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‘Toy Story 5’ – Un magico omaggio all’immaginazione…

Imperfetto nel raccontare il presente, ma capace di parlargli, è un magico tuffo alla scoperta dell’essere umano

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A emergere con maggiore evidenza è innanzitutto una cura profondamente consapevole delle proprie origini. Dopo un quarto capitolo frammentario e per certi versi emotivamente distante dalla creatura che aveva contribuito a rendere immortale, la saga ritrova qui una dimensione più compatta, riconnettendosi a quella capacità di coniugare spettacolo, emozione e riflessione che aveva reso Toy Story qualcosa di più di una semplice fiaba animata.

La nostalgia esiste, e nell’esistere finisce per amplificare inevitabilmente la fruizione della pellicola, senza tuttavia esaurirne il significato bensì rappresentando, più che un punto d’arrivo, il tramite attraverso cui il film recupera quel senso della meraviglia che ha alimentato l’identità della saga nel corso di questi trent’anni.

Toy Story 5 | Giocattoli vs tecnologia

Anche per questo il ritmo costituisce uno degli aspetti più riusciti dell’operazione. La narrazione procede con fluidità, sostenuta da un equilibrio che raramente smarrisce la propria misura e che invece restituisce alla sigla Toy Story quell’idea di intrattenimento Pixar che sembrava essersi progressivamente indebolita nel tempo. In quest’ottica, il film conserva leggerezza senza rinunciare alla complessità, riuscendo ad evitare di trasformare le proprie ambizioni tematiche in un esercizio artificiale di autoreferenzialità.

A uno sguardo superficiale, il conflitto al centro del racconto potrebbe apparire persino elementare: la contrapposizione tra il mondo dei giocattoli e quello della tecnologia si presenta infatti come una struttura quasi archetipica, costruita attorno a coordinate immediatamente riconoscibili. È tuttavia proprio nella stratificazione di questa apparente semplicità che Toy Story 5 trova la propria ragion d’essere: la tecnologia non viene osservata come semplice antagonista, quanto come catalizzatrice di una riflessione più ampia che coinvolge la dipendenza, la solitudine, il bisogno di appartenenza e la crescente necessità di conformarsi alle aspettative di un gruppo sociale, anche quando ciò comporta l’abbandono di parti essenziali della propria identità.

Un film sorprendentemente maturo…

La consapevolezza del film emerge allora nella capacità di intercettare un’inquietudine profondamente contemporanea. Alla vita reale si è progressivamente sovrapposta una seconda esistenza virtuale, rappresentante non più soltanto un’estensione dell’esperienza quotidiana quanto una sua alternativa. In questo senso Toy Story 5 individua con lucidità il rischio di una generazione che scopre il virtuale prima ancora del reale, finendo per sperimentare il proprio primo senso di stupore attraverso uno schermo anziché attraverso il contatto diretto con il mondo. Una riflessione che assume particolare rilevanza quando rivolta all’infanzia, ossia a quel momento della vita in cui la meraviglia contribuisce ancora a definire il modo in cui interpretiamo ciò che ci circonda – un tema attorno a cui la settima arte sembra tornare con rinnovata attenzione negli ultimi mesi attraverso alcuni dei suoi massimi autori quali Steven Spielberg.

Se l’intuizione appare estremamente pertinente, alcune declinazioni del discorso tecnologico restituiscono tuttavia l’impressione di confrontarsi con problematiche che il presente ha già in parte oltrepassato. Una sensazione emersa con particolare evidenza anche nel corso della conferenza stampa del tour promozionale italiano, dove il continuo riferimento all’intelligenza artificiale e ai timori che essa genera sembrava sottolineare una certa distanza tra quanto mostrato su grande schermo rispetto a una realtà nella quale la tecnologia non è più percepita come un elemento emergente, bensì come una componente ormai integrata nelle nostre abitudini, nei nostri processi creativi e nelle nostre relazioni sociali.

…ma forse imperfetto

È forse questa la principale fragilità del film, non tanto nel suo apparire anacronistico quanto nel trasmettere a tratti – tempi produttivi oggettivamente permettendo – la sensazione di osservare una riflessione elaborata in un momento storico leggermente precedente rispetto a quello della sua effettiva uscita. Un limite che rischierebbe di risultare più evidente se Toy Story 5 decidesse di esaurire qui il proprio discorso. È però nella seconda metà che il film trova la propria risposta a questa fragilità, compiendo un movimento tanto semplice quanto efficace: smettere progressivamente di interrogarsi sulla tecnologia per concentrarsi sulle conseguenze emotive che essa produce, concentrando la propria attenzione sulla necessità di tornare al contatto umano, specie in un momento storico come quello attuale nel quale una parte crescente delle interazioni sociali sembra sempre di più delegata allo schermo di un dispositivo.

Il centro della riflessione non appare dunque più rappresentato dagli strumenti, ma dagli individui; non dal progresso in sé, bensì da ciò che rischia di andare perduto quando ogni esperienza viene filtrata e mediata da esso. Lungo tale scia, è grazie a questo slittamento di prospettiva che il film riesce a ritrovare una propria dimensione di  contemporaneità, all’interno della quale bisogno di appartenenza, paura dell’isolamento e necessità di preservare la propria capacità di immaginare trasformano gradualmente una riflessione contingente in qualcosa di più ampio, dimostrando come le emozioni riescano spesso a raccontare il presente con maggiore precisione di qualsiasi analisi sociologica.

Ai posteri

Viene allora da chiedersi quanto il momento storico in cui nasce un’opera ne determini il valore e la capacità di dialogare con il pubblico. In tal senso, Toy Story 5 sembra oscillare costantemente tra queste due dimensioni. Il dado è tratto: da un lato affronta la tecnologia con strumenti e timori che appaiono talvolta in ritardo rispetto a un presente già dominato dall’intelligenza artificiale e dalla sovrapposizione tra reale e virtuale; dall’altro trova la propria forza proprio quando abbandona l’ossessione del contemporaneo e torna a parlare di ciò che non smette mai di essere contemporaneo: il bisogno di immaginare, di meravigliarsi e di costruire legami autentici. Forse è qui che il film trova il suo equilibrio. Non nel parlare necessariamente del presente, quanto nel riuscire a parlare al presente.

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