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‘L’amico americano’: Legami pericolosi

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Cosa definisce il confine tra un uomo onesto e un assassino? A volte basta una circostanza imprevedibile, una manipolazione ben congegnata o la convizione di avere ormai i giorni contati.

L’amico americano di Wim Wenders torna nelle sale italiane dal 22 giugno, insieme ad altri quattro titoli della sua filmografia, in una rassegna distribuita da CG Entertnaiment.

È l’occassione per poter riscoprire uno dei vertici del neo-noir europeo, tratto da Ripley’s Game di Patricia Highswmith (portato sullo schermo anche dadi Liliana Cavani) incentrandosi sul disagio interiore e alla deriva morale dei suoi personaggi più che alla semplice costruzione dell’intreccio. Il risultato è un’opera sospesa tra noir e riflessione esistenziale, in cui il crimine diventa il sintomo di un’identità in crisi.

Un uomo sull’orlo dell’abisso

Ad Amburgo, Johnattan Zimmermann (Bruno Ganz) conduce una vita semplice come corniciaio e restauratore d’arte,un’esistenza apparentemente ordinaria segnata però dalla consapevolezza di essere affetto da una malattia incurabile che sembra condannarlo a una morte imminente.

L’incontro con Tom Ripley (Dennis Hopper), enigmatico e sfuggente americano dai legami con la criminalità, incrina quell’equilibrio fragile. Attraverso una manipolazione psicologica, Ripley trascina Jonathan in un mondo di ricatti e violenza, convincendolo che l’unico modo per garantire un futuro economico stabile alla moglie e al figlio sia di diventare un sicario.

Spinto dalla disperazione e dal senso di responsabilità verso la propria famiglia, Jonathan accetta così di cedere al ricatto morale in cambio di una considerevole somma di danaro, intraprenendo un viaggio che metterà in discussione la sua identità.

Luce malata e spazi erranti

Visivamente, L’amico americano è attraversato dallo sguardo di Robby Müller, direttore della fotografia con cui Wenders ormai collaborava ormai da quasi dieci anni. Anticipa gli elementi che diventeranno centrali nel cinema di Wim Wenders, trovando l’apice in Paris, Texas: personaggi smarriti, spazi che sembrano riflettere stati d’animo e il senso di estraneità.

Amburgo e Parigi vengono dipinte con i toni freddi e alienanti del verde fluo, del blu notte e di rossi violenti, che riflettono lo stato psicologico di Jonathan. Gli spazi sembrano sempre troppo grandi o troppo vuoti, riflettendo la loro alienazione.

Anche la regia di Wenders rifiuta le convenzioni frenetiche del thriller classico. Privilegia tempi dilatati, movimenti di macchina misurati e inquadrature contemplative che lasciano emergere il peso del silenzio e dell’attesa.

La colonna sonora e il silenzio convivono, mentre il montaggio evita qualsiasi spettacolarizzazione, privilegiando il tempo dell’attesa e dell’osservazione. È un approccio che richiede pazienza e partecipazione, premiando chi è disposto ad abbandonarsi al ritmo del racconto.

L’amicizia come zona grigia

Al di là della sua struttura da thriller, L’amico americano è leggibile come una riflessione filosofica sulla crisi d’identità dell’Europa del dopoguerra, attratta e insieme destabilizzata dall’immaginario americano. Tom Ripley incarna una seduzione moderna, affascinante ma moralmente corrotta, mentre Jonathan rappresenta una soggettività europea più fragile, legata al lavoro, alla forma e alla disciplina, ma progressivamente erosa dalla paura della morte.

Questa tensione emerge anche attraverso una scelta linguistica significativa. Jonathan si esprime in tedesco negli spazi della sua quotidianità – la famiglia e il medico – ma passa all’inglese quando interagisce con Ripley e durante gli eventi che lo trascinano nel mondo del crimine. È un dettaglio che rafforza l’idea di un’identità frammentata e di un’Europa sempre più colonizzata dall’immaginario americano.

Il cuore del film non risiede solamente nel conflitto tra due mondi, bensì nel rapporto che si costruisce tra i due protagonisti. Man mano che la vicenda procede, Jonathan e Ripley finiscono per riconoscersi l’uno nell’altro: accomunati dalla solitudine e senso di estraneità che li rende, in qualche modo, complici.

In questa zona grigia che Wenders colloca il centro del racconto. Il bene e il male non appaiono come categorie nette ma come poli tra cui i personaggi oscillano. Lo stesso titolo resta un punto di domanda: L’amico americano è davvero un amico, oppure soltanto un manipolatore? Le sue azioni sono guidate dall’interesse personale o da un sentimento sincero che non riesce a trovare un’espressione diversa?

In conclusione

Con il ritorno in sala, L’amico americano si ha l’occasione per riscoprire non solo un classico del neo-noir europeo ma una tappa del percorso autoriale di Wim Wenders. Forse la vera domanda che ci accompagna fuori dalla sala non è tanto chi sia davvero “l’amico”, ma quanto siamo disposti a tradire di noi stessi pur di sentirci un po’ meno soli.

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