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L’omofobia nel cinema italiano: quattro film tra biografie e fatti di cronaca

Quattro film italiani diversi ma che hanno un unico filo rosso che li lega: l’omofobia

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“Felice chi è diverso/Essendo egli diverso./Ma guai chi è diverso/Essendo egli comune.” (Sandro Penna)

Nonostante ci sia stato un film come Le fate ignoranti (2001), che ha cambiato l’Italia con una rappresentazione più umana e dignitosa della comunità LGBTQIA+, il cinema gay nostrano è abbastanza discontinuo rispetto al New Queer Cinema statunitense, che ha lanciato alcuni autori provocatori come Gregg Araki e Gus Van Sant.

Al massimo c’è stato un accenno di omosessualità in Ossessione (1943) di Visconti o dei primi protagonisti ne La fuga (1964) di Paolo Spinola e in Splendori e miserie di Madame Royale (1970) di Vittorio Caprioli. Per il resto ci sono state delle macchiette, donne lesbiche soggette al voyeurismo maschile e alcuni titoli attuali che sono passati inosservati. Manca persino uno sguardo più sincero e non ghettizzato sulla comunità trans e fluida, eccetto nel film Gli ultimi saranno ultimi (2015) di Massimiliano Bruno, nelle serie Prisma (202-2024) e La vita che volevi (2024). Verrebbe da pensare che non manchino le idee, ma solamente i produttori e gli spettatori che vogliono accoglierle. Per questa ragione ci sono grandi aspettative sull’imminente Audrey La Mer di Levi Riso, che racconta di una cantante intrappolata in un corpo maschile durante l’occupazione tedesca di Roma.

Nel frattempo, l’omofobia continua ad invadere le nostre mura domestiche e le nostre strade, oltre ad occupare qualsiasi pagina di giornale o trasmissione televisiva. L’omicidio di Mirko Moriconi e sua madre Kety Andreoni, in effetti, è una delle tante ragioni per cui non basta un solo mese di orgoglio omosessuale a porre fine al clima d’odio, anzi la discriminazione dovrebbe essere una musica per tutte le stagioni.

In questa generazione segnata dai fatti di cronaca trasposti al cinema e in televisione, ci sono stati ben quattro film che, oltre ad aver saputo ritrarre al meglio dei personaggi realmente esistiti, hanno saputo raccontare l’omofobia con lucidità e senza pudore.

Braibanti e Mieli

“Io non sono come loro, ma sono anche come loro.”

Gli anni amari (2019) di Andrea Adriatico e Il signore delle formiche (2023) di Gianni Amelio hanno avuto l’arduo compito di raccontare due intellettuali diversi nel temperamento, ma che hanno segnato la comunità gay italiana: Mario Mieli (1952-1983) e Aldo Braibanti (1922-2014).

Oltre ad aver dato inizio agli studi di genere in Italia con la pubblicazione di Elementi di critica omosessuale, Mario Mieli ha sfidato la discriminazione con la sua esuberanza, la sua intelligenza e il suo travestitismo, che lui stesso definiva “rivoluzionario”. In una scena del film, Mario (interpretato da Nicola Di Benedetto, un giovane attore sconosciuto ma carismatico), con indosso un abito con la gonna di pizzo e una veletta, sfida un gruppo di omofobi incrociati per strada utilizzando la sua sagacia e la sua cultura classica per mettere a dura prova la loro eterosessualità, aggiungendo che siamo tutti perversi, almeno in potenza. “Non c’è nulla di prevedibile nella sessualità. E meno male, altrimenti la vita sarebbe una tale noia!”. I tre sconosciuti reagiscono, di conseguenza, con sdegno e titubanza.

Allo stesso Mieli, in effetti, dobbiamo due termini che hanno caratterizzato gran parte del suo pensiero critico e politico: “psico-nazisti”, cioè la psicoanalisi tradizionale che considerava l’omosessualità come una malattia mentale, ed “educastrazione”, cioè l’educazione sessuale castrante a cui la società sottopone ai bambini per insegnare che l’omosessualità è perversa mentre l’eterosessualità è normale.

Aldo Braibanti (Luigi Lo Cascio), uno scrittore, drammaturgo e mirmecologo coetaneo di Pasolini, è stato incarcerato e condannato con l’accusa di plagio ai danni del ventitreenne Giovanni Sanfratello (chiamato Ettore nel film di Amelio), con il quale aveva una relazione disapprovata dalla famiglia di quest’ultimo, di religione cattolica. In realtà, quel processo aveva semplicemente occultato un’accusa di pederastia, anche se nel nostro paese non c’è mai stata una vera e propria legge contro l’omosessualità.

Lo stesso regista de Il ladro di bambini (1992) e La tenerezza (2017), dichiaratamente omosessuale, ha confessato su Repubblica di aver assistito proprio allo stesso processo. Era il 12 giugno 1968 ed era appena arrivato a Roma dalla provincia di Catanzaro per percorrere i suoi primi passi nel mondo del cinema. “Lo vedevo solo di spalle, perché era rivolto verso i giudici, così fragile, così forte, deciso a non difendersi, a non rispondere alle domande provocatorie. E mi batteva il cuore. Ero inquieto, immaginavo cosa avrei potuto provare se fossi stato al suo posto”. Le scene processuali del film sono a dir poco grottesche: un avvocato ride sguaiatamente durante l’interrogatorio di un ragazzo che accusa l’imputato di violenza carnale; la madre di Giovanni/Ettore dichiara alla corte che il suo primogenito era un comunista, ma poi è guarito grazie alla fede religiosa; il giudice, durante l’interrogatorio di Braibanti, non fa altro che accusarlo di mentire riguardo alla natura del suo rapporto con il giovane. Da non dimenticare le parole sprezzanti di un giovane avvocato comunista: “le manifestazioni andrebbero fatte per il Vietnam, non per gli invertiti”. Il cronista immaginario de L’Unità (interpretato da Elio Germano), in effetti, è un pretesto per raccontare un partito politico che ha lottato contro qualsiasi dittatura, ma che ha ugualmente abbandonato un compagno a causa della sua sessualità.

