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Approfondimenti

Paul Newman – L’uomo che ha reso eterna la mortalità

Svanire e rimanere eterno: la virtù di pochi rincorsa da molti. Icona del cinema intramontabile, Paul Newman insegna l'arte dell'eternità.

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Fissare il tempo, rendere immortale un corpo, sospendere la realtà e ricostruirla. Che arte nobile è il cinema! Morto ormai 17 anni fa, quest’anno a Settembre avrebbe celebrato il suo centenario; Paul Newman ancora oggi sa camminare nell’eternità della cinematografia. La sua tempra e quel volto così numinoso hanno combattuto la mortalità. Pur senza volerlo o rendersene conto, non ha mai cessato di farsi strada. Solitaria e cupa, l’ascesa è stata sudata e spesso dubitata: così è nato il mito di Paul Newman, l’attore maschio e americano per antonomasia.

Paul Newman Il ragazzo della porta accanto

Sono i primi anni 50 e Hollywood ha sete di una nuova stella da lanciare. La macchina del cinema aveva fabbricato con lo stampino l’immagine del giovane tenebroso, l’uomo la cui seduzione risiede in un pugno chiuso, un fare arrogante e una mascella scolpita. Tra un carismatico e attraente Marlon Brando – con il quale il paragone da parte della critica rimarrà agguerrito e inevitabile -, il suo successore e prediletto Robert Redford o James Dean – venuto a mancare troppo presto, eppure così vivo nella sua magnificenza da divenire inconsapevolmente rivale e al contempo mentore – Paul Newman a testa bassa, smantella tassello dopo tassello il monolito scontroso e burbero di una mascolinità fine all’autocompiacimento del genere maschile stesso che finisce per ingabbiare le donne, vittime dei suoi effetti. Nel corso della sua carriera il leggendario Old Bue Eyes ha seguito il gregge verso l’ovile, si è arreso all’impotenza di riconoscersi, sullo schermo e per le strade di New York. Tuttavia è anche assorto a serafico nuovo volto di virilità. Non vi era furia né ipocrisia, eppure con quegli occhi glaciali sapeva essere tempestoso. Una pellicola dopo l’altra, Newman, con innocente eterodossia, ha mantenuto il suo amore più duraturo, più tormentato e languito: il suo amore per il cinema. Impostore di se stesso sarà lui il suo più acerrimo nemico.

Una virilità nobile

Newman stravolge l’archetipo del divo hollywoodiano sottraendosi a scandali da prima pagina e fedina penale sporca. Con lui trionfa il “ragazzo della porta accanto”. Cinque decenni di seduzione, di promesse mantenute, di lotte per i diritti umani però non si sono costruiti in una notte. Il suo ingresso nel mondo dello spettacolo sarà sempre visto da Newman stesso come fortuito piuttosto che rincorso e guadagnato. Figlio di un fiorente proprietario di una concessionaria ebreo, quel mondo non sembrava essergli destinato. Muove i primi passi come modello per una rivista perché costretto a trovarsi un impiego. Tra un corso di recitazione e l’altro, nonostante le innumerevoli partecipazioni a produzioni teatrali, – come La bisbetica domata – quella dell’attore rimarrà per molto tempo una professione troppo aulica per aspirarvici. In realtà sognava di diventare insegnante di recitazione, del resto si sa, chi non sa fare insegna e purtroppo Newman non ha mai creduto veramente nel suo talento. Studiò teatro al Kenyon College e lì conseguì la laurea nel 1949 per poi frequentare la Yale School of Drama per un anno. 

“Non avevo idea di cosa stessi facendo. Ho imparato le mie battute a memoria e le ho semplicemente dette. Senza spontaneità, senza alcuna idea di come affrontare le forze che mi circondavano sul palco, senza sapere cosa significasse agire e reagire.”

La morte di un mito e la nascita di una leggenda

Somebody Up there Likes Me (Lassù qualcuno mi ama, 1956), frase che potrebbe riassumere la gavetta del nostro beniamino è invece il titolo del film che ha portato Newman alla notorietà. Il ruolo del teppista in via di redenzione Rocky Graziano, celebre boxeur di pesi medi, era in realtà stato assegnato al più affermato e navigato James Dean. La sua scomparsa prematura porterà lo studio di produzione a sostituirlo. Una sorte avversa e 114 minuti di pellicola cambieranno per sempre la vita a quella che è oggi l’icona del cinema per eccellenza. Non sarà l’ultima volta che Paul dovrà scontrarsi col fantasma di James e lottare per non divenirne l’ombra. Ma ancora acerbo, l’attore deve dar fondo alla sua tempra e alle sue doti.

