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Narcos: sangue, droga e realismo magico

Che cos’è Narcos? Una serie tv sul più grande trafficante di droga mai esistito? Un vulcanico biopic che sconfina nella fiction di genere? Un excursus culturale e sociopolitico estremamente dettagliato su un periodo storico/geografico altrettanto ben contestualizzato? Oppure solo ottimo ed epico intrattenimento? Beh, potremmo affermare tutto e il contrario di tutto, e, perché no, anche tanto altro……

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A cavallo fra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, la cocaina ebbe il suo periodo di maggiore popolarità, un fermento inverosimile e per certi versi assurdo, parafrasando le parole del famoso trafficante americano George Jungin quegli anni ci fu il boom, da Hollywood fino alla East Coast, si facevano tutti, ma proprio tutti – tanto che il giro di soldi, o meglio di plata, per dirla in spagnolo, legato ad essa era decisamente maggiore del consumo. I narcotrafficanti colombiani, in quegli anni, erano fra gli individui più ricchi e temuti del mondo, avevano creato un vero e proprio prodotto, un business e, nel bene e nel male, avevano contribuito alla sua ramificazione nell’immaginario collettivo; certo, la cocaina era e resta una sostanza illegale, ma il suo consumo, per intenderci, era pari a quello delle legalissime sigarette e addirittura maggiore a quello del caffè. Un mercato sfavillante e sanguinario, messo in piedi con rabbia, fame e spregiudicatezza da un pugno di uomini che quel mercato lo inventarono nel fitto verde della giungla colombiana. E fra tutti i narcos colombiani e i rispettivi cartelli ce n’era uno che questa faccenda l’aveva presa in un modo del tutto personale e particolare, un uomo con uno spiccato fiuto per gli affari e una violenza pari solo alla sua illimitata ricchezza. Parliamo del patron Pablo Escobar e del cartello di Medellin, cartello divenuto tristemente famoso come la più vasta, violenta e abile organizzazione di esportazione di cocaina su scala mondiale. La figura, oggi mitica, di Escobar è  tornata spavaldamente in auge nell’ultimo anno grazie all’esemplare e dettagliata serie tv Narcos, dove il re della cocaina viene magistralmente interpretato dall’attore brasiliano Wagner Moura.

Ma che cos’è  Narcos? Una serie tv sul più grande trafficante di droga mai esistito? Un vulcanico biopic che sconfina nella fiction di genere? Un excursus culturale e sociopolitico estremamente dettagliato su un periodo storico/geografico altrettanto ben contestualizzato? Oppure solo ottimo ed epico intrattenimento?  Beh, potremmo affermare tutto e il contrario di tutto e, perché no, anche tanto altro che in questo momento non ci viene in mente. Già, perché  Narcos ha in sè una forza stilistica e realistica così personale, e al tempo stesso degradante, da risultare qua e là deformata, seppur sempre ben concentrata su quel che era l’ambiente, nella fattispecie la Colombia. La Colombia in quanto nazione è, infatti, sempre in primo piano, al centro della narrazione, fulcro di azioni e reazioni, i narcos vivono e muoiono per essa, costruiscono la loro fortuna sul territorio, stringono alleanze potenti, comprano parte delle forze dell’ordine, lo stesso Pablo Escobar tenta, durante la prima stagione, un’improbabile carriera politica forgiata sui soldi e sull’intimidazione, con il preciso progetto futuro di diventare Presidente della Repubblica, probabilmente, insieme all’attacco al palazzo di giustizia, due delle azioni più sconsiderate e deliranti del patron e che si avvicinano al più volte citato realismo magico, corrente che proprio in Colombia trova una specie di natalità, per quanto esse figurino così al limite del paradosso e dell’irreale.

Narcos

Tutto Narcos ha nella sua estetica spregiudicata influenze di realismo magico, lo stesso Escobar potrebbe essere una figura degna di tale corrente artistica, tanto quanto il suo vasto impero fondato su chili e chili di cocaina, sangue, terrore, violenza, denaro, ma anche beneficienza e atti popolari caritatevoli. Nel suo essere malvagio e a tratti improbabile, eppure così estremamente reale nonostante l’inverosimiglianza di molte sue imprese, c’è del magico, non fraintendeteci, non del buono, anche se in pubblico egli si considerava sul serio una sorta di Robin Hood colombiano – e poi chi l’ha detto che la magia debba essere per forza riconducibile a qualcosa di puro -, ma magico nel contesto della serialità e dello spettacolo visivo che poi ricalca in modo drammatico l’ambiguità della storia documentata.

