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‘World Wide Mafia’: la mafia del XXI secolo raccontata chiara

‘World Wide Mafia, ’Ndrangheta’ racconta la mafia contemporanea senza folklore né glamour criminale, mostrando la ’ndrangheta come sistema globale perfettamente integrato nel capitalismo moderno.

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Si scrive World Wide Mafia, ma si legge: come Disney prova finalmente a raccontare la ’ndrangheta per quello che è davvero: non un residuo pittoresco dell’Italia arretrata, ma una multinazionale criminale perfettamente integrata dentro il capitalismo contemporaneo.

Per anni il racconto audiovisivo della mafia italiana ha oscillato tra due estremi abbastanza tossici.

Da una parte il santino civile. Dall’altra il gangster fetish da videoclip neomelodico con droni, sigari e uomini convinti di sembrare Michael Corleone mentre in realtà hanno l’energia spirituale di un concessionario abusivo sulla statale ionica.

World Wide Mafia, ’Ndrangheta riesce in qualcosa di sorprendentemente raro:
prendere sul serio il tema senza trasformarlo né in pornografia criminale né in catechismo televisivo.

Ed è probabilmente il suo merito più grande.

La docuserie, distribuita da Disney+ e incentrata sulla maxi operazione Rinascita-Scott guidata dal magistrato Nicola Gratteri, parte infatti da una consapevolezza molto precisa: la ’ndrangheta contemporanea non è più quella raccontata dall’immaginario folkloristico italiano.

Non è la mafia dei coppoloni.
Non è il banditismo rurale.
Non è nemmeno più semplicemente criminalità organizzata.

È infrastruttura economica.

Ed è qui che la serie trova la propria forza.

La mafia come sistema operativo del capitalismo globale

Il titolo World Wide Mafia potrebbe sembrare uno di quei nomi internazionali un po’ goffi che cercano disperatamente di vendere all’estero qualunque cosa contenga italiani, pistole e criminalità.

E invece, per una volta, centra perfettamente il punto.

Perché la docuserie insiste continuamente su un aspetto che il dibattito pubblico italiano ha spesso finto di non vedere:
la ’ndrangheta non prospera nonostante il capitalismo globale.

Prospera grazie ad esso.

La serie mostra bene come l’organizzazione calabrese sia ormai una rete transnazionale capace di muoversi tra:
finanza,
narcotraffico,
logistica,
politica,
mercati internazionali,
con una fluidità quasi inquietante.

E la cosa più interessante è che il racconto evita quasi sempre l’estetizzazione.

Non c’è la fascinazione gomorrista per il “potere criminale”.
Non ci sono boss trasformati in icone pop.
Non c’è il gangsterismo glamourizzato da playlist Spotify e slow motion.

La mafia qui appare finalmente per ciò che è davvero:
una gigantesca macchina amministrativa della paura.

Una burocrazia armata.

Nicola Gratteri e il peso reale dello Stato

La figura di Nicola Gratteri domina inevitabilmente tutta la serie.

E la scelta più intelligente degli autori è probabilmente quella di non trasformarlo mai in supereroe.

Perché il rischio era enorme.

Negli ultimi anni molte docuserie crime hanno sviluppato questa fastidiosa tendenza a trasformare magistrati e investigatori in protagonisti da thriller Netflix, pieni di battute asciutte, montaggi epici e soundtrack da action movie morale.

Qui invece Gratteri appare umanamente stanco.

Stanco nel modo autentico di chi combatte da decenni contro qualcosa che sa perfettamente essere più grande della singola operazione giudiziaria.

Ed è forse proprio questa dimensione a rendere World Wide Mafia più efficace di molta fiction italiana recente.

La serie comprende che il vero orrore della criminalità organizzata non sta nella violenza spettacolare.

Sta nella normalizzazione.

Nel silenzio sociale.
Nella complicità economica.
Nel modo in cui il sistema mafioso riesce lentamente a diventare parte del paesaggio.

Un ecosistema.

Il vero merito della serie: togliere romanticismo alla mafia

La cosa che colpisce di più è infatti l’assenza quasi totale di mitologia.

La ’ndrangheta raccontata qui non ha nulla di cinematograficamente seducente. Non c’è il fascino decadente del gangster movie americano. Non c’è la ritualità operistica de Il Padrino. Non c’è nemmeno la spettacolarizzazione iperrealista di certa serialità contemporanea.

C’è invece una struttura criminale profondamente grigia.

Fredda.
Manageriale.
Quasi aziendale.

Ed è proprio questo a risultare inquietante.

Perché World Wide Mafia suggerisce continuamente una verità abbastanza scomoda:
la mafia moderna non è il contrario del mondo contemporaneo.

Ne è una delle sue forme più efficienti.

Ed è forse il motivo per cui la serie funziona così bene.

Non cerca di convincerti che la criminalità organizzata sia “affascinante”. Cerca semmai di mostrarti quanto sia perfettamente compatibile con il modello economico globale dentro cui viviamo ogni giorno.

Che è una conclusione molto più disturbante di qualsiasi buffonata da piccolo e grande schermo che abbiamo visto negli ultimi anni.

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