Paul Newman. La maledizione dell’Oscar mancato

The Long, Hot Summer (1958), Cat on a Hot Tin Roof (1958), Exodus (1960), The Hustler (1961), Paris Blues (1961), Hud (1963), Hombre (1967): gli anni sessanta sono la miniera d’oro per la sua carriera. Newman si afferma come eminenza del grande schermo eppure qualcosa manca. Quasi tutti i personaggi dei film sopracitati irradiano una sensualità minacciosa, una mascolinità possente e rumorosa, ma più di tutto, ognuno di quegli uomini risulta essere una copia diluita dell’altro. Così ecco che la gente va al cinema per vedere la versione di Paul Newman che gli sceneggiatori impongono come inequivocabile e gli spettatori s’illudono sia autentica. Con fare flemmatico l’attore non ha nulla da interpretare. Asettico, si riduce inconsapevolmente a marionetta dello spettacolo, semplicemente prevedibile. Ai piani alti il suo nome riverbera senza freno alcuno, eppure l’ambito riconoscimento di un Oscar tarderà decenni ad arrivare. Eterno secondo, Paul Newman inizierà a covare risentimento, non per le istituzioni e le politiche commerciali dietro questo tipo i eventi ma per il suo amato cinema, per le sfumature di un’antica arte che gli sfugge, per ruoli che interpreta ma non padroneggia. 

Anestetizzare il dolore

Un sorriso galante ha sempre saputo mascherare l’amarezza di un’esistenza subita piuttosto che vissuta. Restio a fare i conti con i suoi demoni, l’indolenza delle sue performance è stata spesso il riflesso di Paul Newman codardo dinanzi all’emotività. Così l’alcool diventa il più fedele compagno di miserie. Nonostante il grande successo commerciale, ha fatto del fallimento il suo manto, difficile da scrollare dato che lo ha vestito fin dall’infanzia. Nei primi anni di carriera ha trovato difficoltà nel mettersi a nudo davanti alla telecamera, nel donarsi con tutte le sue ferite e proprio in questo si riconosce la sua crescita negli anni a venire. 

“Quando ero bambino non ero un bravo studioso e volevo davvero diventarlo. Non ero un bravo atleta e volevo davvero diventarlo; non ero un bravo conversatore e ancora oggi ho difficoltà a parlare.” 

Nonostante la madre cristiana, Newman ha sempre sfoggiato orgoglio per la sua eredità semita. All’epoca essere ebreo voleva dire dover essere un combattente per navigare una civiltà avversa, significava essere forzato ai margini. Un po’ per ego – il potere di dirsi più forte di tali iniquità – e un po’ per mantenere il cordone ombelicale legato a un padre che in lui ha visto solo delusione. La possente presenza patriarcale rincorrerà Newman e il vuoto dell’assenza circoscriveranno molte delle sue opere.

Gatto su un tetto di latta calda

Con Cat on a Hot Tin Roof (1958) l’attore ottiene la sua prima candidatura all’Oscar. L’opera esplora le bugie e il bagaglio emotivo che governano le dinamiche di un ricco piantatore del sud di umili origini e la sua famiglia. Il patriarca detto Big Daddy sta per festeggiare il suo 65° compleanno e per l’occasione i suoi due figli gli faranno visita. Uno è sposato, padre già di cinque figli e in attesa del sesto; l’altro invece è la pecora nera per non aver portato prosperità al buon nome di famiglia. Seguendo il personaggio di Brick rappresentato da Newman, Richard Brooks – in maniera molto più sterile e censurata rispetto all’opera teatrale dalla quale è ispirata –  naviga i labili confini familiari, soprattutto l’animosità insita del rapporto padre-figlio e la costante sensazione di essere un inetto. Così come il peso di certi costrutti sociali sull’identità, la distruzione che possono apportare potere e controllo, il desiderio carnale e altre sfere dell’esistenza. 

