SHORT FILM

‘O, Persecuted’: oblio fisico

Un corto che scava nella carne della storia palestinese, dove le immagini bruciate dal tempo tornano a mordere il presente

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Tra gli eventi speciali del Sole Luna Doc Film Festival, O, Persecuted di Basma Alsharif arriva come un’immagine che rifiuta di stare ferma. Un corto che appartiene al cinema palestinese più inquieto, quello che non osserva le proprie rovine da lontano, ma le attraversa, le abita.

Alsharif prende Our Small Houses (1974) di Kassem Hawal, riportato al presente grazie a un lungo lavoro di recupero e restauro, e ne sposta il senso. Il restauro smette di coincidere con il ripristino; diventa un modo per interrogare ciò che il tempo ha lasciato aderire alle immagini, tutto quello che resiste proprio perché non può essere restituito alla sua forma originaria.

Graffi, velature, bruciature, salti di luce cessano di appartenere al linguaggio del difetto. Diventano la grammatica del film. L’usura smette di essere un incidente della materia e si trasforma nella sua memoria più ostinata. Alsharif lascia che Our Small Houses continui a esporsi nelle proprie fratture, senza cercare di ricomporle. L’immagine non torna integra: torna più densa, più opaca, più difficile da attraversare.

È proprio lì che il film cambia natura. Il tempo smette di apparire come una distanza e diventa una sostanza depositata sulla superficie delle immagini. Ogni segno interrompe la trasparenza della visione, ogni abrasione trattiene una parte di storia che rifiuta di dissolversi. Le immagini non sanguinano perché sono ferite; sanguinano perché continuano a opporre resistenza.

O, Persecuted | La pelle dell’archivio

I rifugi, i volti dei fedayn, i paesaggi ancora attraversati dalla promessa della liberazione slittano, quasi impercettibilmente, dentro un’altra costellazione d’immagini: una spiaggia, corpi giovani abbandonati alla luce, la durata sospesa di un’estate senza nome. La frattura è improvvisa, ma non produce opposizione. O, Persecuted sottrae le immagini a ogni principio di successione e le consegna a una temporalità più inquieta, dove ogni epoca continua a sedimentare dentro l’altra.

Il montaggio smette così di ordinare il tempo per lasciarlo oscillare. L’archivio perde la propria fissità, il presente la propria evidenza. Ogni immagine sembra abitata da un’altra immagine, ogni superficie trattiene un tempo estraneo che continua a esercitare la propria pressione dall’interno. Il passato cessa di appartenere alla memoria e assume la consistenza di una forza che interrompe il presente proprio mentre questo tenta di darsi come compiuto.

È da questa incrinatura che emerge il perseguitato. Più che un personaggio, una figura attraversata da una violenza che ha smesso di coincidere con l’evento per diventare una forma dell’esistenza. Ogni gesto sembra preceduto da un’allerta, ogni movimento porta con sé il ricordo di un pericolo che ha già modificato il corpo. La fuga perde il proprio carattere narrativo e si trasforma in una condizione percettiva, in un modo di abitare il mondo attraverso la soglia del trauma. Basma Alsharif dissolve progressivamente l’individualità del protagonista fino a farne il luogo in cui la storia continua a inscriversi. La persecuzione non riguarda più soltanto chi la subisce: diventa il principio invisibile che organizza il rapporto tra il corpo, lo spazio e il tempo.

Basma Alsharif trasforma questo evento in una condizione amara sull’essere umano quando viene schiacciato dalla violenza, quando la pressione della storia diventa così forte da deformare il corpo, il pensiero, l’idea di sé.

La fisiologia della persecuzione

La persecuzione nel corto rivela la sua natura più profonda. Non coincide anzitutto con l’evento, con la violenza manifesta o con la cronaca che la registra, ma con la sua lenta incorporazione. Esiste un sapere del corpo che precede il linguaggio, una memoria pre-riflessiva che irrigidisce le spalle, altera il ritmo del respiro, modifica l’appoggio del piede sul terreno molto prima che la coscienza riesca a nominare il pericolo. Alsharif affida il proprio cinema a questa conoscenza muta. Non filma qualcuno che fugge; filma ciò che permane quando la fuga ha cessato di essere un’azione per divenire una condizione ontologica del corpo, una postura inscritta nella carne, un orientamento involontario verso la minaccia.

Il paesaggio perde progressivamente la propria neutralità. Non dischiude più un orizzonte, ma oppone una resistenza; l’aria acquista una densità quasi tattile, la luce smette di rivelare e diviene ciò che espone. La terra assume una consistenza epidermica, come se fosse una pelle infinitamente più antica della nostra, attraversata dalle medesime cicatrici, dalle stesse contrazioni, dalla medesima memoria della violenza. Corpi e luoghi finiscono per condividere un unico respiro, appartenendo a una stessa fisiologia dell’esposizione.

In O, Persecuted il cinema di Alsharif raggiunge la propria radicalità. La politica viene sottratta alla retorica della rappresentazione per ritornare alla propria dimensione elementare: non discorso, ma orientamento; non ideologia, ma distribuzione delle tensioni nel corpo; non narrazione della storia, ma modulazione sensibile dell’esistenza. Ogni immagine sembra interrogare il punto in cui un organismo, pur di sopravvivere, è costretto a rimodellare se stesso. La persecuzione coincide allora con quel processo quasi impercettibile attraverso cui la deformazione cessa di apparire eccezionale e si naturalizza fino a essere scambiata per destino.

Immagine e violenza

Le figure attraversano lo spazio come se dovessero continuamente negoziarne la consistenza. Nessun passo conserva l’innocenza del semplice attraversamento; ogni distanza trattiene già la possibilità della collisione. Persino il silenzio possiede una gravità specifica, una pressione invisibile che insiste sulla pelle. Alsharif in O, Persecuted non drammatizza mai questa forza. La lascia depositarsi lentamente nell’immagine, fino a quando è lo spettatore stesso ad avvertire che qualcosa, nel proprio modo di vedere, si è impercettibilmente contratto.

Lo sguardo diventa il vero perseguitato. Attraverso i nostri occhi passa la stessa corrente inquieta che attraversa i corpi del film: una memoria fisica, una pressione sotterranea, una ferita che continua a bruciare e scavare sotto la pelle. L’immagine trascina in una zona di esposizione in cui la violenza mostra la sua malvagità più profonda, quella vibrazione residua che rimane nei nervi quando il pericolo ha già lasciato il campo.

Il trauma vive nella sua eco, nel gesto che la materia più fisica ripete, nella tensione che sopravvive all’evento e continua a deformare il presente. O, Persecuted oltrepassai confini della cronaca ed anche  quelli della storia per configurarsi come una meditazione sulla sopravvivenza delle immagini e dei corpi: un cinema che sembra ascoltare il sistema nervoso prima ancora delle parole, affidando alla materia stessa della pellicola il compito di custodire ciò che il tempo continua ostinatamente a consumare.

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