narrativo in cui l’emozione nasce tanto dalle interpretazioni quanto dalla messa in scena. Al centro della storia Esma: la sua innocenza interrotta, i sogni compressi e la tenace resilienza offrono una prospettiva profondamente umana su ciò che significa crescere troppo in fretta, soprattutto quando il mondo intorno sembra disfarsi. Accanto a lei, il padre (Hakan Karsak) incarna la fragilità adulta: un uomo silenzioso, diviso tra il desiderio di proteggere la famiglia e un senso di impotenza che pesa su ogni gesto. Karsak restituisce con forza questa interiorità trattenuta, dando corpo a una figura piegata ma tutt’altro che rassegnata.
Şeyhmus Altun filma questi volti con un linguaggio visivo poetico e misurato: non cerca il dramma urlato, ma lascia che siano i silenzi, le pause e le piccole azioni a parlare. Le immagini, curate dal direttore della fotografia Cevahir Şahin, oscillano tra i paesaggi aperti del villaggio, dove il fumo incombe come un destino, e gli interni intimi, spesso angusti, che diventano rifugi fragili e carichi di tensione emotiva. Un ritmo lento viene percepito nel film, e rispecchia il respiro irregolare dei personaggi, invitando lo spettatore a entrare nel loro mondo non attraverso spiegazioni, ma attraverso sensazioni.
Un esordio che segna
La pellicola conferma la solidità e la maturità di un’opera prima che nasce come cinema intimo, ma si espande ben oltre i confini dell’Anatolia. Al Linea d’Ombra Festival, il film si inserisce con naturalezza nel panorama del cinema indipendente e di scoperta, rivelando Şeyhmus Altun come una voce emergente capace di coniugare delicatezza narrativa e consapevolezza tematica. Un esordio che colpisce per sensibilità, coraggio e coerenza artistica. Altun porta sullo schermo un mondo fragile, ferito ma attraversato da una resistenza silenziosa. È un film che non grida, ma respira lentamente, invitando lo spettatore a fermarsi, ascoltare e lasciarsi toccare da ciò che resta tra le pieghe della tragedia. Per chi ama il cinema poetico, contemplativo e ricco di sottotesti emotivi, quest’ opera prima rappresenta una scoperta preziosa: una storia che continua a vivere dentro lo spettatore molto dopo l’uscita dalla sala. Un debutto di grande maturità, capace di scavare in profondità e lasciare un’impronta duratura.