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‘Poker Face’, il super potere della verità

Natasha Lyonne è Charlie un detective acchiappa bugie

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Arriva finalmente anche in Italia dal 29 maggio grazie a Sky Atlantic la prima acclamata stagione di Poker Face. Il divertente mistery distribuito in America dal servizio streaming Peacock è scritto e diretto da Rian Johnson, regista noto per la saga Knives Out con Daniel Craig e Star Wars: Gli ultimi Jedi; una serie che vede come interprete principale Natasha Lyonne (Orange Is the New Black, Russian Doll), affiancata da un cast corale: il due volte premio Oscar Adrien Brody, Dascha Polanco, Ron Perlman e Benjamin Bratt.

Il TRAILER – Poker Face

Poker Face , l’acchiappa bugie

Charlie (Natasha Lyonne), cameriera di un lussuoso casinò nel Nevada, possiede un dono, riesce a riconoscere le bugie, abilità che il proprietario del locale Sterling (Adrien Brody) cerca di sfruttare per imbrogliare un facoltoso cliente. Quando la sua migliore amica Natalie (Dascha Polanco) , addetta alle pulizie, viene assassinata all’interno del casinò, Charlie cercherà di sfruttare il suo potere per venir a capo del sanguinoso delitto. Una caratteristica che la costringerà a fuggire nel caos americano.

Poker Face – Jessica Fletcher vive e lotta insieme a noi

In Poker Face c’è tutta la bravura, l’originalità (con un pizzico di furbizia) da parte di Rian Johnson di adattare il suo mondo cinematografico  in una nuova storia e in un nuovo personaggio. La Charlie della serie, interpretata magistralmente da Natasha Lyonne, ha in parte tutti i tratti scorretti e dissacranti di una protagonista femminile di un dramedy, ma anche tutte le connotazioni investigative e mistery che avvicinano la protagonista di Poker Face al cinema di Johnson.

Tale dualità permette alla serie di abbracciare un pubblico generalista appassionato di procedurali, e contemporaneamente una fetta di spettatori più abituati a rappresentazioni femminili alla Girls o Orange Is the New Black.

Vecchio e nuovo, una formula sempre vincente

La struttura della serie è chiara fin dal principio, fin da quando Charlie viene inserita nel losco mondo criminale, a sua insaputa, del proprietario del casinò in cui lavora, un grottesco e quasi lynchiano Adrien Brody. L’obbiettivo di Rian Johnson è sviluppare un ibrido che guardi alla Jessica Fletcher de La signora in giallo e il Tenente Colombo.

Insomma gli albori della televisione americana procedurale e del giallo seriale ma rivisti in una struttura contemporanea: un personaggio, quello della Lyonne, abile a muoversi su una trama orizzontale che la riguarda e a suo agio nel dare avvio alla narrazione verticale della serie, elemento questo che  consente anche l’inserimento di guest star come Brody e Joseph Gordon-Levitt. La particolarità, però, di Poker Face risiede anche e soprattutto nel come l’anomala detective del mistery si rapporta allo spazio; in ogni episodio Charlie cambia scenario, lo “varca” per risolvere un delitto che le capita senza volerlo. Un luogo d’America che la protagonista deve lasciare per darsi alla fuga.

Charlie e i luoghi del delitto, geografie di un’investigatrice nomade

Ci sono serie che ci hanno abituato a cambiare spazialità stagionale, pensiamo alle serie antologiche come True Detective o alle serie che lo fanno proprio per struttura come You. Invece in Poker Face Charlie cambia luogo e direzione ad ogni episodio, trasformando la serie in un road movie che attraversa l’America. Quella grezza e un po’ indi che favorisce una fotografia intenta ad imitare l’effetto pellicola e retrò.

Nel suo viaggio Charlie arriva in una nuova comunità: un ranch, una stazione di servizio, un teatro, una casa di riposo e addirittura una squadra sportiva, comprendendone appieno le dinamiche umane del territorio stesso come se questo le appartenesse per natura.

Ma proprio quando potrebbe iniziare a costruire un rapporto autentico col luogo, Charlie è costretta a ripartire. Si assiste ad un contrasto estremamente interessante, notevolmente “topofrenico”, tra la protagonista di Poker Face con lo spazio seriale in cui agisce; Charlie sviluppa una relazione intensa ma temporanea con i luoghi: ne coglie i conflitti nascosti, entra in empatia con le vittime o presunte tali, crea una comunità per poi scomparire. È come se in ogni luogo volesse lasciare una traccia di se stessa, essendo però impedita a rimanere. Proprio come una supereroina che finita la sua missione deve ricominciare il suo viaggio.

Charlie e l’ibrido tra vecchia e nuova TV

Sembra banale dirlo, ma Poker Face funziona in primis per la scrittura del personaggio principale e l’interprete di Charlie. Natasha Lyonne da Orange is The New Black e Russian Doll  in poi è sempre stata abile ad “abbracciare” personaggi buffi ed estremamente sopra le righe ma anche tremendamente carismatici.

Vedendola in azione, se la prima impressione potrebbe apparire di divertimento bizzarro, alla seconda occhiata il suo personaggio riesce quasi naturalmente a trasformarsi in uno Sherlock Holmes o in un Hercule Poirot al femminile, sempre pronta a risolvere il caso episodico può complesso in cui possa trovarsi.

Charlie è un po’ una via di mezzo tra un cialtrone investigatore alla Psych con tutta la brillantezza della migliore Veronica Mars. Una scrittura da parte di Rian Johnson, furba in tal senso, che guarda sia al passato del film tv tradizionale e procedurale, sia alla televisione generalista e alla dimensione più da cable tv. Il resto lo fanno gli episodi, i quali nel mostrarci già il delitto avvenuto, puntano tutto su come Charlie arriverà a scoprire le bugie alla base dei falsi innocenti e delle vere vittime. Garantendoci così un modo estremamente originale di collocare passato e presente della serialità americana.

Poker Face, più che in Knives Out, ci mostra un Rian Johnson in stato di grazia, divertito e divertente, riuscendo con fluidità a destreggiarsi col mantra di Agatha Christie a lui molto caro. Ci regala un personaggio irriverente, comico e scorretto. E lo fa in tempi seriali abbastanza strani in cui la televisione moderna  cerca di innovare con ciò che sembrava ormai desueto.

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