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INTERVISTE

Intervista a Francesco Amato, regista di Lasciati andare, la commedia con Toni Servillo e Luca Marinelli

Un film con Toni Servillo non è come tutti gli altri. A Francesco Amato, che lo ha diretto in Lasciati andare, abbiamo chiesto di spiegarcelo nell’intervista che state per leggere

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Da dove sei partito per raccontare il tuo film?

Sono partito da uno spunto di Francesco Bruni che tra l’altro è stato il mio insegnante al centro sperimentale di cinematografia e che, posso dirlo, anche un mio grande amico oltreché sceneggiatore dei film italiani che amo di più. Il soggetto riguardava la storia di un intellettuale narcisista e un po’ fuori forma che da un giorno all’altro per un problema di salute deve frequentare la palestra per rimettersi in forma e nella quale incontra una personal trainer che gli sconvolge la vita e che dal punto di vista umano e caratteriale è po’ il suo contrario, tutto corpo e poco cervello. Attorno a questo canovaccio si è creato il gruppo del film.

E che gruppo.

Si, una concentrazione di talenti che davvero mi sorprende per l’adesione cosi bella e forte nei confronti del film. Non parlo solo degli attori ma anche del produttore Riccardo Tozzi, dell’altro sceneggiatore Davide Lantieri, di Vladan Radovic il direttore della fotografia, insomma si è creato un gruppo molto affiatato. Tu mi chiedi come inizia il film e io ti dico che inizia con me e Francesco Bruni a parlare di cinema e a cercare di indovinare come sviluppare il soggetto. Poi i film hanno tanti inizi, per cui uno nuovo è stato quando Toni Servillo ha accettato di parteciparvi – di fare Elia, il protagonista – A quel punto tutte le opzioni che avevo pensato per realizzare il film sono venute a coincidere con quel volto. Il volto di Toni segna profondamente la storia.

Era quello che avevi pensato oppure lo hai trovato per strada, ragionando?

Nasceva con lui. Il film è stato scritto pensando a lui, che è differente dal dire che l’ho scritto per lui, affermazione che potrebbe far pensare a un lavoro su commissione. 

Sappiamo che i grandi artisti non hanno barriere e scelgono cosa fare in base a parametri che non contemplano etichette, né in questo caso, generi. Non posso però non chiederti come sei riuscito a convincere Servillo a recitare per la prima volta in una commedia. 

L’incontro è avvenuto sulla base del copione. Lo abbiamo scritto e poi mandato a Toni. Era, credo, maggio e lui non ha accettato subito il nostro invito. Ci ha riflettuto molto. Il suo gradimento è stato subito altissimo ma ha impiegato tempo per decidere di farlo. Era settembre quando ha deciso e da quel momento non ha mai fatto un passo indietro. Ha manifestato una grande energia nei confronti di questa storia, una grande fiducia verso di me ed è anche da qui, penso, che si vede un grande attore, quando cioè si percepisce la sua solidità emotiva, qualità che gli attori mediocri non hanno. Poi, tecnicamente, incontrare Toni non è stato una cosa immediata. Inizialmente mi sono fatto crescere la barba per sembrare più autorevole. Sono andato a correre per guadagnare un po’ di forma fisica perché sapevo che sarebbe stata un’esperienza dura. Poi invece ho scoperto che l’unica maniera per entrare in una dimensione di complicità con Toni è quella di essere se stessi. Da lì è scattata una scintilla in questo triangolo rappresentato tra me, Toni e il copione. 

Mi sembra che Servillo con il suo distacco e il suo modo compassato di recitare abbia dettato i tempi della commedia e mi sembra anche che tu ti serva della sua presenza come punto di equilibrio tra le diverse voci che attraversano la commedia. 

A riguardo posso fare due considerazioni. Intanto, e in generale, ho chiesto agli sceneggiatori di non fornirmi scene madri. Volevo che non ce ne fossero e questo non vuol dire che non ci siano scene importanti. Le uniche due occasioni in cui Claudia, la personal trainer, si mette a piangere in realtà sono due battute che fanno molto ridere e ciò testimonia il fatto di quanto desiderassi disinnescare quel meccanismo per cui tra secondo e terzo atto deve sempre succedere qualcosa di drammatico che investe l’azione dei personaggi facendo soffrire qualcuno. Ecco, io non volevo che la mia commedia fosse edulcorata, educativa, volevo che fosse popolata di personaggi teneri e tutte le scene dovevano essere orientate alla comicità. Il che non significa risate sguaiate tipo bucce di banana ma la ricerca di un modo per essere spiritosi. E poi, a differenza di altre commedie, in questo film ho dato indicazione a tutti di non essere la spalla dell’altro e di cercare di superarsi in termini di brillantezza e comicità, di carisma del proprio personaggio: Carla Signoris, che nel film fa la ex moglie di Elia, su Toni, Toni su Carla. Veronica/Echegui su Toni. Tutti, insomma, dovevano giocare a superarsi. Questo è un modo di fare commedia. Un altro è quello in cui si sono due personaggi che si scambiano battute e uno prevale. Invece in questa caso tutti devono correre più veloce del proprio interlocutore. E l’unico che fa la spalla, a parte Vincenzo Cremolato che nel film fa quella di Marinelli, è proprio Servillo che anche nelle scene in cui non è il centro della narrazione da un contributo comico altissimo in termini di sguardi, di mimica.

