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Park Chan-wook a Milano: cinema, desiderio e legge secondo un maestro contemporaneo

Park Chan-wook ospite de La Milanesiana 2026 a Milano: il celebre regista sudcoreano si racconta attraverso le tappe del suo cinema

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Park Chan-wook è stato protagonista a Milano di due appuntamenti speciali promossi da La Milanesiana, la rassegna ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, giunta alla sua 27ª edizione e dedicata quest’anno al tema “Il desiderio e la legge”. Un binomio particolarmente adatto al cinema del regista sudcoreano, da sempre attraversato da tensioni morali, pulsioni sotterranee, colpa, violenza, desiderio e costruzioni sociali che finiscono per imprigionare i suoi personaggi.

Lunedì 25 maggio, al Volvo Studio Milano, Park Chan-wook ha dialogato con Marco Müller, critico cinematografico, già direttore artistico della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e del Festival di Roma. Nel corso della serata il regista ha ricevuto il Premio Omaggio al Maestro, a seguire, la proiezione di Judgement, cortometraggio del 1999 che contiene già molti dei tratti distintivi del suo sguardo.

Martedì 26 maggio, all’Anteo Palazzo del Cinema, l’omaggio è proseguito con una maratona dedicata ad alcuni dei titoli più emblematici della sua filmografia, da Mr. Vendetta a Oldboy, fino a Lady Vendetta. In serata, il pubblico ha incontrato nuovamente Park Chan-wook insieme a Marco Müller, prima della proiezione di No Other Choice, il suo lavoro più recente.

La conferenza stampa milanese è stata l’occasione per ripercorrere alcune linee profonde del suo cinema: dal rapporto con la musica alla critica al capitalismo, dal peso della storia coreana all’obbligo morale che il cinema porta con se, quello di incidere sulla società.

Il legame con Milano, un rapporto “affettuoso” con Marco Müller

Il mio rapporto con Marco Müller è iniziato molti anni fa, quando lui lavorava come direttore artistico e si interessò a uno dei miei film, Lady Vendetta. Da allora è nata una relazione stabile, affettuosa e duratura, che si è mantenuta nel tempo.

Milano, per me, è una città familiare. Non ricordo con precisione in quale anno, ma ho vissuto qui per alcuni mesi durante la realizzazione di un cortometraggio. Si trattava di un progetto promozionale per Zegna. Anche per questo motivo Milano non è per me soltanto una città che visito, ma un luogo al quale associo ricordi personali e professionali.

La fotografia, parte integrante di un percorso artistico

Oltre al cinema, porto avanti anche un lavoro fotografico, che considero parte integrante dei miei progetti principali. La fotografia non è per me un’attività secondaria o occasionale, ma un linguaggio che accompagna il mio percorso artistico.

Sto preparando una mostra fotografica ad Arles, in Francia, e uscirà anche un mio libro fotografico. Spero che in un futuro vicino ci possa essere l’occasione di presentare una mostra anche a Milano. Sarebbe un modo per riportare qui un’altra parte del mio lavoro, diversa dal cinema ma profondamente legata al mio modo di guardare le immagini.

Park Chan-wook a Milano @La melanesiana 2026

La musica come origine delle immagini

Raramente i miei film nascono lontano dalla musica. Decision to Leave, per esempio, è stato un film costruito anche attraverso un processo musicale. Quando ero a Londra per lavorare a The Little Drummer Girl, ho trascorso molti mesi lontano dalla Corea e ho sentito molto la nostalgia di casa. In quel periodo ascoltavo spesso vecchie canzoni coreane, soprattutto degli anni Settanta.

Tra queste c’era una canzone intitolata Ahn Yeh. Ascoltandola, mi è venuta in mente l’immagine di un uomo e una donna che si innamorano e camminano insieme, attraversando quel sentimento evocato dalla musica. Di solito, mentre lavoro a un film, trovo nel tempo una musica che coincide con una scena, con una situazione o con una tensione narrativa. In questo caso, invece, è stata la musica stessa a generare un’immagine.

Anche in Lady Vendetta ho lavorato così, ho sentito una forte corrispondenza con la musica barocca italiana. Ho ascoltato molto Vivaldi e ho utilizzato anche brani ispirati alla sua musica. Nel mio ultimo film, No Other Choice, avevo pensato fin dall’inizio a Mozart. Già nella prima versione della sceneggiatura avevo indicato il punto esatto in cui sarebbe dovuta entrare la sua musica.

Il film racconta una famiglia che sembra perfetta, stabile, felice, ma che in realtà è attraversata da una frattura profonda. Questa contraddizione tra apparenza e dolore, tra armonia e tristezza, mi sembrava accordarsi perfettamente a Mozart.

Un cinema che non ha logica

Anche quando esiste una sceneggiatura già scritta, un film non è mai davvero concluso prima delle riprese. Durante la lavorazione tutto può ancora cambiare. Le idee nascono dal confronto con i collaboratori, dal dialogo con il direttore della fotografia, con lo scenografo, con chi costruisce concretamente il mondo del film.

Mi considero una persona logica, ma fare cinema non è un lavoro logico. Durante la preparazione posso avere ancora dubbi o non essere del tutto convinto di alcune scelte, eppure bisogna cominciare. Proprio parlando con gli altri, rispondendo alle loro domande, emergono idee che non sapevo nemmeno di avere.

La posizione della macchina da presa, il movimento, la scelta di un primo piano o di un’inquadratura fissa, un movimento brusco o un campo largo: ogni decisione deve nascere dalla comprensione dell’anima del film. Se non si è arrivati a intuire quell’anima, diventa impossibile decidere davvero come guardare una scena.

Park Chan-wook a Milano @La melanesiana 2026

Lotta al capitalismo: la difficoltà di trovare finanziamenti

Ho già lavorato a storie ambientate nel passato. In Corea ho realizzato The Handmaiden, che si colloca in un contesto storico precedente, mentre in Inghilterra ho diretto The Little Drummer Girl, una produzione BBC ambientata negli anni Settanta e legata alla questione palestinese.

No Other Choice, invece, non è propriamente un film storico. È piuttosto una riflessione ironica e critica sul capitalismo. Proprio per questo è stato molto difficile trovare finanziamenti negli Stati Uniti. Il cinema d’autore americano non è necessariamente chiuso o conservatore. Anzi, molte persone capivano bene il film che volevo realizzare. Il problema era che gli investimenti disponibili non erano sufficienti per portare avanti il progetto.

Per questo ci sono voluti quindici anni. Alla fine ho riportato il film in Corea e l’ho realizzato con una produzione coreana, con un budget relativamente contenuto. È stata una lunga attesa, ma anche la dimostrazione che un film può trovare la propria forma solo quando incontra le condizioni giuste.

Il western, l’America e l’eredità di Sergio Leone

Il mio prossimo progetto sarà ambientato in un contesto western. Il western, in America, riguarda qualcosa di profondamente legato all’origine stessa del Paese. Parla della sua storia, della sua costruzione, ma anche della violenza su cui quella costruzione si è fondata.

È questa grande violenza originaria che mi interessa raccontare. Naturalmente, quando si affronta il western, è impossibile ignorare Sergio Leone. Non credo si possa andare oltre rispetto a lui facendo finta che non sia esistito. Bisogna accettare la sua influenza e omaggiarla.

Non voglio imitarne lo stile, ma vorrei raccoglierne lo spirito. Il suo cinema ha saputo trasformare il western in qualcosa di più ampio, più mitico e più ambiguo. È con quella grandezza che, inevitabilmente, bisogna misurarsi.

No Other Choice (Park Chan-wook, 2025)

La rabbia, la Corea e la società contemporanea

Credo che per molti giovani coreani della mia generazione, me compreso, la rabbia sia stata una forza importante. Quando eravamo giovani, la Corea viveva una situazione politica e sociale molto difficile. Io ho frequentato l’università durante il periodo della dittatura militare, e la rabbia contro quel regime ci spingeva ad andare avanti.

Anche la divisione tra Corea del Sud e Corea del Nord ha segnato profondamente la nostra storia. Entrambi i governi hanno usato l’ideologia, il conflitto e il pensiero del popolo come strumenti per mantenere il potere. A questo si è aggiunto lo sviluppo rapidissimo del capitalismo sudcoreano, che ha prodotto una società molto competitiva, severa e, in certi aspetti, violenta.

In Corea il divario tra ricchi e poveri è enorme, e la mancanza di una cultura sociale e di politiche sociali adeguate è un problema grave. Con l’età, la rabbia diminuisce. Non scompare del tutto, ma cambia forma. Diventa preoccupazione per le persone che vivono nella mia stessa società.

Quando faccio un film, oggi penso sempre a tre elementi: la società, l’essere umano e il cinema come forma specifica. Cerco di combinarli, di farli reagire tra loro, senza ridurre il film a un semplice messaggio.

La responsabilità del cinema, porre domande per evolversi

Il cinema di genere è importante perché permette di creare domande a cui non è facile rispondere. Una delle domande più difficili riguarda il potere dell’arte: il cinema può cambiare l’essere umano? Può cambiare la società?

È una domanda che spesso mi fa sentire impotente. Nei momenti più negativi penso che l’arte possa cambiare soltanto chi è già predisposto a cambiare. Se una persona antifascista vede un film contro il fascismo, esce dalla sala confermando la sua opposizione al fascismo, forse quella persona era già pronta a quella posizione.

Eppure questo non significa che il cinema non abbia valore. Ognuno deve svolgere il proprio ruolo e fare del proprio meglio. Dobbiamo cercare di vivere meglio ogni giorno. Come cineasti, abbiamo il compito di mostrare ciò che pensiamo e ciò che sentiamo, ma senza trasformare il cinema in propaganda politica e senza ridurlo a un volantino pubblicitario.

Park Chan-wook a Milano @La melanesiana 2026

I limiti produttivi, l’ironia e il grottesco

Negli anni ’90 in Corea erano tutti innamorati del cinema di Hong Kong: la giovinezza, la tristezza, l’amore e la difficoltà di realizzare i film si mescolano sempre nella memoria. In passato alcuni mi chiedevano di girare film simili a questi, oppure film più facilmente riconoscibili. In certi momenti non potevo scegliere liberamente gli attori, né produrre i film esattamente come volevo.

Quei limiti sono stati spesso molto forti. Ma ripensando ai colleghi e ai grandi registi che ammiro, mi rendo conto che molti di loro hanno superato difficoltà simili e sono riusciti comunque a realizzare film importanti. Questo mi ha insegnato che il budget e la creatività non coincidono necessariamente. Anche con pochi soldi e molti vincoli, se una persona vuole creare davvero qualcosa, può riuscirci.

Quando realizzo un film, cerco di seguire alcuni principi fino in fondo. Parlare semplicemente di umorismo non basta. Nel mio cinema mi interessano l’ironia, il paradosso e una certa qualità osservativa, quasi kafkiana. La combinazione tra umorismo e violenza estrema produce qualcosa di grottesco, una sensazione strana e perturbante che amo esprimere.

Ma il grottesco non serve ad attenuare la violenza. Non la purifica e non la rende più accettabile. Al contrario, l’ironia e il paradosso possono aumentare la forza della violenza, renderla più visibile e più percepibile.

Tenersi strette le parole di un maestro

Nelle parole di Park Chan-wook torna l’idea di un cinema costruito sul conflitto: tra forma e violenza, bellezza e crudeltà, desiderio e regola, immagine e pensiero politico. Non c’è mai, nel suo modo di raccontarsi, la tentazione di ridurre il cinema a una formula. Al contrario, ogni film sembra nascere da una frattura, da un dubbio, da una musica ascoltata per caso o da una domanda rimasta senza risposta.

A Milano, nel contesto di una rassegna dedicata a “Il desiderio e la legge”, la sua presenza ha assunto così il valore di un autoritratto indiretto: quello di un regista che continua a cercare l’anima dei film prima ancora della loro forma, sapendo che proprio lì, nel punto in cui il desiderio incontra il limite, nasce il cinema.

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