Disponibile nelle sale italiane dal 20 novembre, con Eduardo Scarpettae Demetra Bellina, Vasrappresenta il culmine di un lungo processo. Co-prodotto da AI One e Meleagris Film e distribuito da Piano B, il film tratta un tema molto attuale: quello degli hikikomori o, più in generale di un disagio molto diffuso tra la popolazione giovanile. Ne abbiamo parlato con chi il film l’ha scritto e diretto, il regista Gianmaria Fiorillo.
Dal palco allo schermo
Questo film è un po’ una fase finale di un progetto, iniziato con un progetto teatrale, proseguito poi anche online. Ti va di parlarne?
Allora, il film nasce da un spettacolo teatrale che è stato messo in scena una decina di anni fa. Il testo teatrale si chiama proprio Vas. Io facevo l’assistente alla regia di questo spettacolo. Dopo qualche anno e dopo vari cortometraggi, ho proposto alla regista del testo teatrale di scrivere insieme a me la sceneggiatura del film. Quindi, l’abbiamo adattato dal suo spettacolo, che ovviamente, come spesso avviene, è stato completamente poi stravolto.
Dopo noi abbiamo fatto una grande campagna sui social, abbiamo iniziato a parlare dell’argomento e si è creata una community. Piano piano, parlando di hikikomori, intervistando un po’ di gente che ci aveva anche aiutato come consulente alla sceneggiatura, abbiamo fatto uscire il film.
Tornando allo spettacolo teatrale, che cosa ti ha fatto capire che questa storia comunque meritava di essere raccontata anche sul grande schermo?
Mi sembrava una tematica molto contemporanea, che aveva dentro di sé un comportamento abbastanza diciamo atavico e universale dell’essere umano: quello dell’autoraccontarsi in un modo che risponde alla nostra vera quotidianità, alla nostra vera vita. È nato tutto per una questione di interesse del contenuto.
Questa tematica mi interessava molto e l’avevo anche affrontata con altri cortometraggi. Questa cosa significava portare una tematica insieme a una sceneggiatura, è un piccolo percorso registico ed è stato molto funzionale per farmi ascoltare dalla produzione, dagli attori e dalla distribuzione.
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Eduardo Scarpetta in una scena del film
Vas – Due personaggi simbolici ed estremi
Ricollegandoci al tema centrale del film: gli hikikomori. È un fenomeno purtroppo in crescita, soprattutto tra i giovani. Come hai trovato anche la tua chiave di lettura per non cadere poi negli stereotipi?
È una tematica molto complessa da trattare con la massima delicatezza. Si tratta di argomenti clinici che vanno trattati con gli specialisti, quindi non parlo di hikikomori. Secondo me questa tendenza a isolarsi non riguarda solo questa generazione, questo comportamento e questa tendenza sia a isolarsi sia ad auto-raccontarsi è una cosa che avviene spesso. Infatti, tutti quelli che hanno visto il film, di qualsiasi generazione fossero, si rivedevano nei due protagonisti.
L’intento era quello di trattare in maniera iperbolica due vite estreme che però portano con loro tutta una serie di atteggiamenti, di micro dinamiche che un tutti, o molti, attuiamo durante la nostra quotidianità. Devo dire la verità, questa risposta l’abbiamo avuta, proprio perché questi protagonisti sono trattati in maniera simbolica e metaforica, sono estremizzati, quindi diventano dei simboli, degli esempi.
Parlando proprio dei protagonisti, sono dei personaggi molto complessi, molto estremizzati, ma questa è anche la forza del film. Quando hai capito di aver trovato gli attori giusti per Camilla e Matteo?
Avendo un approccio teatrale alle spalle, io sono molto tecnico con l’approccio alla recitazione. Secondo me i due personaggi avevano bisogno di avere una buona tecnica, di poter lavorare su varie corde e servivano degli attori bravi. Quindi, io ho scelto due attori tecnici molto bravi, che mi piacevano, che avevo già visto in scena, con cui avevo parlato di recitazione e di film, ho visto che loro potevano rispondere al mio approccio.
Quali sono state le sfide principali nel creare quest’opera a livello di scrittura, di produzione, di regia?
Potevano diventare un cliché, sia la tematica che i personaggi. Quindi, una delle prime sfide in scrittura è stata creare una psicologia dei personaggi, ci siamo posti mille domande, anche se queste cose poi non escono fuori nel film. A livello di sottotesto, però, i personaggi li abbiamo dovuti scrivere con tante backstory, proprio per dare loro delle sfumature e una tridimensionalità Stiamo parlando di due persone che hanno delle crisi che vengono esplorate, nell’azione, quindi nell’andare avanti, non si torna mai indietro. Questa cosa poteva diventare bidimensionale, un po’ macchiettistica.