La tua regia lavora molto su particolari che suggeriscono il senso generale di ciò che lo spettatore sta vedendo. Mi riferisco per esempio alla scena in cui durante una passaggio importante della seduta di Elia con un paziente inquadri la mano del primo che cerca di scegliere un pasticcino, o, in una delle ultime scene, quando in campo lungo metti la figura del protagonista accanto a un monumento che lo sovrasta a evidenziare lo smacco di Elia rispetto alle aspettative che aveva nei confronti dell’amicizia con Claudia. 

Mi piace tu faccia questa riflessione perché è come se stessi teorizzando qualcosa che per me è istintiva. Istintiva per modo di dire, visto che poi per fare un film ci metto quattro anni. Con ciò voglio dire che pur ragionando molto sulla storia non ho utilizzato questa tua profonda chiave di lettura. Io faccio una riflessione di gradimento, poi a raggiungere quel livello di appagamento ci impiego un sacco di tempo.  

I tuoi film sono inseriti in un mondo molto determinato, quello dei concerti musicali di “Cosimo e Nicole”, quello del mondo ebraico romano di “Lasciati andare”. Però in entrambi, uno girato a Torino e l’altro a Roma, non fai vedere i luoghi tipici ma particolari spazi. E’ un modo per stabilire una connessione più stretta tra ambiente e personaggi e per farci vedere quanto i primi caratterizzino i comportamenti dei secondi o che altro?

Guarda, io credo che quello che cerco di fare è di trovare delle contraddizioni rispetto alla vita e alle vicende del personaggio che mi vengano fornite dal suo stesso ambiente. E’ come se fosse tale ambiente a un certo punto a creare dei problemi, a rifiutare il personaggio e a mettere in discussione il suo appagamento. Succede per Cosimo quando si trova in difficoltà per la possibile morte del ragazzo di colore e succede anche qui. In particolare, in “Lasciati andare”, si parla soprattutto dell’inadeguatezza, insomma di trovarsi in un certo ambiente, di quel leggero imbarazzo che poi ti porta a reagire e che dal punto di vista cinematografico è la base della comicità che piace a me. Toni l’abbiamo messo nel ghetto perché ci piaceva pensare che fosse solo in una comunità piccola e però centralissimo. Un vero misantropo che vuole primeggiare, coccolato da questa grande città ma insofferente verso tutto ciò che gli sta attorno. 

La tua è una commedia sofisticata. Nella seconda parte prevede anche degli inserti slapstick. Due scene sono davvero esilaranti e vedono insieme a Servillo e Marinelli. Mi dici come hai lavorato per realizzarle?

Fondamentalmente abbiamo lavorato molto prima. Funzionava che io il mercoledì sera andavo a trovare Servillo che stava in tournée con il suo spettacolo (“Le voci di dentro”), per cui l’ho visto almeno dieci volte. La mattina del giovedì aprivamo il copione nei camerini dei più bei teatri d’Italia e cominciavamo a leggere il copione mentre io registravo tutto, anche i nostri commenti. Devo dire che abbiamo fatto un lavoro maniacale. Poi io tornavo a casa e riascoltavo tutto, mi rivedevo le battute: ciò ha fatto sì che una volta sul set sapessi come dovevamo suonare. D’altra parte, tutto questo ha creato in me delle aspettative e obiettivi molto precisi, nel senso di  indurmi a predisporre le condizioni per poterle raggiungere. Abbiamo affrontato il lavoro facendo attenzione alle sfumature e la preparazione è stata fondamentale anche perché questo rito della lettura l’ho fatto con tutti. Non insieme però, autonomamente e, successivamente, a coppie. 

Quanto hai impiegato a realizzare il film?

Credo che per fare le cose come le vuoi esattamente devi impiegarci un po’ di tempo. Nel nostro caso abbiamo impiegato all’incirca tre anni.

Carlo Cerofolini