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‘Rebuilding’: Josh O’Connor nel western dell’anima sulla fine e la rinascita

Al cinema dal 4 giugno

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Rebuilding, nuovo lungometraggio del regista americano Max Walker-Silverman, è un dramma contemporaneo che si muove tra il racconto intimista e il cinema della frontiera. Presentato nei principali festival internazionali e accolto con favore dalla critica, il film arriverà nelle sale italiane il 4 giugno 2026, distribuito da Minerva Pictures in collaborazione con Filmclub Distribuzione. Al centro della vicenda c’è Dusty, allevatore del Colorado interpretato da Josh O’Connor, uomo silenzioso e schivo che si trova a fare i conti con la perdita improvvisa di tutto ciò che definiva la sua esistenza.

Walker-Silverman conferma qui il suo interesse per i personaggi marginali e per un’America lontana dagli stereotipi urbani, scegliendo ancora una volta uno sguardo misurato e profondamente umano.

Rebuilding – Come l’acqua per il fuoco

Una vita ridotta in cenere

Un incendio boschivo devasta la regione in cui Dusty vive e lavora da sempre. Le fiamme distruggono il ranch appartenuto alla sua famiglia per generazioni, cancellando in poche ore non soltanto una proprietà ma un’intera eredità affettiva e culturale. Costretto ad abbandonare la terra che considerava il centro del proprio mondo, l’uomo si trasferisce in un insediamento temporaneo destinato agli sfollati.

Mentre valuta la possibilità di trasferirsi lontano per ricominciare da capo, Dusty si ritrova invece progressivamente risucchiato da ciò che aveva lasciato in sospeso: il rapporto con la figlia Callie-Rose (Lily LaTorre), quello con l’ex moglie Ruby (Meghann Fahy) e il confronto quotidiano con una comunità di persone che, come lui, stanno cercando di ricostruire un’esistenza dopo la catastrofe. Quella che inizialmente sembra una storia di sopravvivenza materiale si trasforma così in un percorso più profondo, fatto di memoria, appartenenza e riconciliazione.

Un’America segnata dal fuoco

Nel mondo di Rebuilding gli incendi non hanno più il carattere dell’eccezione, sono parte di un paesaggio che si ripete. Tra la fine dell’inverno e la primavera del 2026, proprio mentre il film si prepara alla distribuzione internazionale, il Colorado è stato nuovamente attraversato da roghi di vasta portata, come lo Sharpe Fire nella contea di Baca e il 24 Fire nei pressi di Colorado Springs, sviluppatisi tra marzo e maggio e capaci di devastare migliaia di acri di territorio rurale.

Walker-Silverman non li richiama direttamente, ma il loro riflesso sembra attraversare il film: la perdita di Dusty non è un evento isolato, ma una possibilità che appartiene ormai alla normalità di questi luoghi.

La geografia degli affetti

Per buona parte del film, Max Walker-Silverman rinuncia ai grandi spazi che il racconto sembrerebbe promettere. Rebuilding è un film di interni prima che di orizzonti. La fotografia privilegia la prossimità dei corpi e dei volti, accompagnando la condizione di un uomo rimasto improvvisamente senza direzione.

Quando il paesaggio del Colorado torna a occupare l’inquadratura, nella seconda metà del racconto, non è un’esibizione di grandezza visiva. È piuttosto il segno di un cambiamento interiore. Più Dusty si riavvicina agli altri, più il mondo intorno a lui sembra tornare abitabile.

Eredità del western e nuovi paesaggi americani

Rebuilding si colloca in una traiettoria recente del cinema americano che ha progressivamente svuotato il western dei suoi codici classici. Non c’è confronto armato né frontiera da conquistare, ma una condizione successiva: ciò che accade dopo la fine del mito. In questo senso il film dialoga idealmente con opere come The Rider (2018) o Nomadland (2020), dove il paesaggio non è più spazio d’azione ma scenario della perdita e della sopravvivenza.

Rispetto a questa linea, Walker-Silverman riduce ulteriormente il campo. Il western non è più il racconto dell’espansione, ma una forma che si interiorizza, trasformando la frontiera in una questione di identità e appartenenza.

Il suono del film

Anche la musica di Rebuilding rispecchia la sobrietà che caratterizza l’intero film. La colonna sonora, firmata da Jake Xerxes Fussell e James Elkington, fonde le loro tradizioni di fingerstyle folk in un impianto acustico minimale: chitarre leggere e linee melodiche appena accennate, che non impongono mai un’emozione ma la accompagnano a distanza.

Per entrambi si tratta di un esordio nel cinema: un terreno nuovo che li ha portati a rinunciare alla forma tradizionale della canzone per lavorare su frammenti strumentali brevi, diciassette in totale, costruiti in dialogo diretto con le immagini. Il risultato è un tessuto sonoro discreto, che si modella sul ritmo del film restando in una posizione laterale rispetto al racconto.

Un cowboy fuori dal mito

Negli ultimi anni il cinema americano ha spesso raccontato uomini incapaci di trovare il proprio posto nel presente. Dusty appartiene a questa genealogia, ma Josh O’Connor evita ogni tentazione eroica.

Il suo cowboy non ha nulla del mito western. È un uomo che ha perso il lavoro, la casa e soprattutto la definizione di sé. «Si può essere cowboy senza avere delle mucche?», domanda Callie-Rose al padre nel corso del film. È una battuta che racchiude l’intera vicenda. Dusty continua a guardarsi con gli occhi dell’allevatore che era stato, incapace di immaginare un futuro diverso.

Josh O’Connor interpreta questa frattura con grande misura, dando forma a un personaggio che vive in uno stato di costante disallineamento rispetto a ciò che era stato.

L’elogio della gentilezza

La vera originalità di Rebuilding sta forse nel suo sguardo sugli altri. Walker-Silverman non racconta la tragedia come un terreno di conflitto, ma come un’occasione di incontro.

Intorno a Dusty si muove una piccola comunità di persone ferite che continua ostinatamente a praticare la solidarietà. Nessuno impartisce lezioni, nessuno pronuncia discorsi edificanti. La gentilezza si manifesta in forme discrete, che raramente si impongono ma fanno la differenza nei rapporti quotidiani.

È una qualità rara nel cinema contemporaneo, spesso più interessato al conflitto che alla cura.

Ricominciare davvero

Il titolo del film contiene una promessa e un equivoco. Dusty crede inizialmente che ricostruire significhi recuperare ciò che ha perduto. Il percorso che lo attende è diverso.

Walker-Silverman racconta con sensibilità la scoperta di una verità più difficile: non si torna mai indietro. Si può però andare avanti. E farlo senza rinunciare alla memoria.

Dietro il carattere schivo del protagonista emerge così un inatteso idealismo. Dusty si rivela un sognatore, uno di quelli che continuano a credere nelle persone anche quando la realtà suggerirebbe il contrario. È da questa fiducia ostinata che Rebuilding trae la sua forza più autentica e il suo raro calore umano.

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