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‘Supergirl’: la forza di un’eroina imperfetta
Una supereroina che non cerca di essere perfetta, e proprio per questo convince.
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1 giorno agoon
Il nuovo corso dei DC Studios sembra aver individuato una direzione precisa: sottrarre i propri eroi all’immobilità del mito per ricondurli a una dimensione più fragile, fallibile e profondamente umana. Dopo aver riaffermato con Superman l’importanza della speranza come principio identitario, il progetto inaugurato da James Gunn e Peter Safran trova in Supergirl un contraltare complementare, un racconto che guarda meno all’ideale e più alle cicatrici lasciate dalla perdita.
Diretto da Craig Gillespie, già autore di Tonya e Crudelia, e scritto da Ana Nogueira, prendendo spunto dalla miniserie a fumetti Supergirl: Woman of Tomorrow di Tom King e Bilquis Evely, il film sceglie infatti di allontanarsi deliberatamente dall’immaginario classico associato a Superman, per seguire una traiettoria più inquieta, malinconica e segnata dal peso del passato. Kara Zor-El (Milly Alcock) è una giovane donna non ancora pronta ad assumere pienamente il ruolo di eroina e incapace di trovare un posto nel quale sentirsi davvero a casa.
Kara contro Clark
Se Superman è il simbolo di una speranza proiettata verso il futuro, Kara resta inevitabilmente ancorata a ciò che ha perduto. È da questa differenza fondamentale che il film costruisce la propria identità emotiva. Cresciuto sulla Terra e circondato dall’affetto della famiglia adottiva, Clark ha trasformato Krypton in un’origine astratta, quasi mitologica. Kara, al contrario, quel mondo lo ha conosciuto davvero. Ne ricorda le città, i volti, la famiglia, la quotidianità spazzata via dalla distruzione del pianeta. Porta con sé il peso di una memoria concreta, di un lutto mai elaborato, di un passato che continua a definirla, impedendole di aderire completamente alla vita terrestre.
Quando la incontriamo, Kara trascorre il proprio ventitreesimo compleanno in solitudine, vagando per pianeti illuminati da soli rossi, dove i poteri kryptoniani si affievoliscono e l’alcool può finalmente produrre i suoi effetti. Al suo fianco c’è soltanto Krypto, compagno inseparabile di un’esistenza nomade e disordinata. L’incontro con la giovane Ruthye Marye Knoll (Eve Ridley), intenzionata a vendicare la famiglia sterminata dal brigante Krem delle Colline Gialle (Matthias Schoenaerts), finirà per trascinarla in un’avventura interstellare che si trasformerà progressivamente in un percorso di riconciliazione con sé stessa.
Un’eroina punk rock
L’aspetto più interessante del film è che non prova mai a rendere Kara un’eroina esemplare, né la riduce a una semplice declinazione femminile di Superman. È impulsiva, rabbiosa, spesso cinica, incapace di credere nella bontà intrinseca delle persone, come invece fa suo cugino. Cerca la verità prima ancora della speranza e osserva il mondo con uno sguardo più duro e disincantato rispetto a quello di Superman. .
In questo senso Gillespie conferma ancora una volta una particolare sensibilità nel raccontare personaggi femminili complessi e fuori dagli schemi. La sua Supergirl possiede un’energia quasi punk, vive alla giornata, si presenta con i capelli arruffati e uno sguardo costantemente attraversato da un senso di estraneità. È una figura lontana tanto dall’eroina irreprensibile quanto da molte delle rappresentazioni femminili offerte negli ultimi anni dal cinema supereroistico. La sua imperfezione non rappresenta un limite, ma diventa il tratto che la rende più autentica e interessante, trasformandola in uno specchio credibile delle inquietudini e delle fragilità della sua generazione.
Vendetta, dolore e appartenenza
La sceneggiatura utilizza la missione vendicativa di Ruthye per interrogarsi sul significato stesso della vendetta. Uccidere il responsabile delle proprie sofferenze può forse soddisfare un desiderio immediato di giustizia, ma non restituisce ciò che è stato perduto, né colma il vuoto lasciato dal trauma. È un discorso semplice, non particolarmente sofisticato, ma comunque sincero e coerente con il percorso interiore della protagonista, chiamata ad abbandonare il rifugio dell’isolamento e dell’autodistruzione per confrontarsi finalmente con il proprio passato.
In filigrana emergono anche altri temi, dalla condizione di chi vive lontano dalla propria terra d’origine al corpo femminile come oggetto di sopraffazione e merce di scambio, suggeriti con discrezione senza mai farne il centro del discorso.
Una galassia colorata e sconnessa
Lontano dalla Terra e dai riferimenti più familiari dell’universo di Superman, il film costruisce un immaginario visivo ricco e variegato. La fotografia di Rob Hardy valorizza un universo frammentato e mutevole, fatto di pianeti selvaggi, città decadenti e paesaggi alieni che restituiscono la sensazione di un viaggio continuo attraverso luoghi radicalmente differenti. Alcune suggestioni richiamano inevitabilmente Guardiani della Galassia, soprattutto nella componente più scanzonata e colorata dell’avventura, ma Gillespie evita che il film si trasformi in una semplice imitazione, mantenendo costantemente al centro il senso di spaesamento esistenziale della protagonista.
Le sequenze d’azione risultano solide e ben orchestrate, con un buon utilizzo della fisicità di Milly Alcock. L’ingresso in scena di Lobo, affidato a Jason Momoa, aggiunge spettacolarità e ironia, pur rimanendo sostanzialmente funzionale alla progressione narrativa e poco approfondito. Meno convincente è invece Krem, antagonista privo di particolare carisma e incapace di trasmettere una reale minaccia.
Milly Alcock è già Supergirl
Ed è proprio Milly Alcock a sostenere gran parte del film sulle proprie spalle. L’attrice offre una prova credibile, intensa e sorprendentemente sfaccettata, riuscendo a rendere tangibile il conflitto tra rabbia, nostalgia, desiderio di appartenenza e paura di lasciarsi alle spalle il proprio dolore. La sua Kara Zor-El possiede già una precisa identità cinematografica e si distingue immediatamente all’interno del panorama dei cinecomic recenti.
Un’eroina nata dalle macerie
Supergirl non è un film destinato a ridefinire il genere, né rappresenta il punto più alto della nuova fase DC. La struttura narrativa resta piuttosto lineare, alcuni personaggi secondari appaiono abbozzati e l’antagonista lascia poco il segno. Eppure, nella sua apparente semplicità, funziona. Perché rinuncia a trasformare la propria protagonista in un modello irraggiungibile e preferisce raccontare una ragazza costretta a convivere con la memoria di un mondo perduto, con il peso di una solitudine che nessuno attorno a lei può davvero comprendere.
Più che una storia di supereroi, Supergirl è il racconto di qualcuno che prova a smettere di fuggire dai propri fantasmi e a capire se esista ancora un luogo da poter chiamare casa. E forse è proprio questa sua umanità imperfetta, più che la forza sovrumana o la capacità di volare, a renderla un personaggio così interessante per il futuro dell’universo DC.