Shane Black ritorna alla regia dopo sette anni dall’uscita della quarta istanza della serie fantascientifica di alieni cacciatori, intitolata The Predator, con un action thriller dalle tinte umoristiche, ma che forse esagera un po’ troppo. Play Dirty – Triplo gioco riprende direttamente dai gialli anni ’60 dello scrittore Donald E. Westlake, traendo forte ispirazione dalla sua serie di scritti che hanno come personaggio centrale Parker (nel film di Shane Black interpretato da Mark Wahlberg), che nella pellicola si unisce a una banda di eccentrici individui per attuare una rapina estremamente delicata.
Fare un action comedy nel 2025
Shane Black si getta nella mischia di un’industria cinematografica alla costante ricerca dell’originalità, accettando il rischio e la sfida del cinema d’azione moderno. Con l’uso (o forse abuso) di Computer Generated Imagery (CGI) e sparatorie improvvise che tramutano scene di normalità in momenti di alta tensione, il film riesce a sostenere abbastanza bene ciò che ci si aspetterebbe da un titolo simile: il prototipo è chiaro, rimane da snocciolare il più possibile per riuscire a trovare qualcosa di valore.
Dove il film funziona
È chiaro che Play Dirty abbia un’intenzione precisa: risultare il più esilarante e umoristico possibile. In un certo senso ci riesce: la comicità ha alti e bassi, ma nel complesso rappresenta un ottimo punto d’incontro per una serata in compagnia, si accende la TV e ci si può godere un film divertente ed irriverente. Le dinamiche interpersonali tra i vari personaggi risultano positivamente assurde, e ognuno è caratterizzato seguendo un determinato ruolo. Mescolando insieme queste personalità si ottiene un film che non stanca e non risulta pesante, per quanto sia criticabile la presenza di momenti morti o di monotonia.
I problemi più grandi
Nonostante le premesse, è presto detto che Play Dirty – Triplo gioco continua per una strada totalmente a sé stante, quasi senza considerare lo spettatore. E per quanto per altre pellicole ciò possa rappresentare un bene, talvolta risulta difficile seguire ciò che ci viene mostrato. Appare come un grande agglomerato di colpi di pistola e compromessi di trama, elementi tipici di un film d’azione alla Michael Bay (con forse esagerazioni sceniche che potrebbero superarlo); non è sempre semplice capire che tipo di effetto è desiderato da una determinata scena per via di quanto risultano vaghe e difficili da far combaciare in un puzzle più grande, specialmente se tale puzzle dura più di due ore.
Altro quesito è quello del realismo. Il film si presenta come un impacchettamento di colpi di scena che fin troppo spesso non sono accompagnati da situazioni sensate secondo un’ottica più realistica: per fare un esempio, in una sequenza i protagonisti calcolano la traiettoria per far deragliare un treno in corsa, che finisce per rappresentare un pericolo per l’intera cittadina. Non viene però calcolato il punto dal quale sarebbe dovuto deragliare, creando scompiglio inutilmente – ovviamente non mancano scene “epiche”, come il personaggio di Alan Grofield (Lakeith Stanfield) che scivola per una decina di secondi sulla neve al di sotto del mezzo di trasporto in fiamme. La fisica dei movimenti pare essere stata messa da parte per rese sceniche anche potenzialmente avvincenti, peccato tuttavia non riescano a reggersi in piedi se ne si analizza il lato tecnico.
E infine c’è bisogno di parlare dell’originalità, il punto più scottante. L’intero percorso narrativo mostrato, infatti, risulta poco originale. Alla fine della visione uno degli elementi più memorabili, forse, è l’inizio: un’incursione in auto a un ippodromo, dove ancora gareggiano cavalli da corsa con i loro fantini che si schiantano rovinosamente (salvandosi in qualche modo), il tutto preconfezionato con effetti digitali che lasciano parecchio a desiderare.
Nel complesso, quindi, il film presenta elementi di comicità avvincenti che tuttavia non permettono al film di ripararsi da critiche sull’originalità, lo svolgimento della trama e il realismo impiegato.
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