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Pedro Armocida presenta la 62a edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro
Il direttore artistico della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, Pedro Armocida, ci racconta la storia di un Festival leggendario nel panorama italiano, presentandoci il programma e le idee più originali che si vedranno in questa 62a edizione, dal 13 al 20 giugno 2026
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1 settimana agoon
Qual è la specificità di un Festival come la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro?
È quel che si cerca di fare rispetto al nome stesso del Festival, Nuovo Cinema. Selezionare film che lavorino sul linguaggio cinematografico, che sperimentino. Alle origini, il nuovo era rappresentato dalle nouvelle vague di vari Paesi del mondo, quella brasiliana o cecoslovacca.
Ci aiuti brevemente a tracciare la storia di un Festival così importante, longevo e originale come la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro?
A me fa sempre impressione sentire, nel 1964/65, quando tutto ha avuto inizio, i fondatori Lino Miccichè e Bruno Torri dire cose così precise su quello che volevano fare: dare l’opportunità di promuovere il cinema, le opere prime, gli autori, parlare con loro. Un progetto manifesto che poi hanno sviluppato. L’idea di partenza era già fortissima: non quella di creare un antifestival, insieme a Porretta Terme e Santa Margherita Ligure, come viene indicato in tanti libri. Perché la Mostra del Nuovo Cinema non è mai stata contro qualcosa, se mai è stata un’altra cosa, diversa, dalla Mostra del Cinema di Venezia. Sulle basi di quest’idea, a Pesaro sono arrivate, solo nei primi tre anni, personalità che hanno portato posizioni importantissime: Pier Paolo Pasolini, Christian Metz, Roberto Rossellini e tanti altri. In quei tre anni d’oro, dal ‘65 al ‘67, prima della contestazione del ‘68, Pesaro è diventata un punto di riferimento internazionale. Certo, erano altri anni, un’epoca in cui, non essendoci il digitale e tutti i film proiettati in pellicola, si doveva passare da Festival come quello di Pesaro per vedere cinematografie altrimenti invisibili, come quella iraniana, delle repubbliche sovietiche, quella spagnola o tante altre che si vedevano solo lì. Oggi, questo modello, chiaramente, non esiste più. Si potrebbe persino pensare a una crisi di senso dei Festival, perché tutti pensiamo di poter guardare qualsiasi cosa sulle piattaforme, anche se non è così. A Pesaro cerchiamo di replicare quel tipo di esperienza unica, di poter vedere proiezioni in pellicola 35 millimetri anche sulla spiaggia, in superotto o 16 millimetri in una sala più piccola, in cui gli autori dialogano con il pubblico di film che loro stessi si sono portati nella valigia. Anche il concorso di videoclip Vedomusica va in questo senso: guardare un prodotto, pensato per dispositivi più piccoli, sul grande schermo, capire se rimane uguale o diventa una visione più importante.
Vedomusica – Blanco, Isola delle rose
In un programma enorme di appuntamenti, proiezioni, retrospettive, quest’anno quali sono state le maggiori difficoltà organizzative e le soddisfazioni più grandi?
Purtroppo, le difficoltà organizzative sono sempre legate ai finanziamenti. Può sembrare la solita lamentela, però la realizzazione di un Festival è vincolata a sovvenzionamenti che, nel nostro caso, dipendono dal Ministero della Cultura, attraverso bandi di promozione che, da qualche tempo, arrivano sfasati rispetto alla realizzazione della manifestazione. Per esempio, neanche l’anticipo del 70% del finanziamento del 2025 è mai arrivato. Quindi, la difficoltà estrema è programmare un Festival senza avere liquidità. Così non si possono fare grandi cose, pensare d’invitare certi registi o più studenti per formare il pubblico del futuro. Quel che poi, alla fine, ti dà soddisfazione è il Festival stesso, di cui sono particolarmente contento, perché nel solco del suo progetto originario. C’è una sezione che di anno in anno si ripropone: Esordi italiani. In questa edizione c’è una selezione di tre film eterogenei, ma che riflettono lo stato del cinema italiano più originale, libero e indipendente. Ci sono i cortometraggi Oreste di Alessandro Cedola, Masterclass di Gabriel Montesi, il lungometraggio Punk State di Loris Di Pasquale (in prima mondiale) e Orfeo di Virgilio Villoresi, già autore della sigla e del manifesto dieci anni fa. In particolare, Punk State sarà un po’ una sorpresa, nel suo essere estremo, qualcosa che, oggi come oggi, sembra impossibile da vedere nel panorama italiano, per una sorta di autocensura del mercato, dovuta a complessi motivi, legati alla distribuzione e al divieto ai minori. In questo senso, la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro cerca ancora di essere un terreno franco per proposte così.
La Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro è sempre stata attenta non solo al nuovo cinema, ma anche alla critica cinematografica. Quali le più importanti iniziative quest’anno?
