Sole Luna Doc Film Festival

‘Polyphem’: l’orrore ha un volto

Un disastro ambientale che evoca le stesse atmosfere di Apocalypse Now, ma senza armi, vietcong e napalm

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Tra le opere in concorso al Sole Luna Doc Festival c’è il cortometraggio Polyphem (2026), diretto dalla regista, scenografa e artista visiva Ilaria Di Carlo, laureata in scenografia all’Accademia di Belle Arti di Roma e diplomata in regia cinematografica presso il SAE Institute di Berlino.

La fine del mondo in dieci minuti

Per girare questo film sono bastati una macchina da presa, un elicottero per i campi larghi e una colonna sonora tenebrosa per mostrare al pubblico in sala quello che sembrerebbe la fine del mondo.

Il direttore della fotografia Christian Wiege ha immortalato zone terrose e nebbiose con alberi spogli e secchi e con alcuni gabbiani che volano a bassa altitudine in cerca di cibo, ma senza successo. In mezzo a quelle smisurate macchie d’argilla ci sono delle bauxiti che estraggono l’alluminio dal terreno, inquinando, di conseguenza, tutto il territorio circostante, inclusa l’acqua.

La video arte al servizio dell’ambiente

Pur avendo girato pochissimi cortometraggi, la video arte è indubbiamente il marchio di fabbrica della regista. Le immagini sono affliggenti ma evocative, esattamente come quelle di Apocalypse Now (1979), ma senza armi, vietcong e napalm.

In effetti, questo brevissimo documentario (o video art) è uno scenario apocalittico. Ilaria Di Carlo ha scelto di mostrare l’esito del disastro a partire dai primi fotogrammi, mentre la causa emerge solamente al sesto minuto. In questo modo ha creato una struttura narrativa ben congegnata, nonostante la sua brevità. Avrebbe funzionato ancora di più senza quella didascalia iniziale, la quale ha anticipato il suo contenuto. Le immagini erano perfettamente capaci di comunicare senza l’ausilio della parola. Per un pubblico abituato a delle pellicole convenzionali, dieci minuti, per Polyphem, sono più che sufficienti. Se durasse più di un’ora e mezza la visione sarebbe impegnativa.

Di solito, nell’arte contemporanea, il documentario e la video arte si incontrano spesso, ma raramente riescono a trovare un punto d’incontro. Polyphem ha una fotografia troppo meticolosa per essere considerato un vero e proprio “film verità”, ma ha comunque degli elementi che lo accumunano al “documentario osservativo”: l’invisibilità del regista e la mancanza di testimonianze e interviste, esattamente come i documentari sulla natura.

Polifemo

In che modo questo film si relaziona con il ciclope Polifemo, figlio di Poseidone e Toosa? Nell’Odissea di Omero, si nutre di formaggio ricavato dalle sue pecore e divora chiunque osi invadere la sua grotta. Per scappare insieme ai suoi compagni, Odisseo  lo acceca con un bastone d’ulivo arroventato. Ne Le metamorfosi di Ovidio, invece, lo stesso Polifemo, innamorato non corrisposto della ninfa Nereide, uccide l’amante di quest’ultima, Aci, con un grosso masso. Dopo la sua morte, il suo sangue si tramuta nell’omonimo fiume.

Quali di queste versioni corrispondono alla visione della regista? Quella grossa macchia d’argilla rappresenta l’occhio trafitto del ciclope? E quel rivolo di fango rosso sarebbe una versione più torbida del fiume Aci?

Qualunque sia la risposta, entrambe le teorie sembrano valide.

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