Intervista all’attrice Giorgia Spinelli, che alla 56a edizione del Giffoni Film Festival ha presentato il cortometraggio “Passion Club”, di cui è protagonista
C’è un’intensità magnetica nel modo in cui Giorgia Spinelli si prende la scena sullo schermo, che si muova tra i chiaroscuri romani di Suburræternao nell’elegante compostezza ottocentesca di La legge di Lidia Poët o affronti in maniera schiva e rigorosa un personaggio come quello di Aurora in Passion Club. Formatasi al Centro Sperimentale di Cinematografia e cresciuta sulle assi del palcoscenico, Giorgia Spinelli incarna una nuova generazione d’interpreti italiani capaci di coniugare spessore drammatico e una grande versatilità di registri.
Al Giffoni Film Festival abbiamo intervistato Giorgia Spinelli, che ci ha parlato della sua esperienza in Passion Club e nella serialità televisiva.
Che aria si respira al Giffoni Film Festival?
Un’aria meravigliosa, che sa di futuro, che serve al nostro cinema.
Il regista Michele Capuano come ti ha descritto il tuo personaggio in Passion Club?
Mi ha descritto il personaggio di Aurora come una persona che non dovesse avere un genere preciso dal punto di vista non solo dei gusti sessuali, ma proprio di espressione della femminilità. Questa mi è sembrata una cosa distintiva, molto attuale. Non rientra in nessun canone. Poi, soprattutto, come una persona che, avendo dentro una grossissima ferita, si ritrovava in una profonda solitudine, tanto da non riuscire a rapportarsi con gli altri. Fino a che, incontrando qualcuno con una lacerazione altrettanto grave, riesce, invece, ad attivare un dialogo, in maniera sorprendente, come si vede nel film.
Giorgia Spinelli in Passion Club
Ci sono state delle sequenze più difficili di altre da girare?
Sicuramente quando Aurora arriva a confrontarsi con una verbalità completamente diversa dalla sua, visto che Gianluca, il suo specchio in Passion Club, ha un linguaggio molto aggressivo. È stata una scena difficile perché l’abbiamo girata esattamente come si vede. Questo capita agli attori, noi cominciamo e, spesso, partiamo con una scena complessa a livello di toni, ma non avendo un prima su cui costruire un’evoluzione della recitazione. Lei, effettivamente, lì sfoga tutto un dolore.
Cosa ti ha lasciato personalmente un film come Passion Club?
Aurora mi ha spronato a cercare di aprirmi di più al mondo esterno, sicuramente.
Hai detto una cosa che mi ha colpito, quando hai descritto il personaggio di Aurora, il fatto che non avesse una sessualità ben definita.
Sì, nel senso che si capisce abbia avuto una storia importante con un ragazzo, però non esprime la sua femminilità in maniera canonica. Molto spesso schiacciamo uomini e donne su stereotipi: la seconda deve essere ipercurata, bellina, a modo; il primo tutto d’un pezzo. In Aurora non c’è nulla di questi schemi, anche nel suo atteggiamento, nel suo portamento. Questa è una cosa molto bella, secondo me. Aurora ha più generi in sé.
Giorgia Spinelli in Passion Club
C’è questa componente sottilmente erotica all’interno diPassion Club.
Sì, è tutto molto alluso. Nonostante la storia si svolga negli anni ‘90, ci sono dei temi molto attuali. Per questo è stato particolarmente interessante parlare con i ragazzi qui al Giffoni Film Festival, capire a che punto siamo rispetto a questi argomenti. L’erotismo come lo intendono? Una ragazza mi ha sottolineato il linguaggio di Aurora: all’epoca non c’era un’attenzione accurata per queste cose come oggi. E la parola esprime anche una forma del nostro pensiero. Aggiungo pure che in Italia non trattiamo il tema della sessualità e dell’erotismo in maniera aperta come i francesi, ad esempio.
Hai girato diversi cortometraggi come attrice. Che rapporto hai con questa forma cinematografica?
Secondo me il cortometraggio è un genere necessario, soprattutto in un momento in cui, per i più per svariati motivi, si fa un po’ fatica a fare cinema. Il cortometraggio permette quella libertà che dei prodotti più grandi, anche la serialità che spesso ho affrontato, concedono meno. Ti dà maggiore libertà e un tempo di preparazione diverso. Si crea più facilmente gruppo, l’ambiente quasi di una famiglia. Anche per questo, per me, è fondamentale. Ci riporta a quel concetto di artigianato che delle volte perdiamo, per andare dietro le grandi produzioni.
Giorgia Spinelli in La legge di Lidia Poët
Come accennavi, sei stata tra le protagoniste di diverse serie televisive. C’è ancora una differenza tra queste e il cinema che dovrebbe essere destinato alla sala?
Assolutamente sì. Io credo che il cinema sia un’altra cosa. Abbiamo avuto casi in cui un film arrivava alla serialità strabordando la durata classica, ma rimanendo a un livello cinematografico. Però, per quanto mi riguarda, ribadisco la necessità della sala, dobbiamo investire di più nel cinema, perché non è, non sarà mai la stessa cosa della serialità destinata alla tv o alle piattaforme.
Qual è lo stato dell’arte del cinema italiano dal tuo punto di vista?
Siamo molto fortunati, in quanto italiani, per il nostro patrimonio, in tutte le arti. A mio modesto parere, però, ci siamo un po’ dimenticati che questa fortuna va mantenuta. Il nostro glorioso passato non ci deve far troppo abituare o, in qualche modo, rilassare. Soprattutto il cinema, secondo me, è quello che soffre maggiormente. È un comparto che sembra non voler prendere più rischi e il compiacimento, nell’arte, è mortifero.
Ci sono dei tuoi progetti futuri di cui ci puoi o ci vuoi parlare?
L’unico di cui posso parlare è la serie Suburra Maxima, che uscirà in inverno, poi ci saranno altri progetti di serialità in arrivo e anche uno spettacolo a teatro, l’anno prossimo.