Le questioni critiche sono insite in tutta la Mostra. A parte le mattine in cui ci saranno presentazioni di libri e incontri con gli autori, la parte più importante quest’anno legata all’idea della critica attraverso i Festival è la pubblicazione di un volume, Pesaro Manifesto, curato da Gianmarco Torri. È un libro molto particolare, fatto di frasi estrapolate da documenti cartacei che sono presenti nell’archivio della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, che in questi anni stiamo sostenendo. Sono centinaia di frasi, dette da persone differenti, estrapolate dai più diversi contesti all’interno del Festival, dal 1965 al 1970. Curiosamente, danno un’idea composita, ma precisa, molto forte, di critica cinematografica attraverso un Festival.
Orfeo
A proposito di critica e critici, la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro è stata ideata da Lino Micicchè e Bruno Torri, poi a lungo diretta da Adriano Aprà e Giovanni Spagnoletti. Quale eredità e responsabilità senti ti hanno lasciato?
È un grande onore succedere a nomi del genere, siamo nani sulle spalle dei giganti, in questo senso, lo dico in forma reverenziale, non perché il passato sia sempre meglio del presente. Il peso di questa eredità è forte, la mia consapevolezza è quella di cercare di fare un Festival con un’idea di cinema molto vicina alla loro, almeno in alcune parti, perché i Festival cambiano, con i tempi e i loro luoghi. Quando proietti un film in piazza, e vedi così tanta partecipazione, naturalmente devi aprirti di più al pubblico, con alcune scelte che possono sembrare di rottura rispetto all’identità originaria del Festival. All’epoca, certi film hollywoodiani, di cui magari ricorre un importante anniversario, come Lo squalo o Rocky, non potevano essere pensati a Pesaro, perché considerati, da un punto di vista ideologico, espressione del cinema imperialista americano. Oggi si possono proiettare, magari accompagnati da una forma critica, per vedere come ci siano pure elementi di cinema d’autore. Rimane, però, l’ossatura di questi maestri della critica che hai citato e che mi hanno preceduto alla direzione del Festival. Cerco di non tradire il loro spirito sperimentale, di curiosità anche verso i formati cinematografici più diversi.
Questa 62a edizione è il tuo undicesimo anno da direttore artistico. Come si mantiene viva la passione, come si rigenera lo sguardo per rimanere sintonizzati con le novità del Nuovo Cinema?
È una domanda che un po’ mi fa sorridere, per il fatto che forse si contano gli anni anche per dire: «Vabbè, mo’ basta no»? A parte questo, la cosa strana è che uno pensa, di fronte a tutte le difficoltà, con il tempo, di perdere un po’ la voglia. Invece, questo non avviene, perché con il Festival si è creato un tessuto di relazioni e collaborazioni che sono un aspetto per me molto importante in tutti questi anni. Ho sempre cercato di aprirmi a critici, selezionatori, studiosi, che hanno curato varie sezioni della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, omaggi, focus, presentazioni di libri e film. Sono state aperture fondamentali, per me, dietro cui c’è una squadra unita e coesa che è, effettivamente, sempre la stessa. Questo fa sì che ogni anno ci si allinei con nuove proposte, quindi stimoli diversi, anche legati a iniziative che non c’erano, come le proiezioni in spiaggia o l’apertura al pubblico dei bambini, che per un Festival come Pesaro sembrava una cosa impossibile, o la promozione dell’animazione italiana. Quest’anno abbiamo, in una forma che la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro non ha mai avuto, anche una madrina, Antonia Fotaras, legata a Il nome della rosa, film che riproponiamo nel quarantennale e di cui lei è stata protagonista nella miniserie televisiva che poi ne è stata tratta.
Antonia Fotaras
Tu sei anche vicepresidente del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani: dirigere un Festival è un altro modo di fare critica cinematografica? In che cosa i due aspetti sono complementari a tuo modo di vedere?
Non a caso io e la presidente Cristiana Paternò abbiamo aperto sempre di più il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani non solo a chi fa critica cinematografica classicamente, scrivendo su giornali o riviste, ma anche a chi programma rassegne cinematografiche facendo un certo tipo di film, con un accompagnamento critico, culturale. Lo stesso catalogo della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro non è solo un insieme di schede dei film proiettati, con cast e credit, ma anche interviste agli autori, l’introduzione critica dei diversi curatori, quindi, attraverso questo viaggio nelle varie sezioni del Festival, la proposta di cinema si trasforma ovviamente in critica cinematografica. La stessa riscoperta di documenti e film che poi proiettiamo, attraverso un lungo lavoro di ricerca, è una forma di critica cinematografica.
Dal tuo osservatorio, com’è lo stato dell’arte cinematografica oggi?
Il nostro è un osservatorio privilegiato, perché ci concentriamo su un cinema più sperimentale, definizione complessa e sfuggente, lo so, però, fuori dal cinema commerciale normalmente distribuito, c’è grande vitalità, fino ad arrivare a estremi che possono assumere contorni conosciuti. Questo è il cinema che ti può sorprendere, come l’esempio che ho fatto prima di Punk State, film di una libertà espressiva e narrativa molto forte, ma che si trova ai margini dell’industria, prodotto dagli stessi attori e autori che l’hanno realizzato, anche con un crowdfunding.
Punk State