Gli anni 60’: la supremazia di Newman

In Exodus (1960) veste i panni di un profugo ebreo, attivista intento a liberare gli ebrei europei confinati a Cipro dopo la seconda guerra mondiale. Presto riceverà una seconda nomination agli Oscar come miglior attore per quello che diventerà un alter ego, un personaggio così simbolico per la cinematografia e per la sua scalata al successo da essere riesumato anni dopo nel sequel diretto da Martin Scorsese. Si tratta dello squalo del biliardo Fast Eddie in The Hustler  (Lo Spaccone, 1961). E poi ancora Sweet Bird of Youth a Broadway e ancora Hud (1963) il western diretto da Martin Ritt. Adattato dal romanzo di Larry McMurtry, con sceneggiatura tagliente di Irving Ravetch e Harriet Frank Jr, l’opera forgia l’insolenza e il fascino degli uomini precedentemente animati da Newman con un approccio sintetico. Irrequieto e nullafacente, chiacchierone e perso nell’immaginazione gioviale, Hud è figlio di un allevatore. Bere birra e sedurre le donne sono i suoi vizi preferiti. Così il film divenne un successo per tutte le ragioni sbagliate a detta del protagonista. Newman vedeva nel giovane Hud un farabutto marcio e miserabile, affamato e mausoleo ma il pubblico lo ha amato oltre i suoi peccati rendendolo un eroe popolare. E poi Cool Hand Luke (Nick mano fredda, 1967). Il ruolo rimarrà anch’esso indelebile nella storia del cinema americano. Simbolo di ribellione e sovversione all’egemonia, perseveranza e lotta per la libertà.  Nuovamente nominato e nuovamente scartato.

“Quello che abbiamo qui è un fallimento nel comunicare.”

Il silenzio opulento del senza voce

Butch Cassidy and the Sundance Kid, Cool Hand Luke, Sting, The Hustler, The Color of the Money, The Road to Perdition, The Long Hot Summer, Hud, Cars, The Verdict: i personaggi di tutte queste pellicole sono legati dal medesimo fil rouge. Sono outsider, emarginati e rigettati, i vagabondi e i fuorilegge della città, sono i falliti e il disonore dei loro padri, sono mille facce di Paul Newman.

Ed ecco che Cassidy si lancia nelle fiamme pur di onorare se stesso perché non può ritirarsi senza battersi. O di fronte a un minaccioso Tom Hanks l’espiazione tanto agognata fa sì che l’onnipotente John Rooney si compiace del suo stesso assassinio ad opera del giovane. Peccati e tradimenti non cancellano l’amore paterno che egli prova, né la consapevolezza che, per rispetto di sé, un uomo debba fare ciò che deve. Come un Cool Hand Luke tutto italiano, affronta senza esitazioni la propria prova: ingoia, metaforicamente, tutte le sue cinquanta uova sode e scava con le proprie mani la fossa che sarà la sua tomba. Paura e dubbio non lo hanno mai spezzato, ha una ragione per lottare e la insegue fino alla fine, incarnando l’eroe e paladino del popolo per cui tutti abbiamo tifato.

 “Cerco disperatamente, spero, di essere un individuo.”

Un’esistenza vissuta senza copione 

Era mio padre (2002) è l’ultimo capitolo della sua filmografia. Questa sarà per lui l’ultima volta in cui metterà la complessità tacita di un patriarca. Incapace di rendere fiero il padre e di perdonarsi il suicidio del figlio o il posto vacante che ha lasciato nella sua vita in qualità di padre negligente, ciò che si vede sullo schermo sembra foriero, una nefasta giustapposizione della sua verità. E poi la sua morte. L’ultimo fotogramma di lui ritratto dalla cinepresa è proprio il suo corpo abbattuto a terra esanime, e chi lo avrebbe detto che quello sarebbe divenuto per sempre il tramonto di un mito.

Negli anni, dialoghi legnosi e penetranti riprese fisse su quegli occhi color ghiaccio hanno lasciato spazio a una vulnerabilità recondita, tanto sacra e sofferente da non voler essere spogliata da Newman per tanto tempo. Emotivamente intorpidito, nella sua gioventù non aveva abbastanza consapevolezza dei propri sentimenti per indagarli a fondo.

Eterno impostore di se stesso

“Probabilmente sono stato uno dei peggiori attori universitari della storia” ha ricordato all’inizio degli anni ’60. “Non avevo idea di cosa stessi facendo. Ho imparato le mie battute a memoria e le ho semplicemente dette, senza spontaneità, senza alcuna idea di come affrontare le forze che mi circondavano sul palco, senza sapere cosa significasse agire e reagire.”

In realtà erano i demoni dell’insicurezza a frenarlo dal donarsi completamente. Eppure il suo talento sopraffino è sempre riuscito a sgorgare oltre i muri della sua insoddisfazione e del suo zelo. Con l’età, l’avversione a un’intimità solenne è stata sconfitta regalandoci performance autentiche di un uomo denudato dalla patina hollywoodiana.

“Appartiene a tutti noi, Nate. La nostra stella, appartiene all’America.”

