Animazione

‘Lo Scrivano’ o il necrologio del lavoro salariato

L’orrore di un mondo dove anche i cadaveri devono timbrare il cartellino

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Tra i corti in concorso nella sezione Animazione del Pop Corn Festival del Corto, dal 24 al 26 lugio a Porto Santo Stefano, Lo Scrivano di Francesco Romanelli ha il pregio di fare una cosa sempre più rara: prendere sul serio il disagio del lavoro senza trasformarlo nell’ennesimo sermone sulla resilienza.

C’è qualcosa di profondamente ironico nel fatto che Lo Scrivano di Francesco Romanelli duri appena otto minuti. Perché in un’epoca in cui passiamo almeno un terzo della nostra vita a lavorare, bastano otto minuti per spiegare con chirurgica precisione perché così tanti di noi si sentano già morti.

Romanelli, con la scrittura di Elena Ruggiero, costruisce un piccolo incubo esistenziale che parte come un noir metafisico e finisce come una satira velenosa sul lavoro contemporaneo. Berlach (Riccardo Rebollo) si risveglia in una bara, con un buco in testa e un’unica domanda: perché mi sono ucciso? La risposta, naturalmente, non è nascosta in qualche trauma rimosso o in chissà quale trama investigativa. È decisamente più banale e, proprio per questo, terrificante: la vera pallottola non è quella che attraversa il cranio del protagonista. È solo un cartellino da timbrare, giorno dopo giorno, dopo giorno, dopo giorno…

L’ufficio come aldilà “da qualche parte nel Ventesimo secolo”

Il titolo non può che evocare Bartleby lo scrivano di Herman Melville, il santo patrono della resistenza passiva, quello del celeberrimo “Preferirei di no”. Ma mentre Bartleby oppone al capitalismo il rifiuto assoluto, Berlach sembra essere arrivato dopo: quando ormai il sistema ha vinto e persino il suicidio diventa soltanto una pausa caffè un po’ più lunga.

L’immaginario è debitore anche della letteratura alienante di Kafka e del cinema distopico di Terry Gilliam (Brazil, 1985) e quello estetico di Tim Burton (La sposa cadavere, 2005) . Ci sono gli uffici monumentali, la burocrazia come religione, le elevatissime architetture che schiacciano l’individuo fino a trasformarlo in nient’altro che una pratica amministrativa. L’animazione in bianco e nero amplifica questa sensazione: un’espressionismo sporco, fatto di ombre profonde e volti scheletrici, che sembra nascere dall’incontro tra la stop motion gotica di Tim Burton e la CGI contemporanea. La scelta della tecnica mista parrebbe essere più parte integrante del racconto che mero vezzo estetico: i personaggi sembrano costantemente sospesi tra il vivo e l’inanimato, tra il movimento e la paralisi. Esattamente come qualsiasi impiegato davanti a un file Excel aperto da quattro ore.

Il capitalismo ama i morti ma solo se producono

Negli ultimi anni il burnout è uscito dai manuali di psicologia per diventare cronaca quotidiana. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo riconosce come sindrome legata allo stress cronico da lavoro non gestito con successo, caratterizzata da esaurimento, cinismo e ridotta efficacia professionale. Non è una malattia individuale: è il sintomo di un’organizzazione del lavoro che succhia produttività infinita da esseri umani finiti. Un bel cortocircuito. Lo Scrivano sembra partire proprio da questa constatazione.

Viviamo in una cultura che glorifica l’iperproduttività. Dormi poco? sei un guerriero! Fai gli straordinari? Sei motivato! Se rispondi alle mail alle undici di sera sei sul pezzo. Se crolli psicologicamente, invece, è probabile che tu debba solo imparare a fare mindfulness.

È il capitalismo nella sua forma più elegante: convincere ogni individuo che il problema sia la propria scarsa resistenza, il proprio poco entusiasmo, la propria incapacità di reggere il ritmo. Mai il ritmo stesso. Un sistema basato sul consumo, del resto, prima o poi finisce per consumare anche chi lo alimenta.

Il capitalismo ama i morti ma solo se sono puntuali

Romanelli dice tutto questo senza impugnare il megafono del pamphlet politico, senza il bisogno di trasformare il corto in un manifesto. Gli basta l’immagine, tanto semplice quanto paradossale, di un uomo che continua a muoversi e a svolgere il proprio lavoro pur essendo già morto, mentre intorno a lui nessuno sembra trovare la cosa particolarmente sconvolgente. Gli altri personaggi accolgono la notizia del suo suicidio con la stessa partecipazione emotiva che riserverebbero a un piccolo inconveniente amministrativo: «Ma tu non ti eri suicidato?», chiedono quasi con curiosità, salvo poi liquidare la questione con un pragmatico «poco importa, rimettiti subito a lavoro».

La vera delusione, nella logica deformata del mondo raccontato da Romanelli, arriva quando ci si rende conto che non ci sarà nemmeno un funerale e quindi nessuna mattinata libera. Il collega non è affranto dalla mancata tragedia, ma dalla perdita di una rara e preziosissima occasione per sottrarsi alla routine dell’ufficio. È un dettaglio apparentemente assurdo, quasi una battuta da commedia nera, ma è proprio lì che il corto trova il suo veleno migliore: persino la morte, se non produce almeno qualche ora di permesso, finisce per essere un evento poco interessante.

Ruote per topi da otto minuti

Il cortometraggio è probabilmente il formato ideale per questa storia. Un lungometraggio avrebbe rischiato spiegazioni, sottotrame, psicologie. Lo Scrivano invece colpisce e se ne va. Come una barzelletta nera raccontata benissimo: arrivi alla battuta finale e ridi, salvo renderti conto qualche secondo dopo che stavi ridendo della tua stessa condizione.

Il corto, quando funziona, ha proprio questo vantaggio: elimina ogni grasso narrativo e lascia soltanto l’idea. Qui l’idea è devastante nella sua semplicità. Bastano solo otto minuti per riprendere vita, deprimersi e voler morire di nuovo. Una ruota che si resetta ogni otto minuti.

Guardandolo, infatti, viene inevitabilmente in mente Steve Cutts, autore che ha fatto dell’alienazione contemporanea una delle sue ossessioni visive. In Rat Race (2017) uomini trasformati in roditori corrono senza sosta dentro una macchina fatta di competizione e produttività; in Happiness (2017), invece, la corsa si allarga al consumo e alla ricerca ossessiva di una felicità confezionata.

Lo Scrivano appartiene alla stessa famiglia di opere. Solo che qui il topo della metafora è stato sostituito da un uomo già morto. Un’evoluzione decisamente pessimista della ruota da criceto.

Una risata che gratta la gola

Il pregio maggiore del corto è che non ci chiede di essere ottimisti, di non credere che un giorno, dopo aver percorso centinaia di volte le ripide scale della carriera, saremo davvero più felici. Non ci invita neanche a mollare tutto e aprire un agriturismo in Umbria. Non ci dice che basta seguire le proprie passioni, come se il mutuo fosse un’opinione.

Lo Scrivano mostra soltanto una verità sgradevole: quando il lavoro diventa l’unica misura dell’identità, la morte smette di essere un evento biologico e diventa una condizione professionale.

Ed è qui che la satira diventa invettiva. Perché il mostro non è il capo sadico, né l’ufficio grigio, né il cartellino. Il mostro è quella voce che abbiamo interiorizzato e che ricalca i nostri contorni su quelli del nostro profitto. Il capitalismo, dopotutto, non ha bisogno di cadaveri, quelli non producono. Gli bastano impiegati puntuali.

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