Esiste un particolare tipo di cinema che si rifiuta di spiegarsi, che si affida all’immagine, al respiro tra le parole, al peso di un corpo che si muove nel paesaggio.
Sa Babbaieca, il cortometraggio del regista Matteo Banni, appartiene a questa rara e rigorosa tradizione. Essenziale nei dialoghi, pacato nel ritmo e silenziosamente devastante nella sua logica emotiva.
Una parola e il suo peso
Il titolo è una piccola lezione sulla poetica del linguaggio. Babbaieca – derivato dal sardo babbai (padre, o più affettuosamente, papà) e eca (soglia su un sentiero, un ingresso o un’uscita) – si traduce approssimativamente con “la partenza del padre”.
È una parola che racchiude entrambe le direzioni contemporaneamente: la partenza e l’arrivo, la fine che è anche, forse, un passaggio. Questo duplice registro diventa la chiave centrale del film.
Il rituale e la strada
Il film trae ispirazione da un’antica tradizione nuragica, documentata dallo storico greco Timeo intorno al 300 a.C., secondo la quale la vita di un uomo si concludeva a settant’anni – e spettava al figlio maggiore accompagnare il padre fino al bordo di una rupe e completare il rito. Banni si guarda bene dal trattare questo come una provocazione antropologica. La tradizione diventa piuttosto un prisma attraverso il quale interrogativi sulla mortalità, il sacrificio e l’appartenenza vengono rifratti con quieta e implacabile onestà.
Il film segue padre e figlio nel loro ultimo cammino dal villaggio al precipizio. Ad ogni passo, il figlio si fa più oppresso dalla paura; il padre, paradossalmente, si alleggerisce. L’anziano affronta la sua fine con la serenità di chi ha vissuto abbastanza a lungo da comprendere che la natura non piange, semplicemente accoglie. È il figlio che non riesce a lasciarsi andare, ed è il padre, nell’ultimo luminoso momento del film, a mostrargli come fare.
La scelta di affidare i ruoli principali a un vero padre e figlio, entrambi anziani, che parlano nel loro dialetto sardo, è una delle decisioni più radicali e discrete del film. Ciò che emerge non è una performance in senso convenzionale, ma una trama vissuta: la grammatica di due persone che condividono decenni e che hanno bisogno di pochissime parole perché tanto è già stato detto.
La foresta come protagonista
Girato nei boschi di Montarbu, vicino a Gairo – dove, per una singolare coincidenza, un sentiero conduce a un precipizio chiamato Babbaieca – la filosofia visiva del film si ispira chiaramente a Vittorio De Seta, il grande documentarista della vita sarda.
Come De Seta, Banni compone le sue inquadrature in modo che il corpo umano non domini il paesaggio, ma vi esista all’interno, in condizioni di parità. Roccia e ramo, chioma e silhouette hanno lo stesso peso, la stessa dignità. La natura qui non è uno sfondo, ma teologia: un unico corpo eterno che ci circonda dalla nascita e ci accoglie dopo la morte.
Una selezione dal significato profondo
Il fatto che Sa Babbaieca venga proiettato al Figari International Short Film Fest ha una risonanza che va ben oltre il semplice riconoscimento. Giovanni Antonio Figari è stato un pittore sardo la cui opera è tornata più volte ai paesaggi e all’antico spirito dell’isola, ugualmente interessato a radicare la figura umana nella sua terra natia, a trovare il sacro nel locale e nell’indimenticato.
Inserire questo film in un festival che porta il suo nome significa collocarlo in un dialogo che si estende per oltre un secolo: una Sardegna che ha sempre saputo che la sua terra non è uno sfondo, ma la protagonista.
Sacro nell’antico
Sa Babbaieca vi chiede di camminare al passo di due uomini che si muovono in un’antica foresta e di sentire – da qualche parte nell’accumulo di passi, canti di uccelli e pietre – che state assistendo a qualcosa di autentico.
Nella sua quiete e nella sua grazia essenziale, propone un messaggio sottilmente radicale: porre l’essere umano allo stesso livello degli alberi, anziché al di sopra di essi, potrebbe essere la cosa più onesta che il cinema possa fare.