I due biopics illustrano due stili narrativi differenti: Gli anni amari incorpora vita, morte e attività politica e letteraria di Mieli nell’arco di centododici minuti, facendone un ritratto sfaccettato del personaggio ma con molte sbavature nella struttura a causa dei troppi fatti narrati e pochissime rinunce. Questo difetto è abbastanza comune nel genere (o “sottogenere”), e di conseguenza il film acquisisce uno stile scolastico. La sceneggiatura de Il signore delle formiche invece mette in risalto il racconto rispetto alla semplice tesi, assecondando la moda attuale del dramma giudiziario, che lo stesso Amelio ha già affrontato in Porte aperte (1990), ma con il fine di raccontare un fatto storico al tempo indelebile ma poi finito nel dimenticatoio. Nel primo film, l’omofobia rimane semplicemente sullo sfondo, mentre nel secondo viene trattata con crudeltà e ai limiti della vergogna nei confronti di chi l’ha praticata.

Quando la cronaca diventa cinema

“Belli questi pantaloni! Li fanno anche da uomo?”

Oltre ad aver fatto piangere l’Italia intera, Stranizza d’amuri (2023) di Giuseppe Fiorello e Il ragazzo dai pantaloni rosa (2024) di Margherita Ferri, sono degli esempi riusciti su come trasformare due casi di cronaca in pura poesia.

L’opera prima di Fiorello mette in scena il “delitto di Giarre”, le cui vittime, Giorgio Agatino Giammonna e Antonio Galatola, sono state uccise da persone ignote perché nessuno tollerava il loro amore. Li hanno trovati già morti mano nella mano e con dei colpi di pistola alla testa. Ancora oggi, la scena del pestaggio al co-protagonista Samuele Segreto, girato sotto le note di Dammi solo un minuto dei Pooh trasmessa per radio, è una pugnalata al cuore. Lo stesso regista, già volto noto di alcune serie a tematica sociale della Rai, ha dichiarato di sentirsi responsabile di quello che è successo a Giarre in quanto siciliano, e che, nel girare questo film, ha semplicemente voluto rispondere alla violenza con l’amore. Un amore fatto solo di sguardi teneri, bagni al mare e giretti in motorino. A parte questo, non sono mancati di certo alcuni commenti spregevoli e derisori sui social, come ad esempio: “ma che c’entra Beppe Fiorello con i gay?”.

Il ragazzo dai pantaloni rosa omaggia Andrea Spezzacatena, un quindicenne sensibile che si è ucciso in casa dopo aver subìto degli atti di bullismo e cyberbullismo. Tutto questo a causa di un paio di pantaloni che si sono stinti durante il bucato! Dopo la sua morte, e dopo aver scoperto tutti i messaggi e i commenti d’odio a lui rivolti, Teresa Manes, sua madre, oltre ad aver scritto Andrea, oltre il ragazzo dai pantaloni rosa, continua a raccontare ai ragazzi e ai loro genitori i pericoli del cyberbullismo nelle scuole e sui social media, perché, come ha dichiarato su Vanity Fair, “le parole possono ferire, ma anche guarire il mondo”. Roberto Proia, lo sceneggiatore, produttore e distributore del film, invece, ha dichiarato in merito a questo lungometraggio sulla vita di Andrea – e non sulla sua morte – che c’è una speranza. “Vedere che un film di questo tipo intercetta un pubblico così vasto e di età diverse mi fa pensare che c’è un’Italia più buona, pronta ad ascoltare se racconti le cose nella giusta maniera”. L’intenzione è stata premiata con una riduzione teatrale e con una proposta per un remake statunitense, dei quali lo stesso Proia (anche autore di Come non detto, 2012) si è occupato – o si occuperà – ancora una volta della scrittura. Quando un racconto parla a più persone è giusto che assuma altre forme e che percorra nuove strade.

Entrambi i film possono sembrare simili riguardo allo studio della cronaca passata e attuale e sulla drammatizzazione della discriminazione omosessuale, la differenza sta solo negli sguardi dei registi. In Stranizza d’amuri, la vicenda viene narrata in terza persona, favorendo la contemplazione dei campi a due, primi piani e campi larghi. Quindi non è stato solo un omaggio all’amore puro tra due ragazzi, ma anche alla Sicilia. Il ragazzo dai pantaloni rosa invece si concentra esclusivamente sull’arco evolutivo del protagonista e la sua voice-over alla Sunset Boulevard (1950) e alla American Beauty (1999) da’ la certezza che si fosse pentito di non aver chiesto aiuto.

In un mondo migliore

“La discriminazione non è morta, vorrei che morisse.” (Gianni Amelio)

Anche se il cinema non può assolutamente cambiare il mondo da oggi a domani, ha sempre avuto la facoltà di riportare in vita le vittime di qualsiasi discriminazione grazie al coinvolgimento emotivo dello spettatore, nella speranza che impari qualcosa da quei gesti insensati che le hanno definitivamente spezzate. È questo il segreto della memoria collettiva.

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