 

Paul Newman. Quando il cinema supera la realtà

Prima dell’avvento del crepuscolo però, nel 1982, Paul Newman regala un’interpretazione iperbolica per quanto vitrea. Un aculeo diafano di chi l’attore è stato e chi aveva l’ambizione di divenire. The Verdict lo riprende indossare i completi gessati di un avvocato alcolizzato di Boston a cui è assegnato un ultimo caso da archiviare. Newman trovò il suo passo maturo. Già all’epoca fu un personaggio per il quale l’attore riservò molta cura, come se finalmente avesse incontrato nella finzione una versione di sé meritevole di esistere. In lui tutte le ferite aperte sono state medicate, le piaghe si sono cicatrizzate. Invitando la fragilità del tempo che scorre e la saggezza di un uomo che quella vita l’ha vissuta davvero, e non l’ha lasciata appesa a un copione, Il Verdetto di Sidney Lumet diventa il dizionario per eccellenza col quale decifrare le mille sfumature di quegli occhi color oceano. 

“Mi vergogno, papà. Ecco perché sono ubriaco quando sono ubriaco. Non sopporto me stesso.”

Troppo familiare, quasi autobiografica, la corte dell’alcol aveva un tempo lusingato lui tanto quanto Frank Galvin. La sua bellezza stavolta è mascherata dalle delusioni di una vita insoddisfacente. Gli occhi blu sono sepolti da palpebre pesanti e l’arrendevolezza di chi non ha conosciuto orgoglio. Lo sguardo è distante e le spalle ricurve, torturate dai pesi del quotidiano fallimento. La sinossi di decenni passati a sentirsi impostore, ladro di un successo che non si riconosce.

Palpabile eppure così forestiero 

“Ebbene sai, la maggior parte delle volte siamo semplicemente persi. Diciamo:
«Per favore, Dio, dicci cosa è giusto. Raccontaci cosa è vero.»
Voglio dire che non c’è giustizia. I ricchi vincono; i poveri sono impotenti. Ci stanchiamo di sentire la gente mentire. E dopo un po’ diventiamo morti, un po’ morti. Pensiamo a noi stessi come vittime – e diventiamo vittime. Diventiamo deboli, dubitiamo di noi stessi, dubitiamo delle nostre convinzioni, dubitiamo delle nostre istituzioni e dubitiamo della legge.”

Una sceneggiatura che sembra strappata a una pagina del suo diario, per quanto vulnerabile e adiacente ai fantasmi di una vita rincorsa ad abbattere la presunzione e affinare la propria abilità. Forse, esattamente come Frank, nel disagio dell’apatia, Newman ha ritrovato la passione e l’ambizione necessari alla sopravvivenza. Si garantirà la sua sesta nomination agli Oscar, nonché la sua sesta sconfitta. The Verdict però presenta alcune di quelle sequenze che sono e rimarranno imperative nelle sacre scritture del cinema. Paul Newman cementa con esso la sua arte. Non più semplice mestiere, l’attore diviene l’aedo per eccellenza che accompagnerà il suo pubblico per 50 anni senza deludere.

 

La grezza verità

Ormai svanita dietro il nitore del marito, Joanne Woodward, aveva abbandonato le luci dei riflettori per crescere i figli. Non necessariamente una scelta consapevole ma piuttosto la traduzione di leggi tacite. Nonostante il rispetto e l’amore di Paul, qualcosa mancava, il richiamo dell’arte si faceva possente così nel 1968 arriva Rachel Rachel (La prima volta di Jennifer), debutto alla regia di Newman e candidato a 4 premi Oscar, tra cui miglior film e migliore attrice protagonista. Basato sul romanzo A Jest of God della scrittrice Margaret Laurence, il film illustra la storia di un’insegnante 35enne di provincia. Nubile e sessualmente repressa, vive insieme alla protettiva madre anziana mentre affronta una crisi di mezza età. Fin da subito la stella del cinema s’innamorò del romanzo e combatté per ottenerne una sceneggiatura. Il profilo era perfetto. Non doveva essere bella, fresca e ammiccante, bensì cruda nella verità di una realtà sofferta da così tanti e raccontata da pochi. Era il perfetto ritorno sulla scena per lasciare un’impronta che andasse oltre lustrini e rossetto rosso. Joanne Woodward ha saputo raccontare la femminilità quotidiana, fatta di capelli spettinati e insicurezze. Forse un riflesso del suo stagno, della sua personale resa alla fama e alla carriera.

