Approfondimenti

‘Romería’, quando la ricerca delle origini diventa un viaggio verso se stessi

Published

on

Applaudito al Festival di Cannes e in arrivo nelle sale italiane dall’11 giugno, Romería conferma la cifra intima e autobiografica di Carla Simón.

«Il film è nato dalla mia frustrazione di non sapere, fin da bambina e per tanto tempo, cosa fosse accaduto ai miei genitori. Nessuno mi aveva detto le cose chiare e ho costruito una storia intorno a questa vicenda. Il film parla anche di questo, del potere del cinema di creare immagini che non abbiamo, di riconnetterci alle nostre radici» ha dichiarato la regista. È proprio da questa esigenza personale che prende forma un racconto di crescita autentico che attraversa la memoria familiare senza mai trasformarsi in una semplice operazione nostalgica o riparatrice.

Un pellegrinaggio tra passato e presente

Marina, interpretata da Lcia Garcia e alter ego della regista, ha diciassette anni e arriva a Vigo per incontrare per la prima volta la famiglia paterna. Rimasta orfana in tenera età, dopo la morte dei genitori, entrambi tossicodipendenti e vittime dell’AIDS, la ragazza necessita di un riconoscimento formale della propria discendenza per ottenere una borsa di studio universitaria che le permetta di proseguire gli studi di cinema.

Quello che inizialmente appare come un semplice percorso burocratico si trasforma presto in un viaggio interiore. Marina osserva, ascolta, raccoglie racconti e immagini, filma luoghi e persone con la sua videocamera, cercando di dare una forma a una storia che le è sempre stata restituita in modo frammentario. Romería assume così la forma di un pellegrinaggio: un percorso fatto di documenti, ricordi e assenze, nel tentativo di avvicinarsi a una verità rimasta a lungo fuori campo.

Il cambiamento silenzioso di Marina

All’inizio del suo viaggio Marina appare trattenuta, quasi incapace di trovare un posto all’interno di quella famiglia che dovrebbe appartenerle e sulla quale continua a interrogarsi: come sarebbe stata la sua vita se fosse cresciuta con loro? Come sarebbe lei?

È proprio nel confronto con queste domande che prende forma la sua trasformazione, una trasformazione che avviene senza scarti evidenti, senza rivelazioni improvvise o svolte narrative decisive. In un film costruito per frammenti, il cambiamento si manifesta lentamente, attraverso piccoli gesti, sguardi e prese di coscienza. Le giornate trascorse a Vigo permettono a Marina di assumere progressivamente una posizione più definita rispetto a ciò che la circonda. È una crescita sottile, mai dichiarata apertamente, che porta Marina a occupare sempre più spazio all’interno della propria storia

Il peso dell’eredità

Se Romería nasce dalla necessità di Simón di fare i conti con il passato dei propri genitori, il percorso che Marina compie all’interno del film sembra, tuttavia, muoversi in una direzione diversa.  Le figure genitoriali occupano una parte importante della narrazione. Le ricostruzioni della loro giovinezza e i continui richiami alla loro storia sembrano voler sottrarre quelle vite al giudizio e alla vergogna che hanno spesso accompagnato la tossicodipendenza e l’AIDS.

Eppure Marina non appare realmente impegnata a riconnettersi a loro. Senza rabbia, senza rifiuto, ma quasi naturalmente, prende le distanze. Quello che cerca non è appartenenza, ma la possibilità di esistere come individuo autonomo. La sua identità passa inevitabilmente attraverso il passato familiare, ma non si esaurisce in esso. Marina non vuole diventare l’erede di una storia tragica: vuole costruire la propria.

Tra immagini e parole

Questo scarto emerge anche nel modo in cui il film mette in relazione lo sguardo di Marina e il racconto dei suoi genitori. Attraverso la videocamera, la ragazza osserva e registra ciò che la circonda, ma il suo sguardo finisce costantemente per tornare su di lei. Su chi è, su cosa cerca, sul posto che vuole occupare nel mondo.

Le parole che accompagnano queste immagini, invece, sembrano provenire da un’altra dimensione. Quando Marina prova a dare voce alla madre, il film introduce una prospettiva che appare distante dalla sua. Da una parte c’è la storia che cerca di ricostruire, dall’altra la persona che sta diventando. Tra queste due dimensioni si apre una frattura sottile: il racconto ereditato si separa dallo sguardo che cerca ostinatamente di affermare la propria identità.

Una distanza necessaria

Più che seguire un percorso di riconciliazione con le proprie origini, Marina attraversa il film mantenendo una certa distanza da ciò che scopre. Osserva la famiglia paterna, ascolta le storie che riguardano i suoi genitori, si confronta con un passato che le appartiene e che allo stesso tempo le resta estraneo.

Alla fine del percorso non emerge una ragazza che ha finalmente trovato le proprie radici, ma una giovane donna che ha imparato a non lasciarsi definire da esse. Le domande sui genitori restano importanti, ma smettono di essere il centro della sua esistenza. Ciò che conta davvero è la consapevolezza di poter costruire il proprio futuro indipendentemente dal passato.

Guardare indietro per andare avanti

Romería è un film delicato e profondamente personale che utilizza l’autobiografia come punto di partenza per interrogarsi sul rapporto tra memoria e identità. Pur presentando alcune scelte narrative discutibili, l’opera di Carla Simón riesce a raccontare con sensibilità il passaggio dall’adolescenza all’età adulta.

Più che una storia di riconciliazione con il passato, Romería diventa il racconto di una separazione necessaria. Marina guarda indietro soltanto per poter andare avanti. E forse è proprio questa la sua scoperta più importante: capire che conoscere le proprie origini non significa necessariamente appartenergli.

Exit mobile version