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‘Diaz – Don’t Up This Blood’ la sospensione della democrazia
“Fare cinema serve anche a cambiare un po’ in mondo”
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Luca BoveA 25 anni dalle violenze al G8 di Genova, torna in 100 sale, con Fandango, Diaz – Don’t Up This Blood, diretto da Daniele Vicari e scritto dal regista, insieme a Laura Paolucci. Il film, prodotto da Domenico Procacci, è uscito per la prima volta al cinema nell’aprile del 2012, con anteprima al Bari International Film Festival.
Diaz – Don’t Up This Blood: la macelleria messicana
Genova, luglio 2001. Durante il G8, 300 poliziotti e 70 agenti di un reparto speciale fanno irruzione nella scuola Diaz, dove hanno trovato riparo 93 giovani provenienti da diverse nazioni e impegnati in una protesta pacifica contro il summit. Nel film si racconta proprio il violento attacco delle forze dell’ordine sui manifestanti disarmati e semiaddormentati. Ma le immagini raccontano anche della zona rossa blindata, delle cariche della polizia sui manifestanti su via Tolemaide e le vie limitrofe, dell’omicidio di Carlo Giuliani a piazza Alimonda.[sinossi ufficiale]
“Fare cinema serve anche a cambiare un po’ il mondo”.
Un atto di coraggio
Sulle colonne di la Repubblica, il regista e sceneggiatore Daniele Vicari parla del ritorno al cinema del suo Diaz che, nel 2013, vinse 4 David di Donatello, tra cui uno a Domenico Procacci, come miglior produttore. Un riconoscimento fondamentale per comprendere la portata di un’operazione non solo cinematografica, ma politica, che a distanza di un decennio, riaccende i riflettori su una ferita ancora aperta della storia recente del nostro paese. Realizzare questo film, per usare le parole del regista, è stato un atto di libertà, portato a termine in totale indipendenza, con tutti i rischi che comporta una tale scelta.
E inoltre, dato non trascurabile, il film fu girato senza nessun finanziamento da parte dello Stato, fatta eccezione per il ventesimo del budget complessivo e per giunta non vennero concesse le autorizzazioni per le riprese, effettuate in Romania, dove fu ricostruita la città di Genova, teatro di una vera macelleria messicana.
Il G8 di Genova
In quel torrido luglio di 25 anni fa, i grandi del mondo sono nel capoluogo ligure e con loro, migliaia e migliaia di manifestanti (secondo le stime circa 300 mila persone sfilarono nel principale corteo del 19 luglio) che chiedevano un mondo diverso, una società più aperta e inclusiva. Purtroppo, insieme a una stragrande maggioranza di donne e uomini che sfilarono pacificamente per Genova, circa 300 partecipanti, ufficialmente non appartenenti a nessuna organizzazione No Global, misero, indisturbati a ferro e fuoco la città: erano i famigerati black block.
La tensione sale subito alle stelle e già nei giorni precedenti all’inizio del G8 il pericolo di una vera guerriglia urbana, tra i vicoli di Genova, era molto più che una semplice ipotesi. La tragedia tanto temuta si verifica il 20 luglio, quando il ventitreenne Carlo Giuliani, non certo un black block, viene ammazzato da un colpo di pistola, sparato da un carabiniere, più o meno della stessa età.
Inizia la mattanza
Il film di Daniele Vicari prende avvio proprio nel momento immediatamente successivo alla morte di Giuliani: il G8 sta per terminare, i genovesi sono sfiniti per i disordini e i volontari del Genova Social Forum, tra innumerevoli difficoltà, cercano di dare la miglior assistenza ai manifestanti ancora in città.
La situazione si è relativamente calmata, nonostante la morte del giovane manifestante abbia scosso l’opinione pubblica e fatto preoccupare i familiari dei partecipanti No Global giunti a Genova dal resto dell’Europa. In anni in cui i telefoni cellulari non erano diffusi come oggi, l’unico modo per avere notizia era di contattare direttamente il Social Forum.