Narcos, al di là del linguaggio seriale, ha tutte le caratteristiche dell’epopea letteraria e storico/culturale, fa leva sul linguaggio del luogo senza mai privarsene, metà del racconto è recitato in spagnolo, i narcotrafficanti usano slang e accenti del luogo e mai parlano altre lingue, anche questo forte segno di un certo senso di appartenenza nazionale, utilizza di frequente filmati di repertorio, mescolando realtà e finzione come nelle uccisioni dei politici Rodrigo Lara e Luis Carlos Galàn, favorevoli all’estradizione dei narcos negli States in accordo con la DEA, e restituisce a tutti i personaggi, che si tratti di criminali, agenti, militari, diplomatici, politici o ambasciatori, una giusta ambiguità di fondo. La sottile linea di demarcazione che divide ciò che è bene e ciò che è male è andata in frantumi da un pezzo e tutti si sporcano le mani, perché un altro concetto su cui pone le basi questa serie è quello della relatività, come spiega l’agente Steve Murphy, altra figura portante della serie: stando in Colombia, paese del realismo magico, si impara presto quanto il bene e il male siano solo dei concetti relativi. Si fa quel che si deve con i mezzi che si hanno e la legge non è un vincolo assoluto al quale legarsi.

Narcos non ha punti di riferimento morali su cui poggiare quelle già fievoli certezze, certo gli agenti della DEA Murphy e Javier Pena, interpretati rispettivamente da Boyd Holbrook e Pedro Pascal, non possono essere identificati al pari dei narcos a cui danno la caccia, ma non possono nemmeno collocarsi dalla parte dei buoni, perché le autorità devono stare al gioco dei narcos e servirsi di ogni risorsa per l’adempimento dello scopo. In quegli anni in Colombia c’era una vera guerra in atto e, si sa, in guerra non esistono buoni o cattivi a tutto tondo, ma solo tanto spargimento di sangue. I narcotrafficanti ragionavano da narcotrafficanti, gli agenti, quelli incorruttibili, tentavano di ragionare da incorruttibili e questo loro status era più importante di ogni protocollo. Il capo del temuto blocco di ricerca non esita ad uccidere a sangue freddo alcuni giovani fedeli di Escobar che rifiutavano di collaborare: è la guerra, è la lotta. Nessuno può uscirne indenne, tutti si sporcheranno di sangue, innocenti moriranno e i sopravvissuti mai più saranno innocenti. D’altra parte Pablo Escobar, per quanto feroce e spietato, dimostra un amore illimitato per la sua famiglia; esemplificativa in tal senso la scena dove il criminale, ormai fuggiasco, arriverà a bruciare milioni di dollari nel camino per dare calore all’infreddolita figlia minore. Azioni che rendono la figura del boss stranamente affascinante, controversa, misteriosa e delicata. Escobar vive in un mondo/universo che lui stesso si è creato, dove lui fa e disfà le leggi e solo lui può infrangerle, nel suo universo è un Dio sanguinario ma nel microcosmo familiare si strania da tutto ciò e diviene un padre amorevole e un marito attento, tanto che l’innamoratissima e fedele moglie Tata non sembra mai veramente toccata dalle azioni feroci del marito. L’ambiguità diviene quindi una componente fondamentale e complessa in Narcos, tanto quanto il realismo magico al quale si lega indissolubilmente per scelta di intenti, e l’evoluzione della storia e del mondo intorno ai personaggi contribuisce a  fomentarne l’incertezza.