Poi quando ti interroghi bene sui personaggi, loro prendono già vita in scrittura, iniziano a fare delle azioni che sono inevitabili, che corrispondono al loro carattere. Se hai scritto un carattere credibile, le azioni stesse diventano credibili.
Dal punto di vista registico, invece, la cosa un poco più difficile è stata quella di creare un dinamismo all’interno di questi due luoghi che troviamo spesso, che sono le due camere dei protagonisti. È stato difficile trovare ogni volta un’inquadratura diversa e cercare di costruire delle sequenze che avessero ogni volta un ritmo e uno stile diverso.

Demetra Bellina in una scena del film
Vas – Il dolore è una metafora
Il titolo è un acronimo, la sigla VAS in medicina indica la scala del dolore. Però, in questo film VAS è anche una metafora e assume diversi significati.
Il dolore, ma anche la scala del dolore, questo uso del VAS, sì. Il dolore è la scusa del loro approccio erotico, però il dolore rappresenta anche l’accettare la loro condizione. Loro si vivono in un VAS parallelo, sia quando fanno quei giochini erotici, sia quando vivono la loro vita quotidiana.
Secondo me tutti facciamo questo, cioè tutti facciamo finta di non vedere delle cose che ci fanno stare male, tutti nascondiamo delle ansie, delle cose che ci turbano. Però, forse non è quello l’approccio giusto, perché poi queste ansie niziano a muoversi da sotto al tappeto e ci inquietano. Questo lo diceva Freud parlando del trauma, lo dicevano i buddhisti quando parlano dell’uscita della sofferenza e dell’accettare la sofferenza. Lo dicono anche i cristiani. Quindi, il dolore è qualcosa che serve alla nostra crescita. Non è che sia inevitabile provare dolore per crescere, però c’è e bisogna accettarlo.
La VAS in questo è una metafora, cioè che dolore hai, lo devi vedere, lo devi ammettere e lo devi individuare, devi capire che tipo di dolore è. La VAS è usata parallelamente a questo, è la micro questione che innesca di fatto la trama, ma è anche la macro questione, il tema di fondo: il dolore come presa di coscienza personale, come presa di consapevolezza.
Infatti, una delle domande che emerge alla fine del trailer, ma anche alla fine del film, è proprio: quanto fa male il mondo fuori?
Infatti, si scava un po’ di più nella profondità. Perché uno decide di non uscire? Questa è un po’ la riflessione. Quanto fa male il mondo fuori? Perché fa male il mondo fuori? Non dovrebbe essere una cosa bella? Perché allora tutti questi giovani nel mondo e in Italia si isolano? Stiamo sbagliando qualcosa a questo livello proprio sociale?
Ricollegandoci a questa riflessione, cosa speri che Vas possa lasciare nel pubblico? Quale messaggio? Quale significato?
Secondo me all’inizio lo spettatore guarda i due personaggi dall’altro verso il basso, cioè come due disadattati. Non si crea empatia con i protagonisti o comunque, se si crea, è un’empatia abbastanza timida: vorresti tenere il segreto, non si dice “che bello vorrei essere Camilla” o “vorrei essere Matteo”. Conoscendoli e vedendo la loro umanità e la loro fragilità, vedendo come reagiscono, poi si entra in contatto e da un certo punto del film in poi si crea questa empatia. Questo era il focus di quello che si voleva lasciare sul film. Cioè, siamo sicuri che questi sono due disadattati veri oppure sono un pochino da dire dei pazzi pirandelliani? Sono loro che sono pazzi veramente oppure ciò che li circonda si deve dare una calmata e si deve fare delle domande?
Le sfide dei giovani registi emergenti
Tu sei un giovane regista, quali sono le sfide in Italia oggi per un regista emergente?
Di certo non viviamo il momento più florido a livello di mercato cinematografico. Se ci sono pochi slot, sicuramente vengono dati con più difficoltà agli emergenti. Quindi, già emergere è la prima difficoltà.
Poi, secondo me un giovane regista o un giovane autore non dovrebbe pensare a quali sono le difficoltà ed essere nostalgico di quello che era il cinema prima. Bisogna essere oggettivi, studiare bene il mercato. La sfida più grande che un regista deve fare è capire che si sta immettendo in un mercato florido ma molto fragile. Si deve capire che cos’è il cinema oggi e come poter dire la propria in un mondo saturo di prodotti di audiovisivi. Quindi, il proprio prodotto deve essere valido per poter emergere. Quello, secondo me, non deriva neanche dalla bravura registica, che uno può affinare nel tempo.
Per riassumere, essere consapevoli del mercato di riferimento in cui uno si sta immettendo, ecco secondo me questa è la sfida più grande che un emergente deve affrontare.