Sole Luna Doc Film Festival
‘Fantastique’: il corpo trova voce
Fanta, giovane contorsionista, cerca nell’acrobatica una via di riscatto tra famiglia, scuola e futuro
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3 ore agoon
Presentato in concorso al Sole Luna Doc Film Festival, Fantastique è un documentario ibrido del 2025 diretto da Marjolijn Prins. Il film segue un frammento di vita di Fanta, giovane contorsionista di 14 anni in Guinea Conakry, divisa tra la cura della madre malata, la scuola, le responsabilità domestiche e una passione che richiede disciplina assoluta: l’acrobatica.
Il racconto nasce dall’incontro della regista con gli acrobati di Amoukanama Circus, associazione attiva tra Guinea e Belgio, e trova nella figura di Fanta il centro di un percorso di emancipazione fragile e stratificato. La protagonista non viene raccontata attraverso grandi dichiarazioni, ma tramite gesti, silenzi, allenamenti e sguardi trattenuti.
Fantastique assume così la forma di un coming of age sommesso, costruito attorno a una ragazza dal sorriso timido e dalla forza quieta. Fanta sembra spesso restare ai margini delle parole che gli altri pronunciano su di lei, ma il film ne segue con attenzione il movimento interiore: la lenta presa di coscienza di un futuro che comincia a diventare una scelta personale.
Il peso delle scelte
Dopo una prima parte dedicata alla quotidianità della protagonista, emerge con chiarezza il motore narrativo dell’opera: il futuro. Fanta si trova in un’età in cui non può più limitarsi a seguire il ritmo dell’infanzia. A differenza dei fratelli più piccoli, deve iniziare a misurarsi con le aspettative della famiglia, della scuola e del gruppo acrobatico.
Attorno a lei, tutti sembrano avere qualcosa da dire. I compagni di acrobatica la spingono a dare priorità agli allenamenti, a rivendicare tempo e spazio per le prove, a scegliere con decisione la via del circo. La madre e la nonna, invece, insistono sull’importanza dello studio, come se l’istruzione fosse l’unica possibilità concreta di protezione.
In mezzo a queste spinte opposte, Fanta resta spesso in silenzio. Sorride, annuisce, ascolta. Il film lavora proprio su questa sospensione: la protagonista è al centro di discorsi che la riguardano, ma fatica ancora a prendere parola. La sua crescita passa allora attraverso un movimento più sottile, fatto di esitazioni, pensieri trattenuti e piccoli scarti interiori.
Emancipazione e soglia dell’età adulta
La madre rappresenta una figura particolarmente significativa. Non è soltanto un ostacolo o un’autorità, ma una presenza complessa, capace di sostenere la figlia pur dentro un contesto fragile. Il dialogo più autentico sembra nascere proprio nel rapporto con lei, dove la cura e la fatica quotidiana si intrecciano con il bisogno di immaginare un domani diverso.
Fantastique racconta l’emancipazione come un processo non lineare, condizionato da tradizione, economia e strutture sociali. Fanta si trova sulla soglia tra infanzia e adolescenza, in un momento in cui il desiderio personale inizia a scontrarsi con le responsabilità familiari e con le possibilità concrete offerte dal contesto.
La crescita, però, non coincide con una ribellione esplicita. Non c’è una rottura improvvisa, né una dichiarazione definitiva. C’è piuttosto una progressiva ricerca di spazio: uno spazio nel gruppo, nella famiglia, nel proprio corpo e, infine, nella propria voce.
Il corpo come linguaggio
Uno degli elementi più forti del film è l’attenzione al corpo. Fantastique osserva la fisicità di Fanta senza spettacolarizzarla, soffermandosi sul movimento, sulla pelle, sull’acqua, sui gesti ripetuti della vita domestica. Lavare i piatti, allenarsi, ricevere o fare un massaggio. Ogni azione diventa parte di una stessa grammatica visiva.