Narcos

Altro elemento interessante, che la serie sviscera non senza punte di ironia, sono gli aspetti politici del periodo, gli ottanta erano gli anni dell’edonismo reaganiano, Ronald Reagan alla Casa Bianca si crogiolava sulle proprie priorità indirizzate non sulla lotta alla droga e ai narcotrafficanti, quanto più verso il comunismo sovietico, vero e unico male del mondo, secondo l’ex attore divenuto presidente degli Stati Uniti. La figura istituzionale di Reagan ne esce, come al solito, sbeffeggiata e caricaturale, la sua fissazione verso i comunisti, la sua cecità di fronte all’avanzare dell’importazione di narcotici e all’ascesa costante e feroce dei narcos, contribuiscono a dipingerlo come un presidente fossile e fossilizzato su vecchi archetipi politici, già all’epoca sul viale del tramonto, di lì a poco la caduta del muro di Berlino. Bisognerà estrapolare con le pinze un contatto fra il cartello di Medellin, gestito da Escobar, e i comunisti cubani per convincere il presidente a prendere sul serio la minaccia rappresentata dai narcos e a favorire finanziamenti alla lotta contro gli stessi. Insomma, loschi giochi di potere studiati a tavolino che la guerra comporta. Inoltre, come già accennato, in quegli anni, da Miami, vero prolifico negozio per la banda di Medellin, a New York la cocaina dilagava impunemente, esplose nella cultura americana come una bomba ad orologeria, chiunque poteva farsi perché la polverina bianca made in Colombia stava sempre più imponendosi quale status symbol di star e uomini di potere e i guadagni registravano cifre esorbitanti. Il capitale di Escobar cresceva a dismisura e il suo potere e la sua influenza non erano da meno al lievitare della sua folle onnipotenza; si stima che all’epoca incassasse circa venticinque miliardi di dollari l’anno. La stessa Colombia era troppo piccola per nascondere e riciclare tutto quel denaro e quello sfarzo.

Narcos nelle due stagioni che concentrano la narrazione sull’ascesa e la caduta di Pablo Escobar riesce laddove, con tutta probabilità, qualsiasi altro progetto cinematografico avrebbe fallito, condensando diciotto anni di storia in venti episodi tiratissimi, alcuni dei quali veri e propri gioielli di tensione e adrenalina, altri più intimi e claustrofobici e altri ancora quasi dei reportage giornalistici per quanto il dettaglio storico/culturale viene elevato. La sceneggiatura è raffinata e complessa, impegnativa e spettacolare e segue passo, passo l’evoluzione degli eventi, incastonando alla perfezione tradizioni, personaggi e scenari colombiani. E se la prima stagione epica e dilatata ricopre un ampio lasso temporale, si parte dal 1975 e si conclude nel 1992 con la fuga del protagonista dalla prigione reggia La Catedral, sulle note di Crazy Man dei Josefus, la seconda, più rapida e diretta, si concentra sugli ultimi diciotto mesi del re della droga, in una serrata  ed estenuante caccia fitta di violenza e dramma politico, sullo sfondo di una nazione depredata e afflitta dalla disperazione, che nell’epilogo porterà all’inevitabile scontro mortale, dove Pablo perirà crivellato dai colpi del blocco di ricerca proprio nella sua Medellin.

Narcos

Ma non ci sono eroi, non in Narcos, non in Colombia, non in quell’ambiente. E nella voce off dell’agente Murphy, mentre osserva attento il corpo esanime del ricercato numero uno, ci sono tutta la filosofia, la relatività e l’ambiguità di questo grande show  – tutto quel tempo a dargli la caccia e all’improvviso mi ritrovavo davanti quel bastardo di Pablo Escobar. Per anni mi ero creato un’immagine di quel figlio di puttana, di che mostro sarebbe stato… ma la realtà è un’altra. Quando guardi quel demonio è una vera delusione. E’ solo un uomo, con la barba lunga perché non si è rasato, grasso e senza scarpe. Guardi bene il volto del male e ti ricorda…

Quei puntini di sospensione, figli di una frase mai terminata e riempita da un ennesimo, fragoroso colpo di pistola, lasciano un vuoto che è il vuoto interiore dei sopravvissuti. La morte è l’unica certezza. E ora che il demonio è morto tutto continua e le note tristi della tradizionale Serenata De Amor sottolineano quanto ciò non sia altro che l’inizio dell’ennesima lotta.

Manuele Bisturi Berardi

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