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‘Toy Story 5’: oltre l’avvento della tecnologia, una storia di resilienza e umanità

Non solo l’avvento del digitale. I giocattoli hanno molto ancora da raccontare

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Toy Story 5 è un capitolo dolce e profondo, capace di coronare con coerenza e originalità, la saga Disney Pixar che, più di tutte, ha fatto la storia dell’animazione. Ciò che colpisce di questo capitolo è quanto riesca a raccontare al pubblico la bellezza dei rapporti inter-umani. Il film diretto da Andrew Stanton, infatti, vorrebbe incentrarsi sull’avvento della tecnologia (l’arrivo di Lily Pad nel gruppo) ma finisce per scavalcare questo tema, lasciando il pubblico di fronte a un orizzonte didattico ben più ampio.

Toy Story 5 parla dell’importanza del dubbio, della ricerca, della connessione, per un trionfo tout-court dell’umano.

Toy Story 5 | Un tablet per far crollare tutto

La trama ruota attorno al conflitto generazionale tra gioco fisico e digitale. L’arrivo di Lily Pad nella cameretta mette in crisi i vecchi giocattoli. Bonnie, che è cresciuta e ha ormai 8 anni, sembra avere occhi solo per il suo nuovo tablet intelligente. Tra avventure digitali e accesso ai social, Lily Pad cercherà di convincere Bonnie che la tecnologia è molto più attraente degli altri giocattoli, aprendo in Woody, Buzz e Jessie una vera e propria crisi esistenziale che li porterà a riflettere sul loro ruolo nel mondo attuale, spingendoli a recuperare il loro spazio.

Tra nuove avventure intrise di umorismo e nostalgia, l’uscita di Toy Story 5 ci ricorda che, anche nell’era digitale, la vera magia del gioco nasce dall’immaginazione: saremo sempre capaci di viaggiare e sognare con la fantasia, pure da adulti. 

C’è davvero un conflitto?

Jessie, interpretata vocalmente in italiano dall’iconica Ilaria Stagni, è la vera protagonista di questo film. L’audace cowgirl sente di essere messa da parte dall’arrivo di Lily Pad, e fa di tutto affinché Bonnie possa cambiare idea su di lei e su tutti gli altri giocattoli.

Il film però supera ogni aspettativa perché piega la narrazione a risvolti inattesi. La prima parte del film fa supporre che il tema di fondo sia l’avvento traumatico della tecnologia, il conflitto tra era moderna e contemporanea. Basta però continuare il film  per scoprire che in realtà non esiste nessun conflitto, e che forse non è mai esistito.

Jessie teme non solo quello che i giocattoli chiamano “estinzione” – ossia quando un bambino smette di giocare perché è cresciuto – ma, ancor più grave, la fine di un’era, quella dei giocattoli. La parte focale del film però è quando, nel momento massimo di difficoltà, le chiedono: “E se Bonnie si dimenticherà di noi?”. E lei risponde: “Se riusciremo a farle fare amicizia ne varrà la pena”.

Tutto è chiaro, a questo punto. I giocattoli si spogliano della loro veste da ‘protagonisti’. In tutta la saga di Toy Story non si era mai preso atto di questa verità. I giocattoli dimostrano finalmente la loro vera natura, rivelandosi le creature più empatiche e altruiste nel mondo di un bambino, perché usati finché servissero e poi riposti sugli scaffali una volta assolto il proprio compito.

Non basta molto a far intuire quanto i giocattoli possano fungere da creature figurali delle persone. Jessie, Buzz, Woody, danno infatti un messaggio di sana educazione sentimentale e comportamentale. Fare del bene senza aspettarsi nulla in cambio, lasciare andare per il bene di chi amiamo, sono le verità a cui tutti serenamente approdano. Bonnie deve essere felice, sentendosi al sicuro e con le persone giuste. E questa è la missione di Jessie, al di là se lei faccia parte o meno di questo happy ending.

Umanità da salvare

Toy Story va ben oltre l’incontro tra vecchi e nuovi giocattoli, ben oltre il continuo o la fine dell’era dei giocattoli. Il film, senza spoiler, elogia, a ogni età e in ogni era, la bellezza della creatività e dell’immaginazione. Valori insostituibili e di certo non replicabili dai mezzi tecnologici.

Anche Lily Pad si scopre essere un personaggio molto più altruista e umano di quel che mostri all’inizio e questa rivelazione corrobora ancora di più la capacità di Toy Story 5 di abbattere pregiudizi, barriere, conflitti di base. Non ci può essere un vero conflitto in un biologico passato epocale. Una nuova era si affaccia dalla finestra della cameretta, un cambiamento che può dare tanto, a costo che non si perdano i valori umani: l’empatia, il rispetto reciproco, la sensibilità. Valori che gli amici di Bonnie, totalmente assorbiti dai tablet, sembrano aver distrutto. Bonnie e le nuove generazioni possono ancora salvarsi, con un compromesso sano tra scoperta digitale e rispetto verso noi stessi e gli altri, tutti meravigliosamente imperfetti.

Una sceneggiatura quasi “digitale”

Toy Story 5  presenta, anche a livello di scrittura, un originalissimo assetto. Rispetto ai capitoli precedenti, in cui l’ordine cronologico e narrativo degli eventi era tendenzialmente lineare, questo film presenta una sceneggiatura dinamica, capace di intrecciarsi in un’efficace entrelacement.  Tale scelta narrativa fa sì che il contenuto e la forma si eguaglino. Così come le pagine di un tablet o di un pc, si chiudono, si aprono, slittano una sull’altra e si chiudono, così questo film si mostra nella sua interattività.

Dinamico, teso, e coinvolgente, il figlio cinematografico della nuova era. Se formalmente Toy Story 5 sposa il ritmo dei nuovi devices, tuttavia, a livello contenutistico si annida una resistenza silenziosa. Jessie, con il suo inseparabile Bullseye, vive numerose disavventure nel corso della storia. Viene presa, mandata via, rapita, ma non perde mai la speranza di riuscire nella sua missione, dando prova della forza dell’animo umano, quando tutto attorno crolla.

L’importanza di credere in noi stessi

Il ritorno odisseico di tornare a casa consente alla cowgirl di conoscere altri giocattoli; come quelli del vicinato, abbandonati dai bambini ‘tecnologici’  e destinati a perire nel fango del giardino; o come i giocattoli a pile che la aiutano ad escogitare il piano finale. Ciò che stupisce veramente però è che Jessie non crolli mai. Anche quando accetta la fine di tutto, e scappa sotto l’albero in cui questa storia è cominciata, davanti al dondolo della sua prima bambina, Emily, sceglie di non mollare.

Le basta scoprire una dolce verità su Emily per trovare le forze. Coraggio, resilienza, ottimismo, capacità di affrontare le situazioni. È questo che la tecnologia non deve spazzare dal cuore umano. I nuovi dispositivi possono, sì, darci risposte rapidissime ma non ci insegneranno mai come porci le giuste domande. Così l’essere umano, sia da solo che in compagnia,  ha tutte le carte giuste per riuscire in un’impresa, restare coraggioso. Proprio come accade nel mondo di questi giocattoli.

A circa 30 anni dall’uscita del primo film, Toy Story, in conclusione, ha molte lezioni importanti da rivelarci. C’è ancora vita nella camera dei bambini, la stessa in cui si gioca e si diventa adulti, amando sé stessi, così come si è.

Dopo questo approfondimento leggi anche: Toy Story 5, un magico omaggio all’immaginazione – Taxidrivers.it

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