L’inciting event di Diaz avviene la notte del 21 luglio, quando le forze dell’ordine fanno irruzione in una scuola, ritenuto un manufatto colmo di terroristi, come lo definisce il funzionario di polizia Vinicio Meconi, interpretato da Francesco Acquaroli. E così inizia la mattanza, con decine e decine di manifestanti feriti dalle manganellate degli agenti. E poi la messa in scena, messa su dalla stessa polizia, del ritrovamento di armi e soprattutto di due molotov, in bella mostra nella conferenza stampa, organizzata per giustificare “l’eccesso di zelo” nell’operazione.
La polizia e i No Global
Daniele Vicari, insieme alla sceneggiatrice Laura Paolucci (Illusione di Francesca Archibugi) ricostruiscono in maniera rigorosa e scrupolosa i fatti. Il film evita, in ogni modo, una rappresentazione agiografica dei manifestanti e non fa di tutta erba un fascio, per quanto riguarda gli agenti di polizia.
Il film, non a caso, inizia mostrando proprio la violenza dei terroristi vestiti di nero, che distruggono le vetrine dei negozi, devastano le banche e danno fuoco a ogni cosa che incontrano sul loro tragitto. Una descrizione iper – realistica fatta attraverso le inquadrature di sorveglianza. Ma soprattutto Diaz – Don’t Up This Blood ripropone l’assalto alla scuola attraverso vari punti di vista, mostrando anche gli agenti della polizia che non ci stanno a partecipare a un’azione criminale.
Lo stesso vale per i personaggi che agiscono dall’altra parte, i No Global, che restituiscono la realtà di un movimento transnazionale, multiforme, composto da innumerevoli esperienze, proveniente da ogni angolo d’Europa, giunte a Genova per esporre le proprie idee.
Gli episodi di Bolzanetto
Poi ci sono gli altri, cioè i personaggi che giungono in Liguria per vivere un momento politico, sociale ed economico cruciale per la complessa situazione geopolitica. Non dimentichiamoci che, dopo circa due mesi, avvengono gli attentati del’11 settembre, che cambiarono il mondo per sempre.
E infine, non certo per importanza, ci sono i tanti giornalisti lì per raccontare la verità. Tra questi Luca (Elio Germano) cronista di un giornale non certo di sinistra, che finisce vittima della violenza della polizia, che prosegue nella caserma di Bolzanetto, dove circa duecento arrestati vengono trattenuti, tra questi molti “fatti prigionieri” nella scuola Diaz.
È qui, probabilmente, il film mostra gli episodi più raccapriccianti. Uomini e donne torturati, umiliati, con metodi che ricordano le dittature militari più violente. Episodi riportati sul grande schermo attraverso un attento studio delle carte processuali e delle tante testimonianze di giovani, a volte giovanissimi, manifestanti pacifici, trattati dalla polizia italiana senza nessun rispetto dei diritti.
Diaz – Don’t Up This Blood: la sospensione della democrazia
Momenti brutali che, dopo una lunga battaglia parlamentare, coinvolgendo parte della società civile, hanno spinto per introduzione del reato di tortura, assente nel nostro codice fino al 2017. Purtroppo, ancora nulla si muove, per introdurre il numero di matricola sul casco degli agenti di polizia, provvedimento più che necessario, visto che queste brutalità continuano ad avvenire.
“I fatti di Genova ci hanno mostrato in anteprima il mondo in cui viviamo, in perenne stato d’emergenza […] quei giorni hanno rappresentato la prima e vera grande sospensione dei principi di democrazia avvenuta nel nostro paese in tempi recenti. Che oggi comprendiamo ancora meglio”.
Con queste parole di Daniele Vicari, rilasciate sempre a la Repubblica, cogliamo l’importanza di riportare al cinema questo film che può piacere o meno, ma è innegabile il suo valore di testimonianza storica e umana, del cinema politico, un genere che ha fatto scuola nel nostro paese, ma che negli ultimi anni è diventato sempre più raro.
Diaz – Don’t Up This Blood offre l’occasione, soprattutto ai più giovani, di approfondire un periodo storico passato, ma ancora presente nella nostra società, affinché, come recita il titolo, il ricordo di questo sangue non vada cancellato.