La contorsione non appare soltanto come talento o disciplina, ma come immagine concreta della condizione della protagonista. Fanta deve piegarsi, adattarsi, resistere. Deve trovare una forma possibile dentro pressioni diverse, senza spezzarsi. In questo senso, il corpo diventa il primo vero spazio di espressione, molto più eloquente delle parole.
Anche il lavoro assume un ruolo centrale. Il film racconta la fatica come esercizio quotidiano, ma anche come promessa. L’idea che l’impegno possa aprire una via di riscatto attraversa il racconto soprattutto quando entra in gioco la possibilità di essere selezionata per un tour, guadagnare, viaggiare e aiutare la propria famiglia.
Riscatto e desiderio di altrove
Il tema del riscatto sociale si innesta così nel percorso intimo della protagonista. Per Fanta, l’acrobatica non è solo una passione personale: può diventare uno strumento di emancipazione, un modo per ridefinire il proprio posto nel mondo e forse anche quello della sua famiglia.
Il film stratifica più livelli senza forzarli: la crescita individuale, il peso delle responsabilità, la condizione femminile, la necessità economica, il desiderio di partire. La possibilità del tour non rappresenta soltanto un successo artistico, ma l’accesso a un altrove. Un altrove che, per Fanta, sembra ancora difficile persino da nominare.
Proprio per questo, il silenzio della protagonista acquista valore. Non è vuoto, ma attesa. Non è passività, ma una forma ancora incerta di elaborazione. Fanta ascolta ciò che gli altri immaginano per lei, mentre il film prova a intercettare il momento in cui quel futuro inizia lentamente a diventare suo.
Tra realtà e fantastico
La dimensione fantastica, evocata già dal titolo, trova senso nella natura ibrida del documentario. Fantastique sembra nascere anche da un gioco di riflessi con il nome della protagonista: Fanta è il centro reale del racconto, mentre il “fantastique” apre lo spazio simbolico in cui la sua esperienza quotidiana può farsi immaginazione, visione e possibilità.
Marjolijn Prins lavora su un confine mobile tra osservazione del reale e accensioni quasi magiche, dove la quotidianità guineana sembra aprirsi a presenze simboliche e immaginative. In questa prospettiva, la figura di Mami Wata offre a Fanta uno spazio altro, sospeso, in cui cercare la propria voce.
Le sequenze notturne, l’acqua, le luci e la materia viva della natura provano a tradurre visivamente quella zona in cui realtà e fantasia si sfiorano. Non sempre, però, questi inserti appaiono perfettamente integrati nel percorso narrativo. Alcune immagini legate alla bioluminescenza suggeriscono un legame con il corpo, la natura e il fluire della vita, ma restano a tratti più evocative che davvero necessarie.
Una promessa trattenuta
Fantastique trova alcuni dei suoi momenti migliori quando lascia spazio alla contemplazione. Le scene in cui gli unici suoni sono quelli della quotidianità, del mare o dei gesti domestici restituiscono una dimensione intima e sensoriale molto efficace. Proprio per questo, alcune accelerazioni narrative risultano meno convincenti: certi passaggi sembrano chiudersi troppo in fretta, quando avrebbero beneficiato di una maggiore sospensione.
Anche il contesto resta a tratti poco definito. Il tempo e lo spazio si intuiscono più dai colori, dagli ambienti e da qualche riferimento laterale che da una costruzione davvero nitida. Questa scelta contribuisce alla dimensione rarefatta del racconto, ma rischia anche di lasciare alcune coordinate troppo vaghe.
Nonostante qualche passaggio meno risolto, Fantastique resta un’opera suggestiva, capace di raccontare la crescita attraverso il silenzio, il movimento e la materia dei gesti. Il suo sguardo su Fanta è delicato, mai invadente, attento a cogliere la forza nascosta di una ragazza chiamata troppo presto a immaginare il proprio futuro.
Un documentario ibrido in cui il corpo diventa il primo spazio possibile dell’emancipazione.