Dietro la cinepresa

Newman non ha esitato quando gli studi di produzione non hanno saputo cogliere la forza delle storie vere di gente comune, in parte spinto dal voler espiare il proprio senso di colpa per l’arretrare della carriera della moglie. Del resto quando si conobbero era lei la diva lodata da pubblico e giornali, poi per sostenere la famiglia è divenuta un volto fra tanti, anonimo, una persona da strattonare e spingere per arrivare a fotografare Paul nella sua gloria o chiedere un autografo. Fatto sta che il duo si è rivelato complice sul set tanto quanto tra le mura di casa. Anni dopo tentarono di replicare il miracolo con The Effect of Gamma Rays on Man-in-the-Moon Marigolds. Lei vinse il Premio per la Miglior Interpretazione Femminile al 26º Festival di Cannes e lui rimase così scosso dalla turbolenza che quel film apportò al loro matrimonio da riprendere la cinepresa solo 10 anni più tardi.

Passare il testimone

Il celeberrimo Eddie Felson detto Eddie Lo Svelto di The Hustler, nel 1987 fa il suo ritorno ben 25 anni dopo la sua prima apparizione al pubblico. Con lui Paul Newman ha modo di sancire sullo schermo una nuova  fase della sua vita. Ancora una volta la sceneggiatura cattura le sfumature più intrinseche dell’attore e inconsciamente trascrive su immagine la cupa coscienza di un uomo che sa guardarsi indietro per andare avanti. Alla regia stavolta c’è Martin Scorsese, fortemente desiderato da Newman in persona. Il mito ormai tramontato di Eddie si scontra con la temerarietà infantile di Vincent (Tom Cruise), promettente giocatore di biliardo agli albori. La corona è pesante da portare e quando ce se ne libera il vuoto si fa ancora più ingombrante. Per vincere si deve conoscere l’arte della sconfitta. The Color of Money è una lezione che mette a dura prova la presunzione del sapere che elargisce con l’età e l’infantile arroganza di credersi invincibili. Newman vede nel fanciullo Cruise ciò che Eddie accoglie nella figura di Vincent. Se stesso allo specchio. Un ragazzo da guidare e dal quale imparare con umiltà. Passare il testimone è d’obbligo.

“Penso che recitare fosse molto più emozionante 20 anni fa, soprattutto perché non avevo la sensazione, come persona, di aver esaurito ogni capacità di caratterizzazione. E ora, 20 anni dopo, scopri che ci sono solo un numero limitato di sfaccettature della tua personalità a cui puoi arrivare e ti ritrovi a riproporti.”

Il rintocco della fine

Una dura verità per una celebrità che ha dovuto primeggiare su tutti per rimanere rilevante. Ma nella vita privata, così come in quella professionale, si è sempre dimostrato generoso, pronto a dare agli altri quelle opportunità che gli sono state negate. Come quando senza gonfiarsi il petto ha avvocato affinché Robert Redford – all’epoca sconosciuto e rigettato – dividesse con lui la scena per Butch Cassidy and the Sundance Kid. Nessuno avrebbe scommesso su di lui, tanto meno nessuno si sarebbe aspettato un’accoglienza così calda da parte di un senior navigato e formato. Invece Newman legittima il talento di Redford che sarà presto considerato un diamante raro del cinema americano. Ne Il Colore dei Soldi il denaro è una metafora. Il veterano giocatore di biliardo oltre ai soldi dovrà essere disposto a consegnare la sua dignità, l’ego e il rispetto verso se stesso. Raggiunge un bivio tra onore e umiltà e realizza di non essere più l’uomo di un tempo. Combatte i suoi demoni e non prova vergogna nel dare forfait. Non per gloria né per titolo, ma per affrontare la vita con pudore e riconoscersi in ogni scelta. Fronteggiare il migliore in campo è l’unico modo, fuori e dentro lo schermo. E stavolta il premio Oscar porterà il suo nome.

“Eddie, cosa farai quando ti spacco il culo? Mi rialzerò e ti lascerò prendermi a calci di nuovo.”

L’arte del saper svanire

Filantropo dedicato, attivista accanito fino alla fine dei suoi giorni e marito devoto. Paul Newman, tra uno studio cinematografico e l’altro, si è abbandonato a una vita priva di copione. Il suo nome ha combattuto l’assolutezza del tempo e il suo talento si muoverà per sempre nell’eternità del cinema: l’arte del saper svanire tra “ricordi bagnati di lacrime”, scriverebbe Wong Kar Wai, e conferire essenza al tempo è tutta sua.

In occasione del centenario della sua nascita, il Torino Film Festival gli dedica la retrospettiva e il manifesto della